Il mio sguardo sul Fem Blog Camp

Un piccolo reportage fotografico dal secondo Feminist Blog Camp a Livorno, dove ho respirato pensiero, assorbito energia, dato volti a nomi e cognomi, mangiato panzanella e hummus di ceci accanto ad una ragazza che mi ha regalato un suo racconto, ascoltato di padri che si impegnano per non trasmettere ai figli maschi i peggiori stereotipi della mascolinità, di strumenti giuridici per contrastare le discriminazioni laddove lo stato latita nell’applicazione delle regole, di esercizi di decostruzione del testo, conosciuto l’autrice di questo eccellente libro.

Delle molte altre cose che il FBC  ha contenuto si può avere un’idea qui.

Tra le risorse più interessanti:  “Take back the tech” , saper usare la tecnologia contro il cyberstalking e la violenza di genere, e Nell’acquario di Facebook del Gruppo di ricerca Ippolita, testo di cui io ho comprato il libro ma che  trovate scaricabile sul sito, molto utile a rendersi meglio conto di cosa parliamo quando parliamo in Facebook.

Ps: siete pregati di non prelevare le foto senza chiedermelo espressamente (a meno che non si tratti di una foto dove ci siete voi), sia per questioni di diritti miei che di privacy verso le persone ritratte, grazie.

e in questo post trovate links ad altri report

Senza chiedere il permesso

Lorella Zanardo  – foto © Laura Albano 2012

“Voglio che mia figlia esista”, ci ha detto una madre con la figlia in tv alla fine di un dibattito: perché insieme alle immagini televisive è passato qualcosa di molto più subdolo e grave, è passata l’idea che: “se non appari non esisti”. I corpi televisivi, è bene ricordarlo, non hanno nulla di liberato, trasgressivo, innovativo (…) Un altro corpo è possibile, oltre a quello imposto dalla dittatura dei media, io ne sono certa. E’ anche attraverso la liberazione dei corpi, oggi incatenati e resi fragili, e così più inclini alle leggi del mercato, che daremo avvio a un reale cambiamento, poiché questa prigionia trentennale ha bloccato un’energia che potrebbe in futuro essere formidabile.

Dal nuovo libro di Lorella Zanardo, “Senza chiedere il permesso” .

Immagini di vita

Foto © Noemi Meneguzzo

“Affrontare una malattia mortale richiede sempre una revisione delle proprie priorità e un confronto con i propri valori. Nel caso del cancro al seno, una donna si trova anche a dover ridefinire la questione della propria femminilità, della propria identità di genere e delle relazioni sociali, al di là degli stereotipi e della visione altrui. L’esperienza vissuta in prima persona, la convinzione che la femminilità continui a esistere oltre il cancro ha reso forte nella curatrice l’idea di una mostra fotografica, di una trama di immagini che spinga l’osservatore a riflettere sulla femminilità e-oltre la malattia.”

“Quando, dopo la mastectomia nel novembre 2007, è arrivato il momento di togliermi le bende, ho abbassato le luci del bagno. Temevo di guardarmi allo specchio: avevo davanti a me l’infelice immagine di una donna che si scopre e quanto avevo letto su un “manuale per i sopravvissuti” che mi aveva dato l’ospedale. Invece… avevo 34 anni, mi sono guardata allo specchio e mi sono messa a ballare. Il mio corpo se lo poteva ancora permettere, potevo “sorridere” di ciò che avevo letto. Io mi sono sentita donna lo stesso e piena di vita.”

La storia della mostra di Noemi Meneguzzo insieme ad altre foto la trovate qui,e dal 6 al 21 ottobre 2012 a Vicenza, nel Palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo 2.

E’ facile diventare una cover-girl se sai come farlo!

© Cindy Sherman da Untitled Film Stills

Nonostante le molte iniziative, petizioni etc. contro l’utilizzo del fotoritocco sulle riviste, sarà difficile che la tendenza si inverta in fretta.  La sbornia di pixel durerà ancora, quindi nel frattempo la cosa più utile da fare è imparare che non conquisterete mai l’aspetto delle ragazze-copertina con diete e cosmetici;  piuttosto, date una vostra foto a qualcuno che sa usare bene il fotoritocco e in (relativamente) poco tempo vi farà diventare come loro.

Qui trovate un interessante e dettagliatissimo esempio di come generalmente vengono modificate le immagini nelle riviste.

E’ una demo, cliccate in basso sulla striscia verde e poi seguendo le istruzioni per vedere il prima e il dopo.

(vedi anche questo, anche se ormai la tecnica è mooolto più avanti)

PS: qui da noi il tema Body Image è considerato frivolo, ma in altri paesi come in Australia se ne occupa il Governo con appositi progetti.

L’illusione rivelatrice

Waiting for a miracle © Guia Besana 2011

“D’altra parte, se si consente al regista cinematografico di inventare di sana pianta delle storie, bisognerà riconoscere la stessa libertà anche al fotografo, tanto più che questa libertà il fotografo se l’è già presa da un pezzo, almeno fin dalle origini (…) della fotografia. E non per un vezzo personale, ma per la buona e semplice ragione che tale libertà è inerente, tanto quanto la “necessità”  di cui si parlava prima (la subordinazione della foto a un “a priori trascendentale”), allo specifico fotografico: è inscritta nella sua struttura cellulare,  fa parte del suo patrimonio genetico.”

(Francesca Alinovi – Claudio Marra, “La fotografia. Illusione o rivelazione?” Il Mulino 1981)

Non sembrano proprio inventate di sana pianta le storie di Guia Besana, della cui mostra alla Bottega di Marina di Pietrasanta avevamo già parlato: frequentano piuttosto i precari confini interni alla memoria tra realtà vissuta, immaginata, sognata. Sicuramente però la poetica appartiene al filone della fotografia costruita, con dichiarati echi pittorici – filone che sin dall’inizio della storia della fotografia si è configurato come (almeno apparentemente) contrapposto al realismo fotografico.

In questo senso è quasi un manifesto la presentazione del workshop che Guia Besana terrà il 6 e il 7 ottobre 2012, sempre presso la Bottega di Marina di Pietrasanta:

“Questo workshop si prefigge di andare a scavare nella memoria per ritrovare un momento significativo della nostra vita che possa essere ricostruito attraverso un’immagine guidata dalla sensibilità di ognuno di noi. Costruire una fotografia è come dipingere un quadro: si scelgono i soggetti, i colori, le forme ma soprattutto si comunica, con o senza intenzione, quello che abbiamo trattenuto e che riteniamo sia indispensabile trasmettere.”

Tutte le info sul sito de LabottegaLab

Violenza in immagini: quale comunicazione?

Sul versante delle immagini, la comunicazione mediatica come si è già detto è solitamente altrettanto disastrosa: l’abitudine è di usare foto di modelle truccate con lividi e occhi pesti, con il risultato comunicativo ambiguo di far apparire “bella” la violenza sulle donne. O, come analizzava Giovanna Cosenza, di esprimere esse stesse violenza in un paradossale cortocircuito.

La fotografia documentaria invece ti dice: questo è successo (pare strano ma la fotografia a volte ancora merita fiducia “referenziale”). Il che dal punto di vista comunicativo è efficace, ma comporta un rischio: che di fronte ad immagini troppo crude l’osservatore distolga lo sguardo e rimuova.  O che tutto si risolva in un’emozione forte, che passa presto.

Walter Astrada è un fotografo che ha realizzato un progetto sul tema della violenza contro le donne, dal 2006 ad oggi, attraversando vari paesi del mondo tra cui India, Congo, Guatemala. Come si legge su Lens, il blog sul giornalismo “visuale” del NY Times,  Astrada ha deciso di concludere la sua ricerca in Norvegia, dove questo tipo di violenza spesso è più nascosta e quindi più difficile da documentare.

Ne sono risultate immagini molto diverse da quelle con cui ha iniziato il progetto: più calme, meno drammatiche. Le tracce della violenza sono raccontate soprattutto attraverso gli sguardi e i luoghi dove le violenze sono avvenute.

Forse questo è il modo migliore di comunicare questo tema.  Non sedurre, né sconvolgere:  raccontare.

L’articolo conclude così:  Astrada spera che le sue foto producano impegno e azione da parte del pubblico.  Quanto meno, dovrebbero provocare vergogna.

Violenze verbali

Come le immagini,  le parole costruiscono la realtà:  la scelta nel loro utilizzo non è mai neutra e, da parte dei media, questo comporta precise responsabilità.

Del cattivo modo in cui spesso sono “notiziati” i femminicidi e la violenza sulle donne si è già parlato in questo blog, e se ne parla da tempo in rete.

L’Ordine dei Giornalisti del Trentino ha da poco preso una chiara e attiva posizione in merito,  scrivendo una eloquente nota ai direttori e direttrici delle testate ed emittenti  del Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Oltre ad un linguaggio rispettoso e non discriminante, è necessario però un cambio di paradigma su altre modalità, attinenti alla stessa sfera di pregiudizi ma che vanno a scavare più nel profondo.  Ne vediamo un esempio in un caso recente di cronaca, raccontato in un modo da Repubblica e riproposto da Michela Murgia in altra versione, depurata da luoghi comuni e pericolose semplificazioni (aggiungerei soltanto che l’indicazione non casuale della provenienza geografica nel caso di un colpevole non italiano è una vecchia cattiva abitudine: prima dell’arrivo degli immigrati era usata con i meridionali).

in foto: installazione a cura di Isanna Generali e Libere Tutte