L’impudenza dello sguardo

march
©Charlotte March dal libro Mann, oh Mann! (1977)

 

Se volete mettere in crisi Google provate a cercare “donne che fotografano uomini”.
Egli resterà interdetto: “ma no, ti sei sbagliata, ecco qui donne fotografate da uomini, era questo che cercavi, no?”. Non ve lo dirà chiaramente, certo, ma con i suoi risultati.
Siamo in un momento in cui le donne fotografe trovano sempre più spazio nei media, quasi come “fenomeno epocale”.  In tutta questa messe, a parte ovviamente il reportage, troviamo molti autoritratti e fotografie di soggetti femminili. Le eccezioni ci sono, ma non vengono “spinte” dall’industria culturale: Aneta Bartos ha nel suo portfolio un lavoro decisamente erotico dal titolo Boys, ma è stata inserita nell’antologia Girl on girl per le sue meno originali foto di donne. 
Nel 1974 Tana Kaleya aveva prodotto un libro dal titolo Hommes, galleria di soggetti maschili famosi e non, vestiti e non; provando a cercarlo sul mercato online dei libri usati lo si trova oggi rubricato sotto la categoria “fotografia omoerotica”, cancellando del tutto lo sguardo femminile sia come origine che (sia mai!) come possibile destinatario. Charlotte March, sempre negli anni ’70, fu autrice di Mann, oh mann!, volume in cui fotografava con palese reciproco divertimento un giovane che esibiva la propria sensualità in fogge maschili, femminili, animalesche.  Volume finito oggi fuori dai radar.
In generale emergono poche donne interessate fotograficamente all’uomo. Ma è la verità? E se sì, cosa rispecchia questo disinteresse? 
Tra le felici eccezioni, che questo blog non ha mai mancato di citare in una serie di post dedicata, troviamo Monica Cordiviola che propone presso Bottega Immagine un workshop di ritratto maschile.  Ho conosciuto le fotografie (in quel caso di soggetti femminili) di Monica qualche anno fa in occasione della “indagine” di Efrem Raimondi Donne sulla donna , e l’ho contattata per farle qualche domanda sul tema.
D. secondo te le donne sono interessate all’uomo come soggetto fotografico?
R. Premettendo che il workshop a cui ho pensato è aperto a donne e a uomini, credo di sì, perchè non appena ho cominciato la comunicazione di questo evento, le prime risposte sono arrivate proprio da donne che mi ringraziavano di aver pensato finalmente ad un soggetto maschile da ritrarre. Ritengo che il ritratto debba essere asessuato, nel senso scevro da stereotipi. Per me fotografare un animale o persino un oggetto rientra nella fotografia di ritratto.
D. perché una donna eterosessuale non dovrebbe “vedere” fotograficamente un uomo, in luce più o meno desiderante?
R. Un uomo esattamente come una donna è empatico, quindi per quale motivo non dovrebbe essere visto anche dal punto di vista erotico in fotografia? Io sono eterosessuale ma non ho mai avuto problemi a fotografare modelli o uomini nudi. Vedo la nudità come un’assenza di filtri e di orpelli. Il corpo nudo per me è veicolo espressivo, indipendentemente che sia uomo o donna.
D. quanto pensi che possa incidere il timore di un giudizio esterno? in fondo il valore sociale di una donna si misura ancora molto su quanto riesce a farsi guardare….può darsi che ci sia un condizionamento secondo cui “non sta bene” che sia lei a guardare? O qualche altro tabù?
R. Si credo che purtroppo ci sia ancora il tabù di questa cosa. Il limite per cui “non sta bene” che una donna fotografi un uomo, magari anche senza vestiti. Nella fase organizzativa ci siamo resi conto che quando il workshop si basava sul nudo femminile nel giro di pochissimi giorni si faceva il sold out delle iscrizioni; viceversa con l’uomo come modello si fatica molto di piu’ a raggiungere il numero di partecipanti.
D. in una intervista del 2015 sul blog di Efrem Raimondi dicevi, a proposito del  fotografare altre donne:   “Mi tuffo dentro di loro e cerco di estrapolare l’erotismo, immedesimandomi con la loro fisicità”.  Quali sono le dinamiche che scattano per te con i soggetti maschili?
R. Scatto da sempre donne, sono etero e per cercare di ritrarle al meglio tuttora adopero questa modalità di cercare di immedesimarmi nella loro fisicità; con gli uomini ovviamente non potrei. Quando scatto loro invece cerco proprio di tirare fuori la loro forza ma soprattutto la loro fragilità. La fragilità in uomo per me è la parte piu’ erotica.
D. il tuo workshop  si colloca nell’ambito della fotografia di ritratto, di moda e pubblicitaria. Trovi che nel caso di soggetti maschili esista il pericolo di stereotipi triti da evitare, e nel caso come li descriveresti?

R. Si credo che questi stereotipi triti siano da evitare anche nei ws al femminile. Purtroppo assistiamo a veri e propri show della domenica dove si vede di tutto e di piu’. Diciamo che sia per l’uomo che per la donna cerco sempre di gestire i miei ws come laboratori per la fotografia di ritratto, della durata minima di due giorni, dove la prima giornata è dedicata alla lezione sul ritratto con fotocamera in mano e la seconda una sorta di vero e proprio laboratorio sul lavoro fatto il giorno precedente con discussione ed interazione di tutti i partecipanti proprio per elaborare il confronto tra tutti.

Grazie dunque a Monica per questo contributo sul tema e per l’iniziativa fuori dalle righe, che ci/le auguriamo partecipata senza limiti di sesso e genere.

Annunci

Estetica dispotica

.

A Firenze, venerdì 5 febbraio alla PolverieraSpazioComune, il Collettivo DeGenerate ha presentato un documento su – o piuttosto contro – “l’estetica come dispositivo di controllo”.

A corredo del documento una rassegna di immagini di corpi femminili e maschili tratti da riviste e altri media, e piccoli inserti di testo (vedi foto).

Il documento, dal titolo “Estetica Dispotica o l’insostenibile leggerezza dell’apparire”, si può leggere per intero qui: di seguito alcuni stralci (NdR il re si rivela sempre più nudo, e gli anticorpi nelle nuove generazioni ben agguerriti. E noi, ovviamente, strafelici).

(…) il concetto di bellezza è stabilito a priori dalla società e acquisito dalla mente degli individui che lo fanno proprio durante la crescita

(….) La questione dell’apparenza e del suo valore, seppur a prima vista un problema superficiale, tocca in realtà moltissimi nodi e influenza la formazione degli individui e il loro esistere in società. Proprio su questo abbiamo incentrato il nostro percorso, osservando l’estetica come un dispositivo di controllo, e studiando come questo si sia radicato e come sia andato via via diffondendosi.

(…)(dispositivo): qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi (G.Agamben)

(…) Il “dispositivo estetica” serve principalmente due scopi: continuare a far considerare estetica e bellezza dei valori e delle qualità imprescindibili, che occupano perciò la mente ed il tempo degli uomini e (soprattutto) delle donne, e creare un’industria e una vasta gamma di prodotti e servizi di cui si pensa non poter assolutamente fare a meno.

(…)Non vengono quindi dettate delle regole o degli obblighi con violenza: si creano piuttosto dei modelli da seguire che piano piano, a forza di immagini e di messaggi ripetutamente trasmessi, vengono interiorizzati dal soggetto e riprodotti. I principali strumenti di questo dispositivo sono dunque l’educazione e i media.

È importante che le donne, le ragazze e ancor prima le bambine riescano a riconoscere e mediare queste influenze deleterie per iniziare a ribellarsi all’omologazione e oggettivazione da sempre in atto sul nostro corpo e dunque sulla nostra persona ed esistenza.

il fulcro del problema si trova infatti per noi nel controllo esercitato dal sistema sulle nostre scelte attraverso l’ossessione per l’apparire. All’interno di un percorso di lotta teso alla liberazione dei nostri corpi, mettere in discussione il bisogno di aderire ad uno (o più) modelli preconfezionati di bellezza diventa per noi un passaggio fondamentale. Il corpo è il centro dell’oppressione delle donne, quindi è da questo che dobbiamo partire.

Un altro elemento che entra in gioco parlando di estetica è il desiderio. Sfruttando una definizione di Gilles Deleuze* potremmo dire che ogni nostra scelta legata all’estetica, dal colore dello smalto al modello di scarpe, non esprime semplicemente la voglia di un certo oggetto rispetto ad un altro ma piuttosto la volontà di adesione ad uno scenario o ad un ambiente che ci sembrano più accattivanti e vincenti di altri. Queste scelte incidono come abbiamo visto anche su componenti quali il linguaggio e la gestualità, che tenderemo a conformare a quelli richiesti dal contesto. Diventa perciò importante riappropriarsi del desiderio come costruzione personale piuttosto che replica infinita di un canone precostituito.

(…) Provare a liberarsi è provare a mutare l’ordine delle nostre priorità

(…) rifocalizzare ciò che conta e costruire nuovi percorsi di lotta

* “Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’. Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Quando una donna dice “desidero un vestito” è evidente che non lo desidera in astratto. Lo desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. […] Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole … di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio” (Gilles Deleuze, L’abecedario)

Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

Senza chiedere il permesso

Lorella Zanardo  – foto © Laura Albano 2012

“Voglio che mia figlia esista”, ci ha detto una madre con la figlia in tv alla fine di un dibattito: perché insieme alle immagini televisive è passato qualcosa di molto più subdolo e grave, è passata l’idea che: “se non appari non esisti”. I corpi televisivi, è bene ricordarlo, non hanno nulla di liberato, trasgressivo, innovativo (…) Un altro corpo è possibile, oltre a quello imposto dalla dittatura dei media, io ne sono certa. E’ anche attraverso la liberazione dei corpi, oggi incatenati e resi fragili, e così più inclini alle leggi del mercato, che daremo avvio a un reale cambiamento, poiché questa prigionia trentennale ha bloccato un’energia che potrebbe in futuro essere formidabile.

Dal nuovo libro di Lorella Zanardo, “Senza chiedere il permesso” .

Violenze verbali

Come le immagini,  le parole costruiscono la realtà:  la scelta nel loro utilizzo non è mai neutra e, da parte dei media, questo comporta precise responsabilità.

Del cattivo modo in cui spesso sono “notiziati” i femminicidi e la violenza sulle donne si è già parlato in questo blog, e se ne parla da tempo in rete.

L’Ordine dei Giornalisti del Trentino ha da poco preso una chiara e attiva posizione in merito,  scrivendo una eloquente nota ai direttori e direttrici delle testate ed emittenti  del Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Oltre ad un linguaggio rispettoso e non discriminante, è necessario però un cambio di paradigma su altre modalità, attinenti alla stessa sfera di pregiudizi ma che vanno a scavare più nel profondo.  Ne vediamo un esempio in un caso recente di cronaca, raccontato in un modo da Repubblica e riproposto da Michela Murgia in altra versione, depurata da luoghi comuni e pericolose semplificazioni (aggiungerei soltanto che l’indicazione non casuale della provenienza geografica nel caso di un colpevole non italiano è una vecchia cattiva abitudine: prima dell’arrivo degli immigrati era usata con i meridionali).

in foto: installazione a cura di Isanna Generali e Libere Tutte

La violenza nelle immagini

Parlando di femminicidio (e chi trovasse questa parola inelegante o inopportuna ne studi la storia nell’omonimo libro di Barbara Spinelli), da tempo il collettivo Femminismo a Sud fa un eccellente lavoro di analisi della rappresentazione della violenza sulle donne nei media, decostruendo la “versione dei fatti” che essi – appunto – costruiscono. A partire dalle immagini, con questo post  e questo video:

Video/analisi contro la violenza sulle donne a cura di http://bollettino-di-guerra.noblogs.org
Il video (testo incluso) è rilasciato con licenza Creative Commons 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/).
Il brano in sottofondo è “Withering Trash Receptacle” da “One Week in Sand” di “A Ninja Slob Drew Me”, tratto da http://www.jamendo.com/en/album/75465 e rilasciato con licenza Creative Commons 3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/