Una rosa è una rosa è una rosa. O del prendere fischi per fiaschi

Immagina di essere una bambina di dieci anni, o una ragazza di sedici. Vestite come tante bambine, come tante ragazze tra mille perché da giovani si vuole essere simili ai coetanei, è normale. Uscite il sabato pomeriggio, magari con un’amica, vi abbracciate, vi fate un selfie. Ora, forse voi non lo sapete, ma secondo alcuni voi in quel momento non esistete: siete solo uno schermo delle voglie maschili, uno stereo-tipo, un ologramma proiettato dall’immaginario patriarcale (per non dir di peggio con termini che qui non uso perché non voglio attirare motori di ricerca).

Questo è quanto emerge dalle discussioni di questi giorni sulle fotografie di Letizia Battaglia. La storia è nota: la fotografa, contattata insieme ad altri 19 professionisti da un marchio di automobili di lusso per una campagna da ambientare nelle regioni d’Italia, ha scelto di svolgere l’assignment imponendo il tema che è sempre stato filo conduttore nel suo lavoro: bambine e ragazze. Anche quando scattava foto di cronaca nerissima ha sempre avuto un occhio speciale per le bambine, e questo filo conduttore era già evidenziato nel saggio-intervista di Giovanna Calvenzi del 2010 per Bruno Mondadori, e ritorna in quello appena pubblicato con Sabrina Pisu da Einaudi “Mi prendo il mondo ovunque sia”. Da quando Battaglia ha chiuso con la cronaca, bambine e ragazze sono rimaste protagoniste assolute delle sue fotografie, come testimoni di bellezza, futuro e rigenerazione.

Coerentemente, Letizia Battaglia non ha studiato una strategia pubblicitaria, ma ha imposto la sua visione: ha inserito le auto sullo sfondo nel contesto di Palermo, gialle e fuori luogo come animali esotici, e ha fotografato prima di tutto le “sue” ragazze. Eppure in parecchi/e non le hanno viste: le hanno scambiate per altro. Per accessori equivoci, per simboli ambigui, titillanti.

Scambiare fischi per fiaschi, si dice.

Al posto delle bambine e ragazze, dei loro sguardi, volti e abiti realistici, hanno visto le migliaia di immagini artefatte e ammiccanti con cui pubblicità e televisione ci hanno bombardati in questo ultimo mezzo secolo, a quanto pare riuscendo ad avvelenarci il cervello.

Chi non è stato così miope da attribuire a Letizia Battaglia un’intenzione sessista si è indignato perché “lei doveva aspettarselo” che, dato il contesto, dato lo strapotere dello stereotipo Donne & motori, le sue immagini sarebbero state fraintese e lette attraverso quello (in proposito, vedi le immagini sopra e cerca le somiglianze: non ci sono). Siccome in pubblicità le ragazze vengono usate e abusate lei avrebbe dovuto rinunciare a mostrarle. Il Contesto certo agisce nella lettura di un’immagine: ma è solo uno dei tanti fattori attivi. Se ne siamo schiavi chiediamoci perché e soprattutto: ci sta bene così?

Letizia Battaglia, che non ha abbassato la fotocamera neanche di fronte a ai calci dei capomafia, avrebbe dovuto abdicare davanti al potere dello Stereotipo. Lei, donna, avrebbe dovuto rinunciare a fotografare altre donne, perché lo Stereotipo Cattivo ne avrebbe fatto un sol boccone. E invece sempre più persone le stanno dando ragione e stanno dalla sua parte nella feroce polemica e nei fatti che sono seguiti.

Ho sentito donne dire “poveretta, l’età fa brutti scherzi” (a proposito di stereotipi sessisti). I contestatori più educati hanno detto che “dovrebbe riconoscere lo sbaglio”.

Peccato per loro che non c’è stato nessuno sbaglio. Letizia Battaglia ha fatto quello che voleva fare: ha messo al centro, e nel centro di Palermo nello specifico, bambine e ragazzine di oggi. Vedendole e mostrandole per quello che sono. Ragazze, non ologrammi del desiderio altrui.

Una delle fotografie dalla pagina FB di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia e la Storia

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Oggi è il compleanno di Letizia Battaglia, fotografa di grandezza incommensurabile.

Al MAXXI è ancora visibile, fino al 17 aprile, la sua retrospettiva Per pura passione: ma non andateci pensando di trovarvi a visitare una mostra di foto, magari appese al muro. Piuttosto, arrivando alla parete ricoperta da prime pagine di giornale, e più ancora entrando nelle file di grandi fotografie sospese ad altezza d’uomo, sarete risucchiati nel buco nero della storia recente d’Italia. Soprattutto se la vostra data di nascita si colloca negli anni sessanta o settanta, e certi nomi di vittime assassini e luoghi hanno scandito la quotidianità della vostra infanzia, imprimendovisi in mente ancor prima di capire almeno vagamente il disegno che quei punti andavano formando.

Se siete più giovani e volete documentarvi, o comunque se sentite il bisogno di ricollegare i nodi (nomi e volti) alle rispettive trame, può esservi d’aiuto “Gli anni tra cane e lupo. 1969-1994, il racconto dell’Italia ferita a morte” di Rosetta Loy, libro che ricostruisce serratamente in brevi e puntuali paragrafi i principali fatti di sangue che hanno condizionato -più o meno direttamente – la democrazia in Italia lungo quasi mezzo secolo. Vi ritroverete molti dei personaggi e degli episodi fotografati da Letizia Battaglia, e a quel punto, mettendo insieme immagini e racconto, vi apparirà un affresco, pur non leggibile in ogni punto, simile ad un Trionfo della morte – una peste della democrazia, nella fattispecie. 

“sulla scena, per esempio, di un omicidio…erano tutti uomini, non c’era una donna,  medici legali, giudici che arrivavano erano tutti uomini…in quegli anni sì….e io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora, non mi facevano passare, qualsiasi usciere, chiunque diceva no…perchè ero donna. allora siccome la Rai passava, il collega fotografo passava, io dicevo devo passare, non mi credevano e io mi mettevo a gridare…tutto questo creava panico nella polizia, arrivava il capo dei poliziotti, non so chi fosse, qualche volta era Boris Giuliano, e diceva: signora, passi”.

Letizia Battaglia, “Per pura passione” – intro alla mostra

“Amore amaro”, documentario di Francesco G. Raganato