Le immagini per dirlo

 

Ormai nessuno può più negarlo: la “donne normali” esistono (con questa definizione ambigua e abusata intendo riferirmi a tutte le donne che, non rientrando in un preciso e ristrettissimo canone di bellezza, sono state escluse dalla rappresentazione mediatica per un lungo periodo); anzi forse finalmente le donne normali sono diventate “la normalità” (e anche qui preciso che non mi riferisco a nessuna “norma” da rispettare, ma all’auspicio che veder rappresentato visivamente con varietà il vario universo femminile diventi un’abitudine).

E’ appena stato battezzato ufficialmente un progetto in grande, con sponsor e grandi nomi, che vede 365 donne fotografate per una mostra e un libro.

Il mio progetto fotografico Un’Altra Donna (diventato poi blog, mostra itinerante, e calendario 2011 per il Comune di Firenze, e tuttora in progress) era nato nel 2008, dalla volontà di riportare alla coscienza quello che allora era dittatorialmente rimosso dall’immagine femminile: grana della pelle, segni esteriori di individualità, tutto ciò che trasgrediva il canone di perfezione seriale, perlopiù omologato da ritocchi chirurgici e fotografici, che dominava nei media. Pensavo soprattutto a pubblicità e moda, non guardando mai la Tv –  finché il doc di Lorella Zanardo non mi ha aperto gli occhi anche su quella ed ha portato all’attenzione pubblica quello che era l’altra faccia di un problema politico.

Da allora sono gradualmente fiorite sempre più iniziative per riportare alla luce il rimosso, anche da parte di media e pubblicità (avevamo parlato di questa campagna, ma si potrebbero citare altri casi – uno su tutti: Donna Moderna che ormai da tempo fa copertina e servizi di moda con “donne vere”, scelte tra le lettrici tramite appositi casting. Altre riviste hanno avuto brevi aneliti di verità rimasti episodi isolati, come già detto di Elle).

Questo delle 365 è un bel lavoro, di ampio respiro – e dovrebbe proseguire anche per l’anno prossimo, scongiurando l’effetto “moda del momento”.  L’ideatrice del progetto si chiama Marzia Messina, e con sorpresa ho scoperto che è nata il mio stesso giorno e mese, a pochissimi anni di distanza; il fotografo Sham Hinchey viene dalla moda e dal beauty, come si può intuire dallo stile e dal tipo di illuminazione usata per i 365 ritratti.

La mia illuminazione preferita per descrivere i volti resta quella naturale. Detto questo, se nasce un nuovo stile – “glamour-normal” potremmo chiamarlo – la cosa non mi dispiace affatto.

Più “parole per dirlo” si trovano, meglio è per tutt*.

D’ora in poi il problema sarà stare attent* al rischio della “retorica della donna normale”; vigilando che la cosa non venga strumentalizzata per farla diventare la nuova, ennesima, mistica della femminilità.

“Are you ready?” Il sesso e lo sguardo_3

Viva Magazine era una rivista degli anni ’70,  si potrebbe dire “per sole donne”, che mescolava fotografia erotica d’autore con articoli di costume scritti da penne del calibro di Erica Jong e Betty Friedan.

Già dai titoli della copertina qui sopra si ha l’impressione di un prodotto che attualmente non pare avere equivalenti.  Un’ idea più ampia ci si può fare qui, qui e qui  – dove si scopre che la pubblicazione è rimpianta dagli uomini per i nudi maschili, il che mi stupisce un po’ visto che il nudo maschile per uomini oggi non è difficile da trovare, ma forse piace proprio questo nudo più “etero”… (se qualcuno sa spiegarmi la cosa, lo ascolterò molto volentieri!).

Guardando le immagini linkate, colpiscono certe foto di coppia  palesemente pensate per un occhio femminile, ovvero foto dove la donna non è oggettivizzata ma partner alla pari.

Genere fotografico attualmente “fuori commercio” – chissà perché.

Da una delle copertine occhieggia la domanda: “Are you honestly ready for sexual liberation?”

Ad oggi risposta non pervenuta…

Ps. molte delle foto a me piacciono, peccato solo che all’epoca imperversasse il baffo assassino…

(da leggersi con adeguata colonna sonora)

post correlati:  “Il sesso e lo sguardo_1”   e “Il sesso e lo sguardo_2_lo sguardo come relazione”

Bye Baby Suite: l’autrice

Nel mese di marzo a Certaldo sarà di nuovo in programma lo spettacolo Bye Baby Suite con la mostra di mie foto After The last sitting.

In attesa di comunicarvi con precisione l’evento, vorrei intanto farvi conoscere l’autrice del testo di Bye Baby Suite, qui sopra in una foto che le feci qualche anno fa.

Chiara Guarducci poetessa, drammaturga, regista, inizia il suo percorso teatrale con la scrittura di monologhi che indagano gli estremi dell’anima, stati febbrili di deserto e piena, paradiso e inferno, attraverso creature ingombranti che dicono la ferita e la fame smisurata di vivere.

I monologhi affidati a una parola materica, umorale, vengono interpretati da Silvia Guidi, attrice e regista con cui condivide la scelta di un teatro intimo, surreale, implacabile. Questi testi, scelti da Barbara Nativi per “Intercity Plays”, raccolta di teatro contemporaneo internazionale, vengono poi pubblicati nel libro “La neve in cambio”.

Tra le opere successive scrive un omaggio alla disperazione dirompente di Marilyn Monroe, un ritratto a nervi scoperti, brutale e carico di poesia (“Bye Baby Suite”) diretto e interpretato magnificamente da Alessia Innocenti.

Qui di seguito due estratti dal testo di Bye Baby Suite

Le confezioni si rompono

la carta da regalo prende fuoco

ho i nervi a pezzi, non te l’hanno detto?

Non c’è appiglio che mi resista

del resto sono una forza della natura

e la celluloide sta stretta

e stanno stretti gli uomini, i drink, le pillole 

e il freddo non passa…

non riesco a coprirmi… sono così esposta, moltiplicata…

la prima pagina è un vestito accecante, appiccicoso  

una vera sanguisuga

…..

Perché sono la favola bionda

la stupida d’oro,

la sciocca di zucchero,

sono il tuo calendario,

la tua colazione, il tuo amore calmante

pensa che buffo il tuo calmante chiuso in manicomio, il tuo calmante è un manicomio, sono sempre stata rinchiusa, c’è qualcosa che non va se mi chiudono a chiave, se mi tengono in cassaforte deve esserci un malinteso…sono un caso, sempre e solo un caso, quanto clamore attorno a me, solo rumore… mi chiudono per controllarmi e vendermi e non ne posso più! ho mal di testa, una fitta fissa, una ferita invasa che allaga e vuoti, vuoti d’aria, vuoti di memoria…NIAGARA, io sono l’america, mi scopo i presidenti, sono la cocca dei fratelli Kennedy…

è tradizione di John e Bob passarsi le sgualdrine… e adesso è il mio turno…brindiamo!… sono un pezzo da collezione, mi vogliono tutti nel letto di famiglia, come una stella portafortuna…(pausa)

attenti, attenti che vi vado di traverso!

Ritrarre l’assenza

foto: Annie Leibovitz

“Andai nel giardino sul retro, sul quale si affacciava lo studio di Virginia Woolf, e sbirciai dalla finestra. Era una mattina ventosa e i rami degli alberi davanti alla casa si muovevano. La luce filtrava dalle foglie e attraversava la finestra. La stranza era piena di luce e sulla scrivania di Virginia Woolf danzavano le ombre delle foglie…..La luce che entrava dalla finestra sul retro era molto forte, non era il mio genere di luce, e le immagini erano difficilmente leggibili, ma ho colto un riflesso dello scorcio su un vetro. Si distingue a malapena la scrivania. Sopra c’erano alcuni oggetti, inclusi gli occhiali di Virginia Woolf…

Virginia scriveva la prima stesura al mattino su un grande pannello di compensato su cui aveva incollato un porta calamaio. Sedeva in una poltrona sfondata tenendo il pannello sulle ginocchia (come in questo film, ndr). In seguito batteva a macchina quello che aveva scritto e faceva la revisione direttamente a macchina.  Scriveva tutti i giorni.

A Monks House Virginia Woolf scrisse La stanza di jacob, la signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Tra un atto e l’altro e centinaia di racconti, saggi e recensioni.”

testo e foto ©Annie Leibovitz, da Pilgrimage (2011)