Inquiete

Nude fragilità

“Nude fragilità” © Donata Magnini 

“(…)

Anch’io non ho radici
che leghino la mia
vita – alla terra –
anch’io cresco dal fondo
di un lago- colmo
di pianto.”

Ninfee, Antonia Pozzi (1933)

Nel film “Antonia” di Ferdinando Cito Filomarino dedicato alla figura di Antonia Pozzi c’è una scena in cui la protagonista, nuda sul letto, contorce in spasmi di inquietudine un corpo di spirituale magrezza – evidente parafrasi iconica dei versi di Canto della mia nudità:

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto

(…)

Queste fotografie di Donata Magnini, viste a Pistoia alla mostra finale del Corso di linguaggio visivo dell’Associazione Fragment, sembrano fare un discorso simile, già dal titolo – “Nude fragilità”. 

La tensione che attraversa il corpo della modella, le lenzuola rosso cupo teatro d’inquietudine, la maschera nera di capelli che soffoca il volto. La pelle nuda sollevata dai marosi delle ossa, attraversata da spuma d’onda bianca: tutto è metafora di tempesta, di una condizione di apnea emozionale. 

Ma guardare le onde dal bagnasciuga non è la stessa cosa che vedere il medesimo movimento in mare aperto su una nave.  Se il moto ondoso è agitato, lo sguardo di Donata è fermo: è lo sguardo di chi, arrivato sulla riva, si volta indietro verso il pericolo scampato. E riflette sulla messa a nudo di un Io che deve perdersi, salvificamente, per ritrovare il punto di partenza.

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Le meraviglie del Cieco Vedere

“Un senso di indulgenza diffusa, allegra come un volo, la faceva, nel sonno, sorridere. Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. “Ma io dipingo” scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata.”

Anna Banti, Artemisia

There is a panther stalks me down 
(…)  Advancing always at my back (…)
I hurl my heart to halt his pace,
To quench his thirst I squander blood;
He eats, and still his need seeks food,
Compels a total sacrifice.

 Sylvia Plath, Pursuit

“Pursuit” (Inseguimento) è una delle poesie più famose di Sylvia Plath. La voce narrante fugge da una pantera, incarnazione delle forze del desiderio scatenate dall’appena conosciuto Ted Hughes, ma anche del fuoco inestinguibile che la minacciava da dentro. Sylvia lancia alla fiera il suo cuore per rallentarne il passo, il suo sangue per placarne la sete: la pantera divora tutto ma la sua fame non si estingue, quello che chiede è un sacrificio totale.

Immergersi nelle fotografie di Ilaria Facci evoca quel sentimento di fuga primordiale per la vita, fuga da un animale feroce che la sua storia personale induce ad identificare con il Dolore. La cognizione precoce di un dolore causato da un retinoblastoma, un tumore alla retina scoperto all’età di due anni, che le ha causato la perdita di un occhio. Ma Ilaria è sopravvissuta,  e non solo: ha scelto di lottare, per mezzo dell’Arte, per e con altre persone colpite dallo stesso male.

Il Dolore, protagonista dell’introduzione al suo Diario di viaggio (l’inizio si può leggere sul suo sito) è motore e al tempo stesso nutrimento della sua Arte. Dolore e Arte: bocca da sfamare, nutrimento, crogiolo di trasformazione in un continuum reversibile di ruoli legati a doppio filo, così come per Ilaria sono la Vita e la Morte:  “è come se io avessi fatto mia l’idea dell’indissolubile coerenza paradossale del binomio della vita, e della morte: una attinge dall’altra, sempre.”

La materia di questa trasformazione è fatta di corpo-membra-epidermide-tessuti; gesto e luce ne sono gli agenti. Si stenta a credere ad Ilaria Facci quando dice di non sapere molto della luce: certo molto sa di Storia dell’Arte. La luce delle sue fotografie è la luce fosca della pittura del Seicento, che insieme ai gialli, ai blu, ai rossi dei tessuti cangianti non può non evocare un’altra sublimazione di violenza subìta: quella di Artemisia Gentileschi. 

Ilaria come Artemisia reagisce all’offesa, da preda braccata si fa dominatrice; l’Arte è la sua arma di riscatto, e anche la sponda salvifica;  sorgente acquamarina di rinascita come nella sua più recente serie “Lazarus” .

Con quello che lei stessa definisce il suo Cieco Vedere, Ilaria ci mostra la strada. 

 

Il padre_2 Elinor Carucci

Carucci_My Father and I, 2002

“The camera is a way to get close, and to break free.” 

 Elinor Carucci

 

In un’intervista dal sito Visura Magazine  Carucci rivela che la sua fotografia documenta la vicinanza con i suoi familiari, ma al tempo stesso risponde ad un bisogno di indipendenza, di stabilire un confine, di mettere una certa distanza tra loro e se stessa. Una sorta di “connessione distaccata”, si potrebbe forse tradurre – che mi pare esattamente la qualità delle sue fotografie.

“My work is a documentation of closeness, as well as a need to establish a boundary, a certain distance between them and myself, in a detached and related way.”

A Laura Barton (The Guardian) Carucci spiega che non c’è grande differenza tra fotografie posate o no: è piuttosto una differenza di onestà. Barton conviene che il lavoro di Carucci è caratterizzato da una inflessibile onestà, che sembra manifestarsi soprattutto nella predilezione per fotografare i suoi soggetti svestiti. Predilezione che non è sempre frutto di una scelta deliberata quanto una conseguenza di uno stile di vita che a lei era sempre parso “normale”, fino a che non si è confrontata con le reazioni della gente. Non aveva affatto l’intenzione di provocare, ma si è resa conto che certe sue foto ammiccavano a certi tabù e a certe tensioni inespresse, e neanche pensabili: ma forse, viene da dire guardando le foto, fotografabili. 

“I guess it’s a combination of the way I was at home – the way my mom or dad would walk around in their underwear, or after their bath naked. It’s not like we’re living our lives naked, it’s just before the shower, where I can walk into the bathroom in my underwear and ask my father something. It’s so, so normal and I thought that most families are like that. I realised only after I took those images how unusual it is, because of how shocked people were by my photographs. I realise that some of my pictures were more provocative – like me and my father naked. Even for us, that was a bit weird. But images of me and my mum naked? I’m like, ‘What’s the big deal? You’ve never seen your mum naked?’ And many people said no. I was really surprised.”

Carucci_Father touches my hair, 2001Carucci_Father with white underwear, 1988Carucci_Mom touches Father, 2000

 

Carucci_My Father and I, 1999

Sguardo di figlia: il padre_1 Annie Leibovitz

Tempo fa qui sul blog ho dato spazio ad una serie di foto in cui diverse fotografe ritraevano la propria madre. Oggi inizia una serie in cui diverse fotografe (alcune presenti anche nella prima serie) ritraggono il padre.

La prima è Annie Leibovitz, con tre foto da “A Photographer’s Life, 1990-2005”, libro composto da foto di personaggi famosi alternate ad un diario intimo e a tratti molto cupo. Il padre, al contrario della madre, compare sempre insieme agli altri membri della famiglia, fino alla foto sul letto di morte – quasi che la morte, potente catalizzatore, abbia portato alla coscienza il rapporto a due.

IMG_9710Annie Leibovitz, My brother Philip and my father, 1988

IMG_9706Annie Leibovitz, My parents with their Grandson Ross, 1992

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Annie Leibovitz, My Father, February 3, 2005

Girl on Girl – 40 fotografe che dovresti conoscere

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Quando ho letto in rete dell’uscita di “Girl on Girl – Art and Photography in the Age of the Female Gaze” di Charlotte Jansen, ad aprile scorso, ho storto il naso. Come già detto in qualche post precedente sembra che alcune fotografe siano perse in un labirinto di specchi, e non vedano altro che donne, spesso proiezioni di se stesse. 

Poi però quando ho visto il libro in una vetrina della mia città non ho resistito e l’ho comprato, per curiosità e per parlarne in questo blog. Le fotografe scelte dall’autrice sono ben 40: sfogliare velocemente il libro è il modo migliore per non capire nulla. Merita prendersi del tempo e approfondire le 40 girls per conto proprio.  Si scoprono così cose molto interessanti: ad esempio che qualcuna di loro fotografa anche uomini, e con sguardo molto sessuato – ma evidentemente non sta bene dirlo.

Qui uno sguardo generale sul libro. Le fotografe spaziano dai temi consueti del corpo e dell’identità a terreni meno battuti come il rapporto donna-spazio. Cosa degna di nota: la critica non italiana usa senza remore le espressioni “female gaze” e “male gaze”, cosa che da noi è messa all’indice. Mi è capitato di assistere alla presentazione di una mostra di fotografe donne presentata da una ottima critica con un curriculum che rivelava chiaramente un’attenzione alle tematiche di genere, ma che (per non perdere tempo in polemica con i colleghi uomini presenti?) ha deliberatamente minimizzato questo aspetto. Guadagnandone certo in salute, ma rinunciando forse ad un po’ di contenuti. 

“Si è sempre in tempo dove si è destinati”

Di Tiziana Nanni avevamo già parlato qualche tempo fa. Con lei prosegue il discorso del post precedente – lo sguardo di donna sull’uomo.

Dal confine pubblico-privato qui l’indagine si fa più incalzante. La bolla prossemica è rotta, l’occhio tocca il confine della pelle, e oltre.

Le foto che ho scelto hanno un unico soggetto, e uno sguardo che si mantiene coerente attraverso le diverse tecniche: Polaroid, digitale, pellicola 35 mm e 6×6, cellulare. “Il mezzo conta poco” dice Tiziana, “la Fotografia è una.”

Tumblr

Flickr

© Tiziana Nanni 2013-2015. All rights reserved

Il personale, il politico

Le ultime polemiche sulla copertina di una rivista di moda femminile hanno confermato che lo sguardo delle donne è ancora intrappolato nel proprio riflesso allo specchio. Piuttosto che parlarne ancora, preferisco respirare aria nuova, aprire la finestra della stanza e guardare fuori – guardare altro. L’altro, l’uomo, soggetto molto frequentato dai fotografi, soprattutto in versione erotizzata, molto meno dalle fotografe.

Serena Ganzarolli vive a Roma, ha 25 anni e da poco più di due ha iniziato a fotografare. Dal suo cassetto, in mezzo a molte altre cose interessanti, abbiamo deciso di tirar fuori questa serie: un raro sguardo di donna che osserva l’uomo. Nello spazio privato e in quello pubblico (politico in particolare). Ma non c’è un confine netto: il politico entra in casa, nei libri, nella scrittura, e agli incontri politici si va anche con le bambole nello zaino.

Certi soggetti, dice Serena, sono ripresi “in un certo ambiente politico di sinistra dove di solito le donne sono la minoranza, e quindi spesso gli occhi sono puntati su di loro neanche fossero panda in estinzione. In realtà la cosa curiosa è che i maschi non capiscono che sono spesso loro, al contrario, a rivelarsi molto interessanti.”

tutte le fotografie sono di Serena Ganzarolli © All rights reserved

Donne sulla donna – un’indagine di Efrem Raimondi

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Efrem Raimondi sul suo blog pone in questione lo sguardo della donna sulla donna.

Lo fa mostrandoci dodici autrici con una selezione di cinque immagini a testa sul tema donna, e le loro risposte (linkate in pdf sotto ogni serie) alle domande che riporto qui sotto.

(tra le dodici ci sono anche io, con un estratto da un lavoro di un po’ di anni fa dal titolo “Confidenze intime”)

Donne sulle donne

  1. Trovi che il tuo modo di fotografare le donne abbia qualcosa che lo connota come sguardo specificamente femminile? (spiegare perché)
  1. Cosa pensi dello sguardo maschile sul tema Donna?
  1. E come pensi venga affrontato dai media? Tutti, mica solo i magazine
  1. Perché hai deciso di fotografare la donna?
  1. Nel mondo femminile è diffuso il modo di dire “parliamone da donna a donna”, che presuppone una sorta di complicità: esiste anche nel fotografare?
  1. Hai mai fotografato soggetti maschili? Il tuo sguardo cambia?

Femminile plurale in mostra

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A Firenze, al Caffè letterario Le Murate, una mostra a cura di Martino Marangoni della Fondazione Studio Marangoni riprende il tema dell’autoritratto femminile contemporaneo, proseguendo idealmente la ricerca di una specificità “di genere nel genere”.

Nell’immagine qui sopra si vedono esposti alcuni lavori di Beatrice Lontani: autoritratti in cui l’artista, fresca di studi classici,  ha scelto di interpretare personaggi femminili della tragedia greca, per un sentimento di vicinanza ritenuto non solo personale, ma femminile universale. Narrativamente e visualmente  incisiva.

La mostra è composta in tutto da cinque serie di altrettante fotografe: Martina Aiazzi Mancini, Serena Gallorini, Beatrice Lontani, Costanza Maragliulo, Hoya Pallida.  Qui una panoramica sui diversi punti di vista.

Lo sguardo di Naima

Per chi sta a Roma e dintorni, una bella occasione per ribaltare i consueti punti di vista. Naima Morelli (alias Amarilli), che ha già dimostrato di avere uno sguardo interessante sulle donne, ci mostra ora il suo sguardo sugli uomini.

Lo sguardo di Lei su di Lui – Acquerelli di Naima Amarilli
Donne che dipingono uomini, ovvero donne che danno voce e forma al proprio desiderio.
Le immagini maschili realizzate da mani femminili sono molto rare nella Storia dell’Arte; da sempre il nudo è stato uno dei soggetti privilegiati della pittura di tutti i tempi, ma i più affascinanti e famosi corpi dipinti della storia dell’arte appartengono quasi esclusivamente a donne.
Dunque è andata avanti così, per proprietà di pennello dei secoli scorsi, questo è vero, per slittamento del contemporaneo su tematiche diversificate da un figurativo hic et nunc, ma anche e soprattutto per via della mentalità comune secondo la quale “il corpo della donna è più bello”, relegandola troppo spesso ad un ambito di oggettivazione, non necessariamente negativo, ma sicuramente non dialogico.
Si tratta di entrare nel campo della proiezione del desiderio, invece che in quello dell’immedesimazione.
La scelta di uno spazio espositivo all’interno della storica Casa delle Donne non è casuale, rappresentando questa esposizione una piccola ma decisiva presa di posizione.
Invertendo i ruoli, parte della ricerca artistica sull’acquerello di Naima Amarilli verte su questo tema, con accenti alle volte lirici, delicati o velatamente erotici.
Corpi sintetici alla Schiele, che sembrano disfarsi oppure che emergono sensuali.
La bellezza e la ricerca sul corpo sono sempre al centro del discorso, ma stavolta è il punto di vista a cambiare.
Caffè Letterario della Casa Internazionale delle Donne – Via della Lungara, 19
dal 18 marzo al 23 marzo 2012
inaugurazione 18 marzo ore 18
orari di apertura: dalle 15 alle 18
Caffè Letterario: spazioincontrocidd@gmail.com