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Per guardarti meglio

Quando ero ragazza mi dissero: “gli uomini guardano le donne, le donne guardano gli uomini per farsi guardare”.

Io guardavo gli uomini – quelli  che mi colpivano – perché traevo piacere dal guardarli.

Pensavo che forse dovevo sentirmi strana o sentirmi uomo, ma dentro di me sapevo di non essere nessuna delle due cose. Sentivo di fare una cosa naturale e istintiva: guardare qualcosa che ci appaga la vista. Le donne avevano gli occhi, godevano delle cose belle, dunque perché non avrebbero dovuto usarli?

Avrò avuto 15 anni quando su un numero di Zoom sfogliavo un servizio su Tana Kaleya, raro caso di donna che fotografava gli uomini con lo sguardo del desiderio. Le sue foto non mi facevano impazzire, ma almeno era qualcosa – un inizio, forse.

Illusione…col tempo le cose sono forse peggiorate.

Al di là di ciò che accade nel privato,  a livello di “narrazione” pubblica vedo ancora molta resistenza su questo tema.

Le donne (salvo eccezioni), l’ho già detto in altri post, mi sembrano prese in un incantesimo, un sortilegio che le spinge a perdersi in un gioco di specchi, nel labirinto della loro stessa immagine.

Se mi sbaglio e mi è sfuggito qualcosa, avvisatemi.

 

 1991-2008 © Laura Albano

Iperbole

 

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Faccio uso di un’iperbole, ché non è di morte che questo post vuole parlare.

Partendo dall’assunto che

“In termini logoanalitici, il significato della morte della madre è qualcosa di intimo, profondo, quasi indicibile: il sentimento che essa genera non è paragonabile a nessun altro dolore: la morte della madre è l’anticipo della propria perché è la morte della persona che ci ha concepito, cullato dentro il proprio corpo, accudito e curato. Non basta tagliare il cordone ombelicale per recidere tale legame; la sua carne è la nostra carne, il suo corpo è un’estensione del nostro (e viceversa), pertanto quando fisicamente lei muore, muore una parte o il principio di noi.” (S.Scibelli, S.Zanardo, S.Capodieci, Madri anziane e figlie adulte: quali sentimenti? )

se è vera  soprattutto quest’ultima parte (parlando, come parla il testo, di figlie femmine), in scala minore la corrispondenza varrà quando nel corpo della madre subisce un danno – anche solo parziale – una funzione centrale come quella della vista.

Il suo è lo sguardo che per primo ci ha fatto esistere, che ci ha messe al mondo non solo letteralmente: e il simbolismo si fa ancora più pregnante se è attraverso quello sguardo che si è imparato a guardare il mondo. Ad amare l’arte (attraverso lunghi pomeriggi a sfogliare le monografie Rizzoli dedicate ai pittori, ad esempio), a riconoscere l’elegante dall’ordinario (i viaggi in nave verso la Sicilia, con compagni di viaggio abbigliati nelle mode più varie degli anni Settanta), il bello dal finto-bello (non dal brutto, ché quello son capaci tutti). A maturare uno sguardo critico in senso etimologico – che discerne e separa. 

Poi, col tempo, il nostro sguardo è diventato altro. 

Ma una macchia cieca nel suo campo visivo è una ferita viva nel nostro essere.

Estetica dispotica

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A Firenze, venerdì 5 febbraio alla PolverieraSpazioComune, il Collettivo DeGenerate ha presentato un documento su – o piuttosto contro – “l’estetica come dispositivo di controllo”.

A corredo del documento una rassegna di immagini di corpi femminili e maschili tratti da riviste e altri media, e piccoli inserti di testo (vedi foto).

Il documento, dal titolo “Estetica Dispotica o l’insostenibile leggerezza dell’apparire”, si può leggere per intero qui: di seguito alcuni stralci (NdR il re si rivela sempre più nudo, e gli anticorpi nelle nuove generazioni ben agguerriti. E noi, ovviamente, strafelici).

(…) il concetto di bellezza è stabilito a priori dalla società e acquisito dalla mente degli individui che lo fanno proprio durante la crescita

(….) La questione dell’apparenza e del suo valore, seppur a prima vista un problema superficiale, tocca in realtà moltissimi nodi e influenza la formazione degli individui e il loro esistere in società. Proprio su questo abbiamo incentrato il nostro percorso, osservando l’estetica come un dispositivo di controllo, e studiando come questo si sia radicato e come sia andato via via diffondendosi.

(…)(dispositivo): qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi (G.Agamben)

(…) Il “dispositivo estetica” serve principalmente due scopi: continuare a far considerare estetica e bellezza dei valori e delle qualità imprescindibili, che occupano perciò la mente ed il tempo degli uomini e (soprattutto) delle donne, e creare un’industria e una vasta gamma di prodotti e servizi di cui si pensa non poter assolutamente fare a meno.

(…)Non vengono quindi dettate delle regole o degli obblighi con violenza: si creano piuttosto dei modelli da seguire che piano piano, a forza di immagini e di messaggi ripetutamente trasmessi, vengono interiorizzati dal soggetto e riprodotti. I principali strumenti di questo dispositivo sono dunque l’educazione e i media.

È importante che le donne, le ragazze e ancor prima le bambine riescano a riconoscere e mediare queste influenze deleterie per iniziare a ribellarsi all’omologazione e oggettivazione da sempre in atto sul nostro corpo e dunque sulla nostra persona ed esistenza.

il fulcro del problema si trova infatti per noi nel controllo esercitato dal sistema sulle nostre scelte attraverso l’ossessione per l’apparire. All’interno di un percorso di lotta teso alla liberazione dei nostri corpi, mettere in discussione il bisogno di aderire ad uno (o più) modelli preconfezionati di bellezza diventa per noi un passaggio fondamentale. Il corpo è il centro dell’oppressione delle donne, quindi è da questo che dobbiamo partire.

Un altro elemento che entra in gioco parlando di estetica è il desiderio. Sfruttando una definizione di Gilles Deleuze* potremmo dire che ogni nostra scelta legata all’estetica, dal colore dello smalto al modello di scarpe, non esprime semplicemente la voglia di un certo oggetto rispetto ad un altro ma piuttosto la volontà di adesione ad uno scenario o ad un ambiente che ci sembrano più accattivanti e vincenti di altri. Queste scelte incidono come abbiamo visto anche su componenti quali il linguaggio e la gestualità, che tenderemo a conformare a quelli richiesti dal contesto. Diventa perciò importante riappropriarsi del desiderio come costruzione personale piuttosto che replica infinita di un canone precostituito.

(…) Provare a liberarsi è provare a mutare l’ordine delle nostre priorità

(…) rifocalizzare ciò che conta e costruire nuovi percorsi di lotta

* “Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’. Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Quando una donna dice “desidero un vestito” è evidente che non lo desidera in astratto. Lo desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. […] Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole … di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio” (Gilles Deleuze, L’abecedario)

Un’indagine di Efrem Raimondi: Donne sulla donna -2

Sul blog di Efrem Raimondi prosegue con nuove autrici (Sophie Anne Herin, Manuela Marchetti, Claudia Margaroli,  Sara Munari, Tiziana Nanni, Patrizia Savarese) il discorso “Donne sulla donna”, iniziato qui (con Laura Albano (sottoscritta), Elisa Biagi, Silvia Cardia, Monica Cordiviola, Dana de Luca, Isabella De Maddalena, Iara Di Stefano, Benedetta Falugi, Cinzia Garbi, Antonella Monzoni, Maria Serena Patanè, Vanessa Rusci).

Prosegue anche la relativa discussione all’interno delle risposte delle singole fotografe e nei commenti. Ecco dunque il link alla seconda puntata e, a promemoria, le domande rivolte alle autrici.

(permane l’impressione che sia stato toccato un tabù, una patata bollente da toccare con i guanti o far finta di non vedere…)

 

 

Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

Fast Forward: Women in Photography – un simposio alla Tate Modern

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Qiana Mestrich, da The Mist in Mystic (2012)

Da Aunt Jemima, icona della pubblicità dei pancakes, alle cantanti ben pettinate sui vinili R&B e Soul degli anni Settanta, l’immagine delle donne nere è storicamente sempre stata controllata dall’alto. Una nuova generazione di artiste sta usando la fotografia per rivendicare i diritti sull’immagine delle donne nere, e visualizzare molteplici identità che neutralizzino la narrazione dominante e univoca del passato.

Di questo parlerà Qiana Mestrich nel simposio di due giorni Fast Forward: Women in Photography che si tiene in questo weekend alla Tate Modern. Ed è soltanto uno dei molti aspetti che verranno trattati. Gli altri potete leggerli qui.

Temi di indubbia importanza e relatrici di varie nazionalità. Nessuna italiana, tra parentesi.

Vale la pena di riflettere sul fatto che qui in Italia il parlare di sguardo femminile in fotografia, anche in maniera molto circostanziata come fatto poco tempo fa da Efrem Raimondi, provoca levate di scudi da ambo le parti e improvvise, insostenibili, teorizzazioni sull’uguaglianza assoluta dei sessi e dei generi.

“Si è sempre in tempo dove si è destinati”

Di Tiziana Nanni avevamo già parlato qualche tempo fa. Con lei prosegue il discorso del post precedente – lo sguardo di donna sull’uomo.

Dal confine pubblico-privato qui l’indagine si fa più incalzante. La bolla prossemica è rotta, l’occhio tocca il confine della pelle, e oltre.

Le foto che ho scelto hanno un unico soggetto, e uno sguardo che si mantiene coerente attraverso le diverse tecniche: Polaroid, digitale, pellicola 35 mm e 6×6, cellulare. “Il mezzo conta poco” dice Tiziana, “la Fotografia è una.”

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