La febbre

ph.© Francesca Stella

La seguivo da tempo, silenziosamente, aspettando il momento in cui ne avrei parlato.

Un colpo di fulmine il suo blog scoperto in rete,  attraverso il racconto di un workshop di ritratto con lui.

La parola che mi viene per definire il suo lavoro è  febbre.  Contrapposta a tanto estenuato, slavato, catatonico concettuale languore di certa fotografia attuale.  Le sue foto pulsano,  scottano, bruciano di luce propria con i soli eterni ingredienti della Fotografia:  occhio, luce, soggetto, pellicola /sensore.

Vedere per credere, respirare profondamente, ghiaccio a portata di mano.

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Vivere!!!

Giulia ha qualcosa di urgente da dire,  come molte altre ragazze e ragazzi che soprattutto in questi giorni stanno facendosi sentire.   Queste le sue parole.

Vengo ora da un colloquio serale; un colloquio di lavoro per diventare animatrice per bambini. E’ un gruppo magnifico, vorrei farlo vedere alla nosta amata ministra. Ragazze di 20-22 anni, hanno tirato su un’associazione dal niente, e ne hanno fatto una professione; sono appassionate e intraprendenti.

E’ il loro sogno, e l’hanno realizzato da sole, con fatica e tenacia. E’ il loro sogno, non il mio.

Io sono in una fascia di mezzo: troppo giovane per avere esperienza, troppo adulta per iniziative. Ma forse questa seconda cosa è solo un’alibi.

Non lo so.

Una cosa la so di per certo però: ho 26 anni, una laurea ottenuta con entusiasmo, fatica e passione. Vivo sola, perchè a 26 anni non voglio più dipendere dai miei genitori. Genitori meravigliosi, volenterosi, grandi lavoratori, impegnati e energici, ridotti all’osso da un paese che se poco offre a me, quasi nulla ormai offre a loro. Ma mi appoggiano e mi aiutano e mi sostengono.

26 anni, una laurea, un lavoro nel sociale che mi porta a contatto con persone che si definiscono (e cito) “ingombranti ma invisibili”. Persone disabili.

400 euro al mese: cifra che non basta neanche per l’affitto.

260 euro: quello che riesco a racimolare con un lavoro da babysitter che occupa 10 ore della mia giornata.

Un tirocinio obbligatorio, GRATUITO, perchè sia mai che il lavoro di 5 anni di studio debba essere ricompensato.

600 euro dunque. Così campo io; così campiamo in moltissimi, troppi.

Mi sono infuriata: siamo definiti mammoni, bamboccioni, pigri, sfigati e ora “choosy”, schizzinosi.

Schizzinosi?? quanti di noi sono laureati (ma anche no) e passano le mattinate a mandare curricula per fare il lavapiatti? quanti sono in mobilità, cassa integrazione, disoccupati, o a casa di mamma e papà a 30 anni perchè con 600 euro al mese una casa non la paghi?

Stamattina mi sono svegliata come sempre alle 6. Mi sveglio 2 ore prima di dover uscire per lavoro, per guardare annunci su internet e mandare il mio curriculum in giro. Stamattina l’ho mandato a 1 azienda, 2 ristoranti, 4 mamme in cerca di babysitter.

Alle 8 sono andata dai “miei” disabili; alle 14 ero a casa per un boccone, alle 15 in macchina per prendere la piccola che tengo il pomeriggio. alle 19 ho finito, alle 20 ero a fare un colloquio.

Non è stata una giornata particolarmente piena, lo devo ammettere.

Ma un senso di disagio era già presente in me dalle 6: ho scritto su fb e riporto:

analisi e autocritica: come mai non siamo tutti a Roma con le mani piene di sonori schiaffi da distribuire? Cosa ci devono dire per farci incazzare una volta per tutte?

Sono arrabbiata, sfinita, distrutta. Sono preoccupata. Choosy? non sono choosy, sono esaurita…

Io oggi non dovevo essere in associazione, non dovevo prendere la piccola, non dovevo andare al colloquio: dovevo essere in strada ad urlare un furore che mi sta facendo tremare. Darei l’anima per fare la lavapiatti, la porta pizze, la donna delle pulizie, e vedere il volto di mio padre sereno, perchè sua figlia può pagare le bollette. Darei la vita per poter portare avanti il tirocinio (non pagato) che mi serve per fare ciò per cui, cara ministra, ho studiato e sudato. Non è essere schizzinosi, è chiedere ciò che ci spetta. E a 26 anni mi spetta ragionare per passione e voglia e grinta, non per quanti soldi servono per tirare a campare. E mi servono istituzioni che mi aiutino in questo, non che mi maltrattino e offendano qualunque sia la scelta di vita che faccio. Scelta, mi viene quasi da ridere: noi non abbiamo una scelta. Non possiamo neanche volendo, cara ministra, essere choosy.

Sarei voluta scendere in piazza, urlando, portando con me altre 1.000, 2.000, 100.000 ragazzi e ragazze come me. Vogliamo lavorare, vivere e sognare, non più sopravvivere.

Perchè invece sono a casa, stremata e distrutta? perchè i miei amici non sono in piazza con me? cosa devono farci o dirci ancora?

“Perchè sono stato tutto il giorno a lavoro” mi ha detto il mio migliore amico (che per lavoro, sia chiaro, intende tirocinio non pagato). “Perchè in piazza ci va chi ha tempo tesoro, e io e te tempo non ne abbiamo”. Porca puttana. Non ne abbiamo. E non ne abbiamo perchè dobbiamo sopravvivere. No, è un alibi forse. La verità è che io e con me tutti i giovani che state martoriando, cara ministra, mi sento schiacciata. Pietrificata.

Voglio urlare, ma non ho più voce. Voglio correre, ma non ho più forze. Siamo talmente esausti da non riuscire più ad arrabbiarci.

E anche con queste parole, non riesco a far uscire neanche la metà della rabbia che ho in corpo. Sto tremando.

Domani nuova sveglia alle 6. Si ricomincia. Ho scritto la parola choosy sul muro… perchè questa volta non voglio che la passino liscia, perchè questa volta non voglio che la rabbia si affievolisca, e che la vita mi inghiotta come sempre. Voglio arrabbiarmi come oggi.

Svegliamoci! Urliamo, corriamo!

Chi ci aiuta c’è, cominciamo a pretendere ciò che ci spetta. Vivere.

Il racconto di Giulia è oggi anche su Il Cambiamento , sul Corpo delle donne e su Io sono te

Detox

Carnem, installazione collettiva (in progress)

Rinfrescare lo sguardo, depurandolo dalla massiccia esposizione quotidiana a corpi patinati e omologati.

E’ possibile farlo fino a febbraio 2013 a “Carnem”, alla Fabbrica del Vapore a Milano, dove ci si può immergere in un trip fotografico collettivo tutto sul tema del corpo, fatto di mostre, eventi, workshop.

Altre visioni possibili a Modena, dove la mostra Changing Difference. Queer politics and shifting identities, in collaborazione con il festival bolognese Gender Bender, propone l’opera di tre artisti della New York underground degli anni ’70-’80, foto e films in cui arte e vita sono strettamente connesse fino alle estreme conseguenze.

Infine un bel libro, non nuovo ma in tema, “Il corpo nell’arte contemporanea” di Sally O’Reilly, racconta i tanti modi in cui il corpo, interrogato dall’arte, continua a parlarci della condizione umana: una significativa anteprima potete leggerla qui.

Il mondo secondo Dana

Self in diptych © Dana de Luca

Se solitamente un autoritratto è un monologo, la voce dei Self in diptych di Dana de Luca è piuttosto un dialogo interiore. Questi dittici composti da autoritratti e singole foto scelte dal suo archivio sono immagini solo apparentemente scisse nella sintassi, in realtà contigue come un flusso di coscienza o di libere associazioni, generate per via non logica ma intuitiva.

Così pure non c’è scissione ma contiguità nel mondo di Dana de Luca:  è un posto dove ti senti un po’ insicura, come ad andar sola di notte e sentire dei passi alle spalle, anche se non sembra notte né giorno, piuttosto un terzo tempo indefinito,  abitato da presenze inquiete.  Ma il mondo di Dana è anche un posto confortante, proprio perché abitato da presenze inquiete.  Drag queens al trucco e modelle in backstage, donne in piazza e webcam girls in standby, nightclubbers  e donne reduci da violenza domestica.  E’  un mondo dove si annullano i confini:  tra sesso e generi, tra chi guarda e chi viene guardato, tra umani, animali, statue, cose.  Tra pixel e pelle, tra chi sta dentro uno schermo e chi ne sta fuori.  E in questa promiscuità senza ombra di giudizio ci si sente a casa.

le galleries su photoshelter

gli album su FB

Monica e la censura

Monica Bellucci © Peter Lindbergh (GQ 1999)

Monica Bellucci è sempre stata bellissima, e sono sicura che lo sia ancora oggi a quasi 50 anni. Proprio per questo vorrei tanto vederla, per vedere come si può essere belle a quell’età.  E invece no, ce la censurano.

Nel corso del 2012 l’hanno messa sulle cover di Glamour, Vanity Fair e MySelf, a dichiarare che non vuole rifarsi, che è un’assurdità a 40 anni dover essere come a 20, che invecchiare e vedere il corpo che cambia è bello e tutta la sagra del politically correct a cui le riviste hanno capito di doversi adeguare per non essere sputtanate sul web.

Peccato che con le immagini le abbiano fatto affermare esattamente l’opposto, ritagliandola come una bambolina di carta (guardate le proporzioni improbabili di collo e braccia sulla cover di Myself!!), liftandola come una diciottenne e piallandola come una carta da gioco (persino all’estero hanno chiacchierato sulla cover di Glamour, anche perché la versione U.K. della stessa rivista si era pubblicamente schierata per una diversa politica del fotoritocco).

Politicamente corretta è diventata anche la nuova Amica dopo le contestazioni di donne e animalisti al primo numero. Ora è una rivista piacevole da sfogliare, con  l’asso nella manica di un maestro della fotografia come Giovanni Gastel a realizzare la maggior parte dei servizi, e un occhio sociologico alla memoria del passato con una riproposizione di estratti e cover dai vecchi numeri ogni mese. Ma qualche volta anche Amica si dissocia da se stessa: “non siamo bambole” afferma nel mese di settembre, mostrando Carol Alt truccata e ritoccata ad immagine e somiglianza della barbie che porta in mano.

Il paradosso finale è che in questa schizofrenia sono le immagini taroccate a dire la verità: come negli umani il linguaggio del corpo è spesso la spia delle vere intenzioni aldilà delle parole, così nelle riviste il linguaggio delle immagini, più immediato e inconsciamente impattante del verbale, fa passare il vero messaggio (vietato invecchiare!) aldilà delle affermazioni politically correct delle parole.

Ps: in Australia la rivista Cleo, bombardata da firme e messaggi di protesta (poi rimossi) anche sulla bacheca FB, nella sua retouching policy scarica la colpa sugli agenti delle celebrities, che non ne avallerebbero la pubblicazione in copertina senza fotoritocco…continuiamo a farci del male, avrebbe detto qualcuno che sosteneva, giustamente, che “le parole sono importanti”:  ma le immagini pure.