Girl on Girl – 40 fotografe che dovresti conoscere

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Quando ho letto in rete dell’uscita di “Girl on Girl – Art and Photography in the Age of the Female Gaze” di Charlotte Jansen, ad aprile scorso, ho storto il naso. Come già detto in qualche post precedente sembra che alcune fotografe siano perse in un labirinto di specchi, e non vedano altro che donne, spesso proiezioni di se stesse. 

Poi però quando ho visto il libro in una vetrina della mia città non ho resistito e l’ho comprato, per curiosità e per parlarne in questo blog. Le fotografe scelte dall’autrice sono ben 40: sfogliare velocemente il libro è il modo migliore per non capire nulla. Merita prendersi del tempo e approfondire le 40 girls per conto proprio.  Si scoprono così cose molto interessanti: ad esempio che qualcuna di loro fotografa anche uomini, e con sguardo molto sessuato – ma evidentemente non sta bene dirlo.

Qui uno sguardo generale sul libro. Le fotografe spaziano dai temi consueti del corpo e dell’identità a terreni meno battuti come il rapporto donna-spazio. Cosa degna di nota: la critica non italiana usa senza remore le espressioni “female gaze” e “male gaze”, cosa che da noi è messa all’indice. Mi è capitato di assistere alla presentazione di una mostra di fotografe donne presentata da una ottima critica con un curriculum che rivelava chiaramente un’attenzione alle tematiche di genere, ma che (per non perdere tempo in polemica con i colleghi uomini presenti?) ha deliberatamente minimizzato questo aspetto. Guadagnandone certo in salute, ma rinunciando forse ad un po’ di contenuti. 

Estetica dispotica

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A Firenze, venerdì 5 febbraio alla PolverieraSpazioComune, il Collettivo DeGenerate ha presentato un documento su – o piuttosto contro – “l’estetica come dispositivo di controllo”.

A corredo del documento una rassegna di immagini di corpi femminili e maschili tratti da riviste e altri media, e piccoli inserti di testo (vedi foto).

Il documento, dal titolo “Estetica Dispotica o l’insostenibile leggerezza dell’apparire”, si può leggere per intero qui: di seguito alcuni stralci (NdR il re si rivela sempre più nudo, e gli anticorpi nelle nuove generazioni ben agguerriti. E noi, ovviamente, strafelici).

(…) il concetto di bellezza è stabilito a priori dalla società e acquisito dalla mente degli individui che lo fanno proprio durante la crescita

(….) La questione dell’apparenza e del suo valore, seppur a prima vista un problema superficiale, tocca in realtà moltissimi nodi e influenza la formazione degli individui e il loro esistere in società. Proprio su questo abbiamo incentrato il nostro percorso, osservando l’estetica come un dispositivo di controllo, e studiando come questo si sia radicato e come sia andato via via diffondendosi.

(…)(dispositivo): qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi (G.Agamben)

(…) Il “dispositivo estetica” serve principalmente due scopi: continuare a far considerare estetica e bellezza dei valori e delle qualità imprescindibili, che occupano perciò la mente ed il tempo degli uomini e (soprattutto) delle donne, e creare un’industria e una vasta gamma di prodotti e servizi di cui si pensa non poter assolutamente fare a meno.

(…)Non vengono quindi dettate delle regole o degli obblighi con violenza: si creano piuttosto dei modelli da seguire che piano piano, a forza di immagini e di messaggi ripetutamente trasmessi, vengono interiorizzati dal soggetto e riprodotti. I principali strumenti di questo dispositivo sono dunque l’educazione e i media.

È importante che le donne, le ragazze e ancor prima le bambine riescano a riconoscere e mediare queste influenze deleterie per iniziare a ribellarsi all’omologazione e oggettivazione da sempre in atto sul nostro corpo e dunque sulla nostra persona ed esistenza.

il fulcro del problema si trova infatti per noi nel controllo esercitato dal sistema sulle nostre scelte attraverso l’ossessione per l’apparire. All’interno di un percorso di lotta teso alla liberazione dei nostri corpi, mettere in discussione il bisogno di aderire ad uno (o più) modelli preconfezionati di bellezza diventa per noi un passaggio fondamentale. Il corpo è il centro dell’oppressione delle donne, quindi è da questo che dobbiamo partire.

Un altro elemento che entra in gioco parlando di estetica è il desiderio. Sfruttando una definizione di Gilles Deleuze* potremmo dire che ogni nostra scelta legata all’estetica, dal colore dello smalto al modello di scarpe, non esprime semplicemente la voglia di un certo oggetto rispetto ad un altro ma piuttosto la volontà di adesione ad uno scenario o ad un ambiente che ci sembrano più accattivanti e vincenti di altri. Queste scelte incidono come abbiamo visto anche su componenti quali il linguaggio e la gestualità, che tenderemo a conformare a quelli richiesti dal contesto. Diventa perciò importante riappropriarsi del desiderio come costruzione personale piuttosto che replica infinita di un canone precostituito.

(…) Provare a liberarsi è provare a mutare l’ordine delle nostre priorità

(…) rifocalizzare ciò che conta e costruire nuovi percorsi di lotta

* “Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’. Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Quando una donna dice “desidero un vestito” è evidente che non lo desidera in astratto. Lo desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. […] Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole … di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio” (Gilles Deleuze, L’abecedario)

Un’indagine di Efrem Raimondi: Donne sulla donna -2

Sul blog di Efrem Raimondi prosegue con nuove autrici (Sophie Anne Herin, Manuela Marchetti, Claudia Margaroli,  Sara Munari, Tiziana Nanni, Patrizia Savarese) il discorso “Donne sulla donna”, iniziato qui (con Laura Albano (sottoscritta), Elisa Biagi, Silvia Cardia, Monica Cordiviola, Dana de Luca, Isabella De Maddalena, Iara Di Stefano, Benedetta Falugi, Cinzia Garbi, Antonella Monzoni, Maria Serena Patanè, Vanessa Rusci).

Prosegue anche la relativa discussione all’interno delle risposte delle singole fotografe e nei commenti. Ecco dunque il link alla seconda puntata e, a promemoria, le domande rivolte alle autrici.

(permane l’impressione che sia stato toccato un tabù, una patata bollente da toccare con i guanti o far finta di non vedere…)

 

 

Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

Fast Forward: Women in Photography – un simposio alla Tate Modern

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Qiana Mestrich, da The Mist in Mystic (2012)

Da Aunt Jemima, icona della pubblicità dei pancakes, alle cantanti ben pettinate sui vinili R&B e Soul degli anni Settanta, l’immagine delle donne nere è storicamente sempre stata controllata dall’alto. Una nuova generazione di artiste sta usando la fotografia per rivendicare i diritti sull’immagine delle donne nere, e visualizzare molteplici identità che neutralizzino la narrazione dominante e univoca del passato.

Di questo parlerà Qiana Mestrich nel simposio di due giorni Fast Forward: Women in Photography che si tiene in questo weekend alla Tate Modern. Ed è soltanto uno dei molti aspetti che verranno trattati. Gli altri potete leggerli qui.

Temi di indubbia importanza e relatrici di varie nazionalità. Nessuna italiana, tra parentesi.

Vale la pena di riflettere sul fatto che qui in Italia il parlare di sguardo femminile in fotografia, anche in maniera molto circostanziata come fatto poco tempo fa da Efrem Raimondi, provoca levate di scudi da ambo le parti e improvvise, insostenibili, teorizzazioni sull’uguaglianza assoluta dei sessi e dei generi.

Donne sulla donna – un’indagine di Efrem Raimondi

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Efrem Raimondi sul suo blog pone in questione lo sguardo della donna sulla donna.

Lo fa mostrandoci dodici autrici con una selezione di cinque immagini a testa sul tema donna, e le loro risposte (linkate in pdf sotto ogni serie) alle domande che riporto qui sotto.

(tra le dodici ci sono anche io, con un estratto da un lavoro di un po’ di anni fa dal titolo “Confidenze intime”)

Donne sulle donne

  1. Trovi che il tuo modo di fotografare le donne abbia qualcosa che lo connota come sguardo specificamente femminile? (spiegare perché)
  1. Cosa pensi dello sguardo maschile sul tema Donna?
  1. E come pensi venga affrontato dai media? Tutti, mica solo i magazine
  1. Perché hai deciso di fotografare la donna?
  1. Nel mondo femminile è diffuso il modo di dire “parliamone da donna a donna”, che presuppone una sorta di complicità: esiste anche nel fotografare?
  1. Hai mai fotografato soggetti maschili? Il tuo sguardo cambia?

Lo sguardo è mio e me lo gestisco io

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Da allora, in questi anni,  si sono progressivamente formati gli anticorpi a questa malattia sociale:   sono comparse sempre più iniziative tese a “restituire l’immagine” alle donne;   gradualmente questa necessità è entrata nella coscienza collettiva e – conseguentemente –  mediatica, tanto da doversi oramai difendere dai pericoli di una nuova retorica della “normalità” o “naturalezza” (oramai siamo addirittura al parossistico  “Supernatural”,  sull’ultima copertina di uno storico femminile).  Ciò non impedisce che si continui a fare danni con il fotoritocco, un esempio su tutti:  in copertina diva quarantenne ridotta a una ventenne, e all’interno della stessa rivista un servizio di attualità sulle trentenni e il lavoro, dove la trentenne fotografata “neorealisticamente”  pare la mamma della diva quarantenne.

C’è poi da dire che le donne sono riaffiorate sui media anche in sembianze che non avremmo mai voluto vedere: ferite, pestate, insanguinate, uccise.  Con una retorica visiva necrofila, deprimente e tautologica:  che tuttavia ai posteri racconterà di una presa di coscienza, pur con gli strumenti – per ora – sbagliati.

Insomma grande confusione sotto il cielo, situazione eccellente? forse, ma grazie,  molto più che ai media,  alla rete e ai vari social, che hanno favorito il moltiplicarsi all’infinito dei punti di vista e (soprattutto) il deflagrante fenomeno dell’autorappresentazione. Sulla quale si sta dicendo tutto e il contrario di tutto: i selfies sono sintomo di insicurezza, i selfies sono strumento di empowerment e autoaffermazione per le ragazze, i selfies sono Arte.

In effetti, i selfies sono, semplicemente, tutto ciò che noi siamo:  quindi un’infinità di cose, anche in contraddizione tra di loro, ma proprio per questo non in contraddizione.

Per cui in questo momento, per quanto riguarda il tema del “restituire l’immagine alle donne”, l’impulso è quello di un bel  “Bomba libere tutte!!!”

Senza abbassare la guardia, ma continuando magari a monitorare, e segnalare, sia le aberrazioni da combattere che le visioni a noi più congeniali.

L’attenzione però ora (secondo me) dovrebbe spostarsi dall’immagine alla “riappropriazione dello sguardo”: ovvero dal prodotto finito ai processi culturali a monte della visione.

(a questo proposito,  sarebbe anche arrivato il momento di finirla di fare esposizioni settoriali “al femminile”:  se è fondato interrogarsi su quanto di culturalmente e politicamente specifico connoti lo sguardo della donna,  è pericoloso continuare a separarlo dal resto del mondo)

C’è peraltro un analfabetismo sconfortante per quanto riguarda il linguaggio visivo, inversamente proporzionale alla diffusione dell’uso delle immagini:  e l’eliminazione della Storia dell’Arte dall’insegnamento nelle scuole superiori fa presumere che la situazione andrà di male in peggio.  La Storia dell’Arte dovrebbe essere piuttosto integrata da un approccio trasversale all’educazione alla visione, seguendo l’onda (relativamente) recente dei Visual Cultural Studies (da cui l’Italia è stata finora ben poco lambita).

Per un po’ io avrò voglia di occuparmi di altro,  tipo imparare il polacco o l’arabo,  o cucinare dolci senza burro. Vi lascio quindi un po’ di materiali per approfondire vari aspetti delle questioni in gioco, e auguro a tutt* per questo 2014 di riuscire a occuparvi di ciò che vi sta a cuore.  Baci e abbracci.

Anti-corpi:

Estratto dalla serie fotografica Un’altra donna di Laura Albano

La serie Nue di Martine Marras

The NuProject

Sull’autorappresentazione:

Selfies Are Art, di Noah Berlatsky

#feministselfies su twitter

Selfies come conquista del diritto all’affermazione di sé, di Rachel Simmons

Sulla triste sorte dell’insegnamento della Storia dell’Arte:

Istruzione, i danni postumi di Gelmini: cancellata la Storia dell’Arte, di Tomaso Montanari

Sulle immagini e il concetto di cultura visuale:

Il linguaggio delle immagini, di Laura Albano  (testo scritto per il progetto di formazione Nuovi Occhi per i Media, di Lorella Zanardo e Cesare Cantù):

PS: prossimamente farò una sorta di indice per argomenti di questo blog, per rendere più facile l’accesso ai temi più ricercati anche da studenti interessati ai temi di genere, che a volte mi hanno scritto personalmente.

(quanto mi inquieta l’avviso qui sotto che mi dice che nel riquadro potrebbe comparire una pubblicità,  senza poter sapere quale orrido adv wordpress vi sta propinando…)

Giulia Caira

storie di donne

© Giulia Caira su Artesera n. 12

Un’artista che si è occupata in modo molto interessante di immagine femminile, e che avevo citato in questo post, è la torinese  Giulia Caira.  Così lei stessa descrive il suo approccio:  “Quello che m’interessa è osservare e indagare la vita delle persone, la loro condizione umana e sociale, attraverso la cronaca, il cinema, la musica, la letteratura. Mi interessano le distorsioni del comportamento che questi nostri tempi provocano nelle persone, il modo in cui la vita privata e la vita pubblica si scontrano.”

Anche lei ha deciso di rivolgersi al crowdfunding in rete, per il suo nuovo progetto Evil Sisters (Perfide Sorelle). Si tratta di una video-installazione correlata da una serie fotografica ed è incentrato sui problemi relativi ai conflitti tra donne. Da una parte l’amicizia e la complicità e dall’altra l’invidia, la rivalità.

Pubblico di seguito il suo messaggio per chi abbia voglia di aiutarla a realizzarlo.

Cari amici e contatti di FB,
Sto lavorando al nuovo progetto “EVIL SISTERS”.
Si tratterà di una sorta di film breve e verrà installato per una mostra personale che si terrà a metà maggio a Bari, in uno spazio molto interessante per l’arte contemporanea, in particolare per la video arte, Muratcentoventidue.
Per questa occasione, ho voluto sperimentare la piattaforma di crowdfunding, IndieGoGo, per verificare questa nuova opportunità per le produzioni d’arte.
Oltre a una breve sintesi del mio lavoro in un video, troverete una traccia del progetto e alcuni spunti di riflessione sulla mia ricerca.
Saranno preziosi tutti i contributi, piccoli e grandi. Sono previste, secondo lo schema IndieGoGo, piccole e grandi ricompense, che vanno da cartoline e souvenir a opere fotografiche, di varie edizioni secondo il tipo di donazione concessa, e sono elencate alla sezione “Perks For Your Contribuiton”.
http://www.indiegogo.com/projects/evil-sisters-by-giulia-caira?show_todos=true .
Per contribuire é semplicissimo. Alla destra del format c’è il pulsante “CONTRIBUTE NOW” con la possibilità di supportare con cifre che vanno da 1 euro fino a somme più consistenti rivolte a collezionisti piccoli e grandi .
Aumentando il numero di visualizzazioni e di sostegni, la campagna, che scadrà a fine aprile, potrebbe farsi notare nel mare di offerte di IndiGoGo anche da funder stranieri.
Oltre ai preziosi supporti sarebbe davvero utile un aiuto per la diffusione del progetto, tramite passaparola e social network.

Per eventuali chiarimenti e/o precisazioni sono a tua disposizione

Grazie mille!

Femminile plurale in mostra

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A Firenze, al Caffè letterario Le Murate, una mostra a cura di Martino Marangoni della Fondazione Studio Marangoni riprende il tema dell’autoritratto femminile contemporaneo, proseguendo idealmente la ricerca di una specificità “di genere nel genere”.

Nell’immagine qui sopra si vedono esposti alcuni lavori di Beatrice Lontani: autoritratti in cui l’artista, fresca di studi classici,  ha scelto di interpretare personaggi femminili della tragedia greca, per un sentimento di vicinanza ritenuto non solo personale, ma femminile universale. Narrativamente e visualmente  incisiva.

La mostra è composta in tutto da cinque serie di altrettante fotografe: Martina Aiazzi Mancini, Serena Gallorini, Beatrice Lontani, Costanza Maragliulo, Hoya Pallida.  Qui una panoramica sui diversi punti di vista.

Testimonianze di presenza

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Frances Benjamin Johnston, self-portrait, dressed as a man with false mustache. 1890 ca 

L’autoritratto  messo in scena è tipico della fotografia femminile? Come è cambiata l’autorappresentazione del femminile dagli anni ’70 ad oggi? Se la fase della provocazione è superata, è vero che la donna non ha più bisogno di dimostrare nulla, e che il modo in cui si autoritrae è casuale e indipendente dall’essere uomo o donna?

Queste sono alcune delle questioni rimaste in sospeso dalla lecture di Giovanna Calvenzi sull’autoritratto al femminile presso il Centro di Cultura Contemporanea La Strozzina di Firenze (in collaborazione con la Fondazione Studio Marangoni) nel dicembre scorso.

Ad introdurre il tema tre esempi di autoritratti dal passato,  ognuno a suo  modo rivoluzionario:  il famoso autoritratto da annegato di Hippolyte Bayard (unico esempio al maschile),   Frances Benjamin Johnston con l’immagine qui sopra e con lo scatto in cui si ritrae mentre fuma in una posa anticonvenzionale,  Katharina Behrend con quello che fu forse il primo nudo femminile, naturale per una donna che faceva parte di un ambiente di naturisti, meno naturale per la società dell’epoca.

Partendo da questi esempi lontani Calvenzi compie un ampio salto che copre quasi tutto il novecento,  richiamando solo di sfuggita la figura di Claude Cahun negli anni ’30, la fotografia come strumento di autoriflessione nel movimento femminista americano degli anni ’70,  Woodman, Sherman e Goldin, per proporci sette lavori di altrettante donne contemporanee di nazionalità differenti, che usano l’autoritratto non solo come mezzo di riflessione su di sé ma anche come “strumento di creazione”.

Alessandra Capodacqua  nei Self Portraits imprime tracce di sé attraverso il foro stenopeico, per testimoniare la propria esistenza.

Elina Brotherus traduce in Suite Franςaises n.2  l’esperienza di estraneità provata in Francia, dove si era trasferita per una borsa di studio e su consiglio di un’amica aveva iniziato ad usare dei post-it per stabilire relazioni tra sé, la lingua, gli oggetti.

Dita Pepe  realizza serie di  “autoritratti con” donne, uomini,  famiglie non sue – un progetto dal taglio quasi antropol0gico – sociologico con cui racconta la città in cui vive, e al tempo stesso, spiega nel suo libro Self Portraits 1999-2011,  è come se cercasse dei role-models da cui apprendere mescolandosi a loro.

Marina Cavazza sente il bisogno di autoritrarsi nella serie Me Medesima dopo un trasferimento in Svizzera con marito e figli, in un possibile itinerario di ricomposizione dell’identità.

Sempre sul tema maternità e difficoltà di relazione, Aglae Bory in Correlations cerca di raccontare la vita di una madre single mettendo insieme i momenti topici e ripetitivi della quotidianità, invitando lo spettatore a farsi osservatore complice della sua vita familiare.

Tomoko Sawada  interpreta di volta in volta 400 diverse identità  in fototessera (ID 400), il  rituale delle foto di studio propedeutiche al matrimonio fatte in abiti occidentali e tradizionali giapponesi (Omiai), gli stereotipi della moda e cultura occidentali (Cover), la scuola come percorso  uniformante in foto di classe composte da tante Tomoko, ad interrogarci su quale può essere il posto dell’individuo nel gruppo (School Days).

L’ultima artista presentata da Calvenzi è Moira Ricci con “20.12.53 – 10.08.04”, i suoi autoritratti con la madre scomparsa  di cui avevamo già parlato su questo blog.

Diverse domande sollevate dagli interventi sono rimaste in sospeso, come detto all’inizio – quasi per una reticenza, una rimozione, mi è parso:  personalmente trovo difficile accettare la definizione di “casuale” per certi percorsi, come se l’identità di genere non vi avesse un peso, e mi vengono altre domande non del tutto retoriche:

un fotografo uomo sente mai la necessità di fotografarsi per avere la testimonianza della propria esistenza?

un uomo prova mai l’impulso di fotografarsi dentro ruoli pre-stabiliti?

un uomo potrebbe fotografarsi per ritrovare un’identità smarrita nell’arruolamento familiare?

A me pare che certe necessità autorappresentative non possano essere scollegate dal genere e dai suoi costrutti culturali, ovvero dalle situazioni che in virtù di questi le fotografe si sono trovate ad affrontare.

Credo però anche che questi legami siano contingenti, transitori e in evoluzione, pur su tempi lunghi, proprio in quanto costrutti culturali:  io riesco ad immaginare che tra qualche tempo un ragazzo padre possa fotografare la propria quotidianità insieme ad un figlio.  E voi?

qui il podcast della lecture

CCC Strozzina