I modi per dirlo


L’amicizia e la solidarietà tra donne è un tema molto attuale.  Questo è uno dei modi più belli  in cui se ne può parlare.

“Sustaining”, un breve assaggio della coreografia di  Lorella Rapisarda sul sostenersi a vicenda.
Associazione ADARTE
danzano: Anna Balducci e Lorella Rapisarda
Musica originale: “Firedance” di Ermanno Rosati
Video: Giacomo De Bastiani

se non visualizzi  il video prova qui

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Someone to love

Cristina Nunez, autoritratto (Someone to love)

Vado via qualche giorno, vi lascio in compagnia di Cristina Nunez (non so mettere l’accento circonflesso sulla n), una bravissima fotografa che lavora soprattutto sull’autoritratto. Qui il suo libro e il sito sul progetto Self-portrait, qui il suo sito ufficiale.

Il coraggio del Direttore

Vogue Italia giugno, particolare della copertina

E dunque, dopo la petizione contro i siti pro-ana che ci era parsa contraddittoria e insufficiente, diamo atto che Vogue ha dato finalmente un segnale forte, esponendosi in prima persona nell’affermare che la bellezza non è necessariamente sinonimo di magrezza. Lo ha fatto con una copertina ed un servizio che potrà attirare (e lo sta già facendo) critiche di altro segno, per aver usato un erotismo poco velato: ma in questo caso, la direttrice Sozzani lo dice chiaramente, è stata una scelta mirata a creare un’eco più vasta possibile.  E  credo che abbia ragione: io posso dire che avrei preferito un servizio in stile più naturale e sobrio, alla Peter Lindbergh – ma probabilmente non ne avrebbero parlato in molti (all’interno comunque ci sono foto “vestite”, e sul tema un articolo di Michele Serra e un raffronto con le forme nell’arte contemporanea).

E invece la scelta è stata provocatoria fino in fondo e, insieme agli elogi, ha provocato un fuoco incrociato di doppie critiche – per i corpi non canonici, e per il nudo. L’effetto delle due cose insieme è stato deflagrante – i commenti sono stati centinaia sul “blog del Direttore”, e l’eco sul web è ancora vivo.

Proprio i commenti sono stati la parte più sconvolgente: se c’è stato chi – donne e uomini – ha espresso entusiasmo e gradimento in toni normali, non è mancato chi è regredito all’insulto da scuola elementare (qualche donna ma soprattutto uomini) e chi (donna) per sentirsi bene deve etichettare con disprezzo il diverso da sé: un successivo post del Direttore per spiegare che non era una questione di schierarsi tra grasse e magre non è servito a placare gli animi – anzi. Ci sarebbe materiale per uno studio antropologico –  sulla genesi dell’odio per il diverso.

Ma soprattutto la cattiveria nei commenti di chi offende “le grasse” (c’è chi arriva a dire che tutte le grasse sono cattive come Sabrina Misseri…) fa pensare: a quanti fantasmi si proiettano sul corpo delle donne.

(qui trovate riuniti alcuni dei commenti più regressivi)

Indubbiamente il Direttore stavolta ha avuto coraggio. “Sono sempre di più le lettrici che, anche sulle rivista di moda vogliono veder rappresentato il mondo reale, fatto di persone non ossessionate dalla propria magrezza ma capaci di accettare e rispettare il proprio corpo per come è nella sua naturalezza”. Noi lo dicevamo da un po’. Ora speriamo che dopo un esordio sopra le righe i corpi femminili “non conformi” possano entrare più tranquillamente a far parte dei normali servizi di moda (già all’interno di questo numero si è iniziato, va detto). Senza insulti e senza scandali. Perché le donne di tutte le forme, semplicemente, esistono.

Spunti

Nel mese di maggio sono stata invitata a parlare di fotografia al corso universitario di Pedagogia dei Media. La docente ha mostrato alla classe (mista) il documentario “Il corpo delle donne”, che è stato poi commentato. Ho scelto di agganciarmi all’affermazione di Zanardo secondo cui le donne si guardano tra di loro come se avessero introiettato lo sguardo maschile. Partendo da qui ho mostrato loro alcuni esempi di sguardi di artiste in relazione all’identità femminile, iniziando con le fotografie dalla serie  “Untitled Film Stills”  realizzate da Cindy Sherman nei tardi anni ’70, in cui l’artista mette in scena se stessa in costumi, pose e ambienti tipici di certi generi cinematografici. Il punto di vista del cinema, secondo l’analisi della critica femminista Laura Mulvey, riproduceva il punto di vista maschile rendendo la donna tipicamente oggetto dello sguardo: Sherman in questi fotogrammi fittizi accentua questo voyeurismo e ri-proietta sullo spettatore il suo stesso desiderio, rendendosi ai suoi occhi opaca, respingente, caricatura della femminilità come mascherata.

Abbiamo poi visto come negli stessi anni Francesca Woodman (1958-1981) esprimesse uno sguardo su se stessa completamente autonomo dalle rappresentazioni mediatiche, influenzato forse dal surrealismo ma soprattutto risultante di un personalissimo percorso interiore,  in cui la ricorrenza del nudo e la forte sensualità dell’artista testimoniata da chi la conobbe (cfr. “The Woodmans”) non si incanalano mai in forme precostituite.

Tra le artiste attuali ho scelto la bravissima  Giulia Caira (1971), che dalla fine degli anni ’90 usa foto e video per stravolgere  fino al grottesco gli stereotipi del femminile. Nelle foto qui sopra la vediamo come casalinga disperata, distesa sul pavimento nuda e avvolta nel domopack, imprigionata in panneggi celeste-madonna a metà tra santità e centro estetico, da cui affiora come naufraga in alto mare. Tratto tipico della contemporaneità, nel lavoro di Caira è ben presente il tema dell’ossessione per la perfezione corporea, ironicamente espresso nel video “Non conforme” dove l’artista “si misura” con un metro da sarta sulle spersonalizzanti musiche dei Kraftwerk (per vederlo cercatelo qui tra i suoi video).

Per raccontare un altro versante stilistico ho fatto passare tra i banchi il fondamentale libro “Women” di Annie Leibovitz, mirabile saggio antropologico in cui l’universo femminile è realisticamente rappresentato in tutta la sua infinita varietà.

Ho poi proposto ai ragazzi la domanda che si ritrova in alcuni forum di fotografia: perché nei gruppi fotografici ci sono più autoritratti al femminile che al maschile? Al di là delle ricorrenti risposte secondo cui “le donne sono più abituate a mostrare i propri stati d’animo”, o “le donne sono più vanitose”, ho suggerito che forse la ragione principale è che la donna ha iniziato storicamente da pochissimo tempo a vedersi  – dopo essersi sempre vista attraverso lo sguardo maschile (cfr. J. Berger, “Questione di sguardi”, e P. Bordieau, “Il dominio maschile”).

Infine ho parlato delle donne che fotografano gli uomini riprendendo quanto detto qui in questo post, mostrando con gli esempi di Niccolini, Goldin e Carucci la differenza tra un tipo di sguardo estetizzante-oggettivante che esalta le caratteristiche fisiche e lo sguardo che fotografa piuttosto l’intimità con l’altro. Anche qui ho invitato a chiedersi perché ci sono poche donne che fotografano uomini: si sente spesso dire che le donne sarebbero “meno visive”, ma se così fosse non ci sarebbero tante fotografe….piuttosto anche in questo caso è bene domandarsi quanto abbiano finora influito le ragioni socio-culturali.

Il tempo è stato breve, ma spero di aver dato almeno qualche spunto di riflessione.

Riferimenti immagini:

1-2-3 Cindy Sherman da Untitled Film Stills(1977-1980)

4-5-6 Francesca Woodman On being an angel #1 (1977),  Eel Series  (1977-78), NewYork (1979)

7- Giulia Caira da Deja vu (2001-02) e 8-9 Untitled (1997-99)