Nero su nero

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nello slideshow foto di Annalisa Ceolin

Ho scoperto Annalisa Ceolin su Facebook, grazie ad un ritratto che aveva fatto ad un amico. Un ritratto molto contrastato, il volto immerso per buona parte in un’ombra densa che gli somigliava molto.

Quando mi appare una fotografia di Annalisa sulla home si aprono prospettive nuove, varchi di luce e di buio, angoli di strada da cui potrebbe sbucare all’improvviso la scarpa del Terzo Uomo (e il gatto che l’annusa), o uno dei mostri bergmaniani da Ora del lupo. 

Poi, seguendo il suo sguardo per quelle strade, si scoprono invece presenze timide, discrete, magari scostanti ma gentili. Si scopre, anche, leggendo i titoli delle serie, di trovarsi in una terra di mezzo tra cinema e letteratura.

Il nero non è forse così buio come lo si dipinge, e anche l’inferno può attendere.

annalisa ceolin_heaven can wait

Annalisa Ceolin, dalla serie Heaven can wait

 

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Letizia Battaglia e la Storia

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Oggi è il compleanno di Letizia Battaglia, fotografa di grandezza incommensurabile.

Al MAXXI è ancora visibile, fino al 17 aprile, la sua retrospettiva Per pura passione: ma non andateci pensando di trovarvi a visitare una mostra di foto, magari appese al muro. Piuttosto, arrivando alla parete ricoperta da prime pagine di giornale, e più ancora entrando nelle file di grandi fotografie sospese ad altezza d’uomo, sarete risucchiati nel buco nero della storia recente d’Italia. Soprattutto se la vostra data di nascita si colloca negli anni sessanta o settanta, e certi nomi di vittime assassini e luoghi hanno scandito la quotidianità della vostra infanzia, imprimendovisi in mente ancor prima di capire almeno vagamente il disegno che quei punti andavano formando.

Se siete più giovani e volete documentarvi, o comunque se sentite il bisogno di ricollegare i nodi (nomi e volti) alle rispettive trame, può esservi d’aiuto “Gli anni tra cane e lupo. 1969-1994, il racconto dell’Italia ferita a morte” di Rosetta Loy, libro che ricostruisce serratamente in brevi e puntuali paragrafi i principali fatti di sangue che hanno condizionato -più o meno direttamente – la democrazia in Italia lungo quasi mezzo secolo. Vi ritroverete molti dei personaggi e degli episodi fotografati da Letizia Battaglia, e a quel punto, mettendo insieme immagini e racconto, vi apparirà un affresco, pur non leggibile in ogni punto, simile ad un Trionfo della morte – una peste della democrazia, nella fattispecie. 

“sulla scena, per esempio, di un omicidio…erano tutti uomini, non c’era una donna,  medici legali, giudici che arrivavano erano tutti uomini…in quegli anni sì….e io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora, non mi facevano passare, qualsiasi usciere, chiunque diceva no…perchè ero donna. allora siccome la Rai passava, il collega fotografo passava, io dicevo devo passare, non mi credevano e io mi mettevo a gridare…tutto questo creava panico nella polizia, arrivava il capo dei poliziotti, non so chi fosse, qualche volta era Boris Giuliano, e diceva: signora, passi”.

Letizia Battaglia, “Per pura passione” – intro alla mostra

“Amore amaro”, documentario di Francesco G. Raganato 

Detox

Carnem, installazione collettiva (in progress)

Rinfrescare lo sguardo, depurandolo dalla massiccia esposizione quotidiana a corpi patinati e omologati.

E’ possibile farlo fino a febbraio 2013 a “Carnem”, alla Fabbrica del Vapore a Milano, dove ci si può immergere in un trip fotografico collettivo tutto sul tema del corpo, fatto di mostre, eventi, workshop.

Altre visioni possibili a Modena, dove la mostra Changing Difference. Queer politics and shifting identities, in collaborazione con il festival bolognese Gender Bender, propone l’opera di tre artisti della New York underground degli anni ’70-’80, foto e films in cui arte e vita sono strettamente connesse fino alle estreme conseguenze.

Infine un bel libro, non nuovo ma in tema, “Il corpo nell’arte contemporanea” di Sally O’Reilly, racconta i tanti modi in cui il corpo, interrogato dall’arte, continua a parlarci della condizione umana: una significativa anteprima potete leggerla qui.

Il mondo secondo Dana

Self in diptych © Dana de Luca

Se solitamente un autoritratto è un monologo, la voce dei Self in diptych di Dana de Luca è piuttosto un dialogo interiore. Questi dittici composti da autoritratti e singole foto scelte dal suo archivio sono immagini solo apparentemente scisse nella sintassi, in realtà contigue come un flusso di coscienza o di libere associazioni, generate per via non logica ma intuitiva.

Così pure non c’è scissione ma contiguità nel mondo di Dana de Luca:  è un posto dove ti senti un po’ insicura, come ad andar sola di notte e sentire dei passi alle spalle, anche se non sembra notte né giorno, piuttosto un terzo tempo indefinito,  abitato da presenze inquiete.  Ma il mondo di Dana è anche un posto confortante, proprio perché abitato da presenze inquiete.  Drag queens al trucco e modelle in backstage, donne in piazza e webcam girls in standby, nightclubbers  e donne reduci da violenza domestica.  E’  un mondo dove si annullano i confini:  tra sesso e generi, tra chi guarda e chi viene guardato, tra umani, animali, statue, cose.  Tra pixel e pelle, tra chi sta dentro uno schermo e chi ne sta fuori.  E in questa promiscuità senza ombra di giudizio ci si sente a casa.

le galleries su photoshelter

gli album su FB

L’illusione rivelatrice

Waiting for a miracle © Guia Besana 2011

“D’altra parte, se si consente al regista cinematografico di inventare di sana pianta delle storie, bisognerà riconoscere la stessa libertà anche al fotografo, tanto più che questa libertà il fotografo se l’è già presa da un pezzo, almeno fin dalle origini (…) della fotografia. E non per un vezzo personale, ma per la buona e semplice ragione che tale libertà è inerente, tanto quanto la “necessità”  di cui si parlava prima (la subordinazione della foto a un “a priori trascendentale”), allo specifico fotografico: è inscritta nella sua struttura cellulare,  fa parte del suo patrimonio genetico.”

(Francesca Alinovi – Claudio Marra, “La fotografia. Illusione o rivelazione?” Il Mulino 1981)

Non sembrano proprio inventate di sana pianta le storie di Guia Besana, della cui mostra alla Bottega di Marina di Pietrasanta avevamo già parlato: frequentano piuttosto i precari confini interni alla memoria tra realtà vissuta, immaginata, sognata. Sicuramente però la poetica appartiene al filone della fotografia costruita, con dichiarati echi pittorici – filone che sin dall’inizio della storia della fotografia si è configurato come (almeno apparentemente) contrapposto al realismo fotografico.

In questo senso è quasi un manifesto la presentazione del workshop che Guia Besana terrà il 6 e il 7 ottobre 2012, sempre presso la Bottega di Marina di Pietrasanta:

“Questo workshop si prefigge di andare a scavare nella memoria per ritrovare un momento significativo della nostra vita che possa essere ricostruito attraverso un’immagine guidata dalla sensibilità di ognuno di noi. Costruire una fotografia è come dipingere un quadro: si scelgono i soggetti, i colori, le forme ma soprattutto si comunica, con o senza intenzione, quello che abbiamo trattenuto e che riteniamo sia indispensabile trasmettere.”

Tutte le info sul sito de LabottegaLab

Per un ruolo attivo delle immagini. La pittura di Letizia Menconi

Immagini dalla mostra “Femminilità violata” di Letizia Menconi –  Giardino dei Ciliegi, via dell’Agnolo 5 Firenze,  fino al 18 maggio. Info orari 0552001063

Di quanto sia difficile parlare del problema violenza attraverso le immagini ne avevamo parlato lo scorso novembre qui.

E’ un problema che va a toccare il nodo cruciale del ruolo dell’immagine nella comunicazione collettiva.  A cosa serve infatti un’immagine? Cosa si propone di fare, e cosa riesce a fare?

Le immagini di volti con make-up che simula lividi e occhi pesti vuole evocare il problema, ma ottiene un’effetto estetizzante-irritante – in una parola: controproducente.

Le fotografie di volti in lacrime o di donne rannicchiate in posizione di vittime, che ci vogliono dire quanto soffrono le donne per la violenza,  hanno un effetto psicologico deprimente.

La fotografia documentaria riesce, per quel po’ di fiducia “referenziale” che ancora gli viene concessa (noi speriamo ancora a lungo), a dirci qualcosa di più: testimonia che la violenza è accaduta, accade – e, se siamo mediamente sensibili, ci fa empatizzare con la vittima.

Ma per una comunicazione etica c’è bisogno di andare oltre.

Le figure di Letizia Menconi, pittrice autodidatta alla sua prima mostra, “Femminilità violata”, al Giardino dei Ciliegi di Firenze fino al 18 maggio, sintetizzano molto bene la contraddizione tra la necessità di rappresentare il problema e l’urgenza di superarlo. La rigidità delle sagome disegnate su materiali poveri evoca il dolore, la paralisi del trauma, la contrattura del corpo. Ma l’esplosione di colori contraddice tutto questo e ci dice voglia di vivere, energia che non si fa imprigionare.

Il mezzo pittorico, con la sua maggior vicinanza all’immaginazione, riesce a compiere il necessario salto di significato.

La fotografia potrebbe riuscirci?

Il problema è complesso.  Sicuramente l’immagine, se vuole avere nel discorso pubblico un ruolo attivo, deve smettere di mostrarci ombretti viola e lacrime di glicerina.

Bettina e il terzo sesso

foto ©Bettina Rheims da http://www.lalettredelaphotographie.com

Bettina Rheims ha sempre avuto il vizio di indagare con le sue foto le pieghe del non detto, il dettaglio perturbante non in assoluto alla Diane Arbus, ma in relazione alla cornice di un certo tipo di fotografia – patinata, potremmo dire.

Ci ha mostrato la bellezza e il glamour contaminati dalle rughe e dal trucco sfatto in Heroines,  la calza smagliata e la vittoria della forza di gravità sulla carne in Female troubles, sulla pelle il rossore da amplesso e i segni della biancheria e dalla depilazione ascellare (ProjectB), l’ambiguità sessuale in Les espionnes e in Modern Lovers.  A questi due ultimi lavori, venti anni dopo, si riallaccia l’attuale Gender Studies.

Come spiega nel link, Rheims ha aperto una pagina su FB dove mostrava quelle vecchie foto, invitando a contattarla tutte le persone che si sentissero in qualche modo “diverse”. E’ entrata in contatto con loro tramite Skype, ha sentito le loro voci.  Chi l’ha colpita di più sono stati coloro che non hanno voluto fare una scelta tra le due opzioni maschio/femmina, decidendo di vivere entrambe le identità.  A seconda del giorno, dell’umore.  E ricorda che in Australia per la prima volta, lo scorso autunno  è stata introdotta la possibilità di contrassegnare con X la voce “sesso” sui documenti d’identità:  il primo riconoscimento dell’esistenza di un terzo sesso.

Dal punto di vista visivo, direi che il fine ultimo di Rheims nel mostrarci il perturbante non è sconvolgerci (épater le bourgeois, si diceva una volta) ma renderlo assimilabile tramite i codici visivi senza tempo della storia dell’arte.  Si può vedere in questa operazione un senso reazionario (il diverso viene integrato) o progressista (il diverso entra nel sistema senza perdere la propria specificità, che anzi va ad arricchire il sistema), a seconda dell’essere pessimisti o ottimisti.

Io preferisco senza dubbio la seconda.