Le meraviglie del Cieco Vedere

“Un senso di indulgenza diffusa, allegra come un volo, la faceva, nel sonno, sorridere. Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. “Ma io dipingo” scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata.”

Anna Banti, Artemisia

There is a panther stalks me down 
(…)  Advancing always at my back (…)
I hurl my heart to halt his pace,
To quench his thirst I squander blood;
He eats, and still his need seeks food,
Compels a total sacrifice.

 Sylvia Plath, Pursuit

“Pursuit” (Inseguimento) è una delle poesie più famose di Sylvia Plath. La voce narrante fugge da una pantera, incarnazione delle forze del desiderio scatenate dall’appena conosciuto Ted Hughes, ma anche del fuoco inestinguibile che la minacciava da dentro. Sylvia lancia alla fiera il suo cuore per rallentarne il passo, il suo sangue per placarne la sete: la pantera divora tutto ma la sua fame non si estingue, quello che chiede è un sacrificio totale.

Immergersi nelle fotografie di Ilaria Facci evoca quel sentimento di fuga primordiale per la vita, fuga da un animale feroce che la sua storia personale induce ad identificare con il Dolore. La cognizione precoce di un dolore causato da un retinoblastoma, un tumore alla retina scoperto all’età di due anni, che le ha causato la perdita di un occhio. Ma Ilaria è sopravvissuta,  e non solo: ha scelto di lottare, per mezzo dell’Arte, per e con altre persone colpite dallo stesso male.

Il Dolore, protagonista dell’introduzione al suo Diario di viaggio (l’inizio si può leggere sul suo sito) è motore e al tempo stesso nutrimento della sua Arte. Dolore e Arte: bocca da sfamare, nutrimento, crogiolo di trasformazione in un continuum reversibile di ruoli legati a doppio filo, così come per Ilaria sono la Vita e la Morte:  “è come se io avessi fatto mia l’idea dell’indissolubile coerenza paradossale del binomio della vita, e della morte: una attinge dall’altra, sempre.”

La materia di questa trasformazione è fatta di corpo-membra-epidermide-tessuti; gesto e luce ne sono gli agenti. Si stenta a credere ad Ilaria Facci quando dice di non sapere molto della luce: certo molto sa di Storia dell’Arte. La luce delle sue fotografie è la luce fosca della pittura del Seicento, che insieme ai gialli, ai blu, ai rossi dei tessuti cangianti non può non evocare un’altra sublimazione di violenza subìta: quella di Artemisia Gentileschi. 

Ilaria come Artemisia reagisce all’offesa, da preda braccata si fa dominatrice; l’Arte è la sua arma di riscatto, e anche la sponda salvifica;  sorgente acquamarina di rinascita come nella sua più recente serie “Lazarus” .

Con quello che lei stessa definisce il suo Cieco Vedere, Ilaria ci mostra la strada. 

 

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Il mondo secondo Dana

Self in diptych © Dana de Luca

Se solitamente un autoritratto è un monologo, la voce dei Self in diptych di Dana de Luca è piuttosto un dialogo interiore. Questi dittici composti da autoritratti e singole foto scelte dal suo archivio sono immagini solo apparentemente scisse nella sintassi, in realtà contigue come un flusso di coscienza o di libere associazioni, generate per via non logica ma intuitiva.

Così pure non c’è scissione ma contiguità nel mondo di Dana de Luca:  è un posto dove ti senti un po’ insicura, come ad andar sola di notte e sentire dei passi alle spalle, anche se non sembra notte né giorno, piuttosto un terzo tempo indefinito,  abitato da presenze inquiete.  Ma il mondo di Dana è anche un posto confortante, proprio perché abitato da presenze inquiete.  Drag queens al trucco e modelle in backstage, donne in piazza e webcam girls in standby, nightclubbers  e donne reduci da violenza domestica.  E’  un mondo dove si annullano i confini:  tra sesso e generi, tra chi guarda e chi viene guardato, tra umani, animali, statue, cose.  Tra pixel e pelle, tra chi sta dentro uno schermo e chi ne sta fuori.  E in questa promiscuità senza ombra di giudizio ci si sente a casa.

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L’illusione rivelatrice

Waiting for a miracle © Guia Besana 2011

“D’altra parte, se si consente al regista cinematografico di inventare di sana pianta delle storie, bisognerà riconoscere la stessa libertà anche al fotografo, tanto più che questa libertà il fotografo se l’è già presa da un pezzo, almeno fin dalle origini (…) della fotografia. E non per un vezzo personale, ma per la buona e semplice ragione che tale libertà è inerente, tanto quanto la “necessità”  di cui si parlava prima (la subordinazione della foto a un “a priori trascendentale”), allo specifico fotografico: è inscritta nella sua struttura cellulare,  fa parte del suo patrimonio genetico.”

(Francesca Alinovi – Claudio Marra, “La fotografia. Illusione o rivelazione?” Il Mulino 1981)

Non sembrano proprio inventate di sana pianta le storie di Guia Besana, della cui mostra alla Bottega di Marina di Pietrasanta avevamo già parlato: frequentano piuttosto i precari confini interni alla memoria tra realtà vissuta, immaginata, sognata. Sicuramente però la poetica appartiene al filone della fotografia costruita, con dichiarati echi pittorici – filone che sin dall’inizio della storia della fotografia si è configurato come (almeno apparentemente) contrapposto al realismo fotografico.

In questo senso è quasi un manifesto la presentazione del workshop che Guia Besana terrà il 6 e il 7 ottobre 2012, sempre presso la Bottega di Marina di Pietrasanta:

“Questo workshop si prefigge di andare a scavare nella memoria per ritrovare un momento significativo della nostra vita che possa essere ricostruito attraverso un’immagine guidata dalla sensibilità di ognuno di noi. Costruire una fotografia è come dipingere un quadro: si scelgono i soggetti, i colori, le forme ma soprattutto si comunica, con o senza intenzione, quello che abbiamo trattenuto e che riteniamo sia indispensabile trasmettere.”

Tutte le info sul sito de LabottegaLab