Il volto

“I fotografi non si fidano delle facce, hanno bisogno della storia e della natura, della sociologia e dell’economia, dell’urbanistica e dell’arredamento per dire le donne e gli uomini del nostro tempo …
Perché non deve esistere oggi in fotografia l’equivalente, mettiamo, del volto della Falconetti nella Giovanna d’Arco di Dreyer? E perché, nella fotografia, devono avere la prerogativa del volto solo i “personaggi” noti?”
(Goffredo Fofi in “Humana – la presenza dell’uomo in fotografia”a cura di Moreno Gentili, ed. Art&)

Fofi scriveva questo qualche anno fa, giustamente perplesso verso la tendenza – tuttora persistente – della fotografia contemporanea ad evitare il confronto diretto con il volto.  Una vera e propria rimozione, un non voler ascoltare le cose essenziali che il volto dice. Il volto racconta: non  di più o di meno della sociologia, dell’economia, dell’urbanistica o dell’arredamento, racconta cose diverse.

Basta riguardare il cinema non solo di Dreyer ma di un Bergman o un Kieslowski per capire che il volto è un luogo nel quale succedono tante cose, dove accadono emozioni, sentimenti, pensieri. Di tutto questo la fotografia nella realtà è il fermo immagine.

E la cancellazione dei volti veri delle donne da parte di tutta la comunicazione mediatica porta a chiedersi se non dovremmo invece dar loro ascolto e voce prima che sia troppo tardi: il rimosso, si sa, prima o poi diventa pericoloso. 

Sognare non costa nulla, o forse sì?

2L Elaborazione da D la Repubblica delle Donne, di Francesco Chiacchio

In una videointervista la scultrice Louise Bourgeois mostra sul tavolo davanti a sé due sculture bianche, una rappresenta il Maschile e una il Femminile. Entrambe sono composte di una testa e di un corpo nella posizione della sfinge, ma le forme sono stilizzate in modo diverso.

“Lui” è squadrato e ben saldo dov’è,  se gli dai una spintarella rimane lì fermo, mentre “lei” ha il corpo smussato, quasi cilindrico, appena la tocchi oscilla e rischia di rotolare via e cadere dal tavolo. Louise parla in questo modo del fatto che le donne sono troppo spesso soggette al giudizio degli altri, mancanti di fiducia nelle proprie possibilità, sempre pronte a dubitare di sé stesse.

Questa vulnerabilità (sulle cui origini sarebbe utile indagare) potrebbe spiegare perché abbiano tanta presa sulle donne gli irrealistici modelli di bellezza proposti dalle riviste femmili, che diventano spesso arbitri inappellabili di come dover essere – pena altrimenti l’invisibilità, l’emarginazione sociale,  l’estinzione etc. etc.

Il fatto è che le pagine patinate di queste riviste sono belle e sofisticate, sfogliandole  appaghiamo l’occhio e soprattutto il naturale bisogno di sognare. Così scivoliamo nella tela del ragno, senza accorgerci del sottile malessere che si insinua sottoforma di vocina “specchio delle mie brame”…

Perdersi nelle riviste di moda può essere un vero piacere, un po’ come  nelle fiabe illustrate di quando eravamo bambine. Basta mantenere, di allora,  la fantasia  ma non l’insicurezza,  e alle vocine tapparsi le orecchie come Ulisse.

Nemiche per la pelle

E’ uscito un libro interessante: “Le donne non invecchiano mai” di Iaia Caputo.

La scrittrice, nel presentarlo in libreria, ha raccontato che quando lavorava nelle redazioni dei femminili e proponeva ai capi di intervistare una donna interessante per meriti professionali o intellettuali si sentiva chiedere: “Ma è giovane? E’ carina?”.

I “capi”, ovviamente, erano donne.  A conferma di un tristissimo detto che ogni volta fa male riscoprire.