UNA DONNA E’ UNA DONNA E’ UNA DONNA

Spesso  siamo noi donne le nostre peggior nemiche nel giudicare esteriormente noi stesse e le altre.

Solitamente guardando un immagine femminile applichiamo i parametri del gusto dominante, imposto dai media (Tv, riviste patinate).  Il gusto dominante è quasi scontato che corrisponda, o debba corrispondere, al gusto maschile (ma non è detto che sia il primo a modellarsi sul secondo).

Una parte importante della psicologia sostiene che quando guardiamo qualcosa vediamo ciò che abbiamo già in mente: quando guardiamo una donna quello che di solito abbiamo in mente è l’immagine Unica propagandata dai media, uno stereotipo composto di giovinezza (trama della pelle cancellata), di tratti somatici (occhi, naso, zigomi, labbra) conformi ad un canone unico e ripetuto, di sensualità ostentata (bocca semiaperta).

Il bombardamento mediatico ci ha convinte che quel Modello è cosa buona e giusta, e che non esiste altra donna all’infuori di Lei. E infatti “non esiste”, nel senso che la donna non conforme allo stereotipo non viene mostrata, non ha diritto all’immagine.

Vogliamo provare a cambiarli, questi  parametri? A provare a guardare “veramente” un volto di donna, a leggerlo, a capire le tracce della sua vita, del carattere, delle emozioni?

Vogliamo provare a guardare una donna come una Persona, e non come un sogno bidimensionale ad uso e consumo degli uomini (contro i quali non abbiamo niente, sia chiaro) e del mercato?

Vogliamo provare a vederCi, finalmente?

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Per cominciare

“Restituire le donne alla loro immagine e alle donne la loro immagine” , così scriveva nel 1972 il primo numero della rivista di fotografia Zoom, in un articolo sul “sexismo” (meglio definito “razzismo sessuale”).
Coraggiosamente, l’articolo parlava di “logica e salutare rivolta delle donne contro lo stato d’inferiorità in cui tende a mantenerle una società, le cui regole sono dettate dai suoi membri di sesso maschile”. In particolare, affrontava il rapporto tra la donna reale e la sua immagine, e lo sfruttamento commerciale che di questa veniva fatto in un contesto definito, appunto, “sexista”.

Altro linguaggio e anche altri tempi, rispetto ai quali siamo paurosamente indietro: in quel periodo restituire alle donne la loro immagine sembrava forse un’impresa possibile. Di fatto è accaduto l’esatto contrario: oggi l’unica immagine femminile ammessa dalla censura dei media è quella del sogno, il clone perfetto riprodotto all’infinito, al massimo in due varianti:  l’incorporea nella moda, l’ipersessuata in TV.

Il diritto all’immagine alla donna reale è stato negato del tutto.

Forse per questo dobbiamo rinunciare a riprendercelo? Io non credo, e la crescente consapevolezza femminile (e spesso anche il sostegno maschile) che leggo quotidianamente nelle discussioni in rete mi rafforza in questa convizione.

Allora, per iniziare, proviamo a restituire alle donne quello che è stato progressivamente tolto: la grana della pelle, le tracce del vissuto, l’individualità.

Proviamo ad immaginare che non esistano industrie cosmetiche e chirurgiche da arricchire, consumi da indurre, bisogni da inventare.

Cerchiamo in un volto di donna quello che ha da raccontarci, la sua capacità di amare, ridere, commuoversi o emozionarsi; uno sguardo che non rifletta il vuoto né si rifletta in chi guarda, ma esprima una luce propria.

Lasciamo che un corpo ci mostri, al posto di un canone di geometrica perfezione,  la vita che scorre nelle vene a fior di pelle, o una morbidezza che ci svela la sua propensione al piacere.