Costanza della passione

La prima volta che ho incontrato Costanza è stato quasi venti anni fa.  Le nostre foto erano esposte insieme in una sala  nei pressi di Santa Croce a Firenze.  Costanza era una creatura lunare,  eterea  e faceva bellissime foto:  stampe baritate opache che sembravano uscite da un baule del secolo prima,  sbiadite come immagini di sogno.  Se non fosse un aggettivo svuotato da troppa brutta poesia, direi: poetiche.

La ritrovo oggi, per merito di Internet ma, soprattutto, della comune passione per la fotografia.  Scopriamo punti di vista in comune, e la vado a trovare nel laboratorio della Bottega a Marina di Pietrasanta,  con cui collabora  oltre ad essere fotografa in proprio.  E’  sempre lunare ed eterea, e fa sempre foto bellissime.  Colorate e nitide oggi, e crudamente reali.

in foto: Costanza Mansueti fotografata da me

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La madre 6_Elinor Carucci

foto © Elinor Carucci, dalla serie Closer

Un grazie di cuore a Veronica Vituzzi,  lettrice del blog e amica virtuale,  per avermi ricordato che Elinor Carucci (di cui avevo parlato anche qui) è da inserire a pieno titolo nella serie sulle madri.

A commento di questa foto (e altre ne trovate sul sito) lascio la parola alla stessa Veronica.

“c’è qualcosa di davvero affascinante nelle immagini della madre di Elinor Carucci.  Donna, e anche compagna, madre, nonna, sul suo corpo e il suo sguardo le rughe assomigliano a un qualcosa in più che viene aggiunto, piuttosto che tolto, come se nessuna esperienza cancellasse l’altra e anzi si fondessero, e arrivare a una certa età fosse il traguardo per poter essere finalmente giovani, e vecchi, sensuali, figli e genitori, protettivi e vulnerabili, consapevoli, tutto assieme. La maturità così come dovrebbe essere: ricchezza.”

Postilla: nel novembre 2009  Elinor Carucci venne a presentare il suo lavoro a Firenze,  in un incontro organizzato dalla Galleria dell’Accademia e dalla Fondazione Marangoni. Mostrò le immagini e ne descrisse la genesi, in particolare della serie Closer da cui sono tratte anche le foto della madre. Alla fine ci furono due interventi dal pubblico, di due donne. La prima era turbata e disse di non capire come fosse possibile mostrare a tutto il mondo scene così intime di vita personale e familiare. La seconda si complimentò e ringraziò calorosamente l’autrice per mostrare quelle scene così intime di vita personale e familiare.

La madre 5_il mio sguardo

Il mio “sguardo di figlia”  non può essere uno sguardo diretto, perché da diversi anni mia madre non vuol farsi fotografare.  Ricordo di averle fatto una foto per la carta d’identità nel ’98 – occhiali eleganti, foulard al collo, capelli biondo rame.  Poi una  di nascosto (fingendo di fotografare la gatta), un paio di anni fa in soggiorno, in versione relaxed – felpa e tuta da jogging.  Di vent’anni fa  sono le uniche foto che le ho fatto in posa:  ma il mio sguardo di allora non è quello di ora.

Dunque ho scelto questa foto,  fatta non da me che all’epoca avevo tre anni, ma da un fotografo di spiaggia.  Io ho aggiunto la luce sul viso – sorridente occhiazzurro nel ricordo,  abbagliante,  irraggiungibile.

Per un ruolo attivo delle immagini. La pittura di Letizia Menconi

Immagini dalla mostra “Femminilità violata” di Letizia Menconi –  Giardino dei Ciliegi, via dell’Agnolo 5 Firenze,  fino al 18 maggio. Info orari 0552001063

Di quanto sia difficile parlare del problema violenza attraverso le immagini ne avevamo parlato lo scorso novembre qui.

E’ un problema che va a toccare il nodo cruciale del ruolo dell’immagine nella comunicazione collettiva.  A cosa serve infatti un’immagine? Cosa si propone di fare, e cosa riesce a fare?

Le immagini di volti con make-up che simula lividi e occhi pesti vuole evocare il problema, ma ottiene un’effetto estetizzante-irritante – in una parola: controproducente.

Le fotografie di volti in lacrime o di donne rannicchiate in posizione di vittime, che ci vogliono dire quanto soffrono le donne per la violenza,  hanno un effetto psicologico deprimente.

La fotografia documentaria riesce, per quel po’ di fiducia “referenziale” che ancora gli viene concessa (noi speriamo ancora a lungo), a dirci qualcosa di più: testimonia che la violenza è accaduta, accade – e, se siamo mediamente sensibili, ci fa empatizzare con la vittima.

Ma per una comunicazione etica c’è bisogno di andare oltre.

Le figure di Letizia Menconi, pittrice autodidatta alla sua prima mostra, “Femminilità violata”, al Giardino dei Ciliegi di Firenze fino al 18 maggio, sintetizzano molto bene la contraddizione tra la necessità di rappresentare il problema e l’urgenza di superarlo. La rigidità delle sagome disegnate su materiali poveri evoca il dolore, la paralisi del trauma, la contrattura del corpo. Ma l’esplosione di colori contraddice tutto questo e ci dice voglia di vivere, energia che non si fa imprigionare.

Il mezzo pittorico, con la sua maggior vicinanza all’immaginazione, riesce a compiere il necessario salto di significato.

La fotografia potrebbe riuscirci?

Il problema è complesso.  Sicuramente l’immagine, se vuole avere nel discorso pubblico un ruolo attivo, deve smettere di mostrarci ombretti viola e lacrime di glicerina.

La madre 4_Annie Leibovitz

Marilyn Leibovitz fotografata dalla figlia Annie (1997)

“La prima volta che fotografai mia madre in modo formale fu nel 1974, quando avevo da poco cominciato a lavorare per Rolling Stone. Ero andata a far visita ai miei genitori nella loro casa di villeggiatura sui monti Catskill, e chiesi a mia madre di danzare per me. Quel servizio fu una sorta di rito di passaggio. Io ero una fotografa e lei una ballerina.

Molti anni più tardi, quando mia madre aveva ormai più di settant’anni, la fotografai a casa mia, nel nord dello Stato di New York, ancora una volta durante un pomeriggio estivo. Sistemammo una sedia sul prato, all’ombra. Era molto nervosa e, quando le domandai quale fosse il problema, mi rispose che aveva paura di sembrare vecchia. Era una donna forte, abituata ad avere il pieno controllo della situazione. Sono rare le persone disposte a esporsi tanto.

In olte occasioni ho sostenuto di non avere una foto preferita. Eppure, più passa il tempo, più il ritratto di mia madre mi appare significativo. Forse è proprio questa la mia foto preferita. E’ totalmente onesta. Mia madre mi guarda come se la macchina fotografica non ci fosse.”

Da Annie Leibovitz “At work”

Nel libro questa fotografia è quadrata, con più spazio intorno al soggetto. Questa versione, che preferisco perché mi sembra che lo sguardo arrivi con più intensità,  era apparsa precedentemente nel volume “Women” di Leibovitz.  Nonostante quello che racconta la figlia, esprime una sicurezza fuori dal comune.

La violenza nelle immagini

Parlando di femminicidio (e chi trovasse questa parola inelegante o inopportuna ne studi la storia nell’omonimo libro di Barbara Spinelli), da tempo il collettivo Femminismo a Sud fa un eccellente lavoro di analisi della rappresentazione della violenza sulle donne nei media, decostruendo la “versione dei fatti” che essi – appunto – costruiscono. A partire dalle immagini, con questo post  e questo video:

Video/analisi contro la violenza sulle donne a cura di http://bollettino-di-guerra.noblogs.org
Il video (testo incluso) è rilasciato con licenza Creative Commons 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/).
Il brano in sottofondo è “Withering Trash Receptacle” da “One Week in Sand” di “A Ninja Slob Drew Me”, tratto da http://www.jamendo.com/en/album/75465 e rilasciato con licenza Creative Commons 3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/