Nero su nero

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nello slideshow foto di Annalisa Ceolin

Ho scoperto Annalisa Ceolin su Facebook, grazie ad un ritratto che aveva fatto ad un amico. Un ritratto molto contrastato, il volto immerso per buona parte in un’ombra densa che gli somigliava molto.

Quando mi appare una fotografia di Annalisa sulla home si aprono prospettive nuove, varchi di luce e di buio, angoli di strada da cui potrebbe sbucare all’improvviso la scarpa del Terzo Uomo (e il gatto che l’annusa), o uno dei mostri bergmaniani da Ora del lupo. 

Poi, seguendo il suo sguardo per quelle strade, si scoprono invece presenze timide, discrete, magari scostanti ma gentili. Si scopre, anche, leggendo i titoli delle serie, di trovarsi in una terra di mezzo tra cinema e letteratura.

Il nero non è forse così buio come lo si dipinge, e anche l’inferno può attendere.

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Annalisa Ceolin, dalla serie Heaven can wait

 

Frammenti di Utopia

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Se ti sei avvicinato alla fotografia da poco, un workshop di ritratto con Efrem Raimondi potrebbe farti l’effetto di una sbronza da superalcolici.
Se con la fotografia hai una certa familiarità forse l’ebbrezza è più contenuta, ma ti stende comunque. 
Specie se hai iniziato il percorso la sera del venerdì con la Lectio Magistralis e hai ancora gli slideshows che ti si agitano dentro. Foto dove un gatto è un gatto e non un gattino,  la notte è nera e un lenzuolo bianco è amore o morte – non si scappa. 

E nel workshop ER ti insegna soprattutto a non scappare.

Senza risparmiarsi ti insegna a star fermo e non mollare la presa sul soggetto, perché non puoi permetterti di esserne in balìa: ma soprattutto non puoi eludere la realtà che hai di fronte.
La tua, in primis: ché se non TI vedi, non vedi. E poi quella del soggetto, la sua “specificità”: sta a te trovarla, e da lì partire per restituire ciò che davvero di essa “ti riguarda” – e che non si vede a prima vista. Un frammento di utopia, forse.  

Riuscirci è un altro paio di maniche. 
Quello che è certo è che la realtà non si camuffa, non si abbellisce: si affronta. 
E’ la differenza che passa tra idealizzazione e utopia. Puoi trascendere la realtà ma non puoi stenderci un velo: devi prima farci i conti.
Da quello che ho capito in questo weekend.

Il workshop in questione si è tenuto a Pistoia presso il Funaro, ed era organizzato da Corsi Fotografia.Pro

Il sito di Efrem Raimondi 

Il blog di Efrem Raimondi

Guardare insieme

Si possono fotografare i barconi di migranti mentre attraversano il mare dall’alto, guardandoli dal punto di vista di Dio.

Oppure, si possono fotografare le stesse persone una volta sbarcate e raccolte in un Centro di Accoglienza, mescolandosi a loro, condividendo tempi e spazi per diverse ore al giorno, per diversi mesi, guardando insieme a loro.

Il libro fotografico “Abele vive qui” di Patrizia Minelli nasce da questo “guardare insieme”, e ci fa guardare con loro, in mezzo a loro, una quotidianità “normale” nella sua particolarità: il dettaglio di un indumento familiare a tutti – la vecchia tuta da ginnastica bordata di bianco – ma che per noi appartiene ad un altro tempo; le infradito che tutti abbiamo portato, ma che per noi si associano alla vacanza. Restano fuori da questo racconto di spazi e oggetti i volti di chi li abita: ci guardano da un inserto a parte, contenuto nel libro, che li raccoglie.

Con la propria presenza al Centro Patrizia ha offerto il racconto di sé e della propria vita, ha messo in comune le proprie competenze fotografiche, e ha ricevuto accettazione, rispetto e gesti di amicizia. Un lavoro umano di tessitura non nuovo per lei, che ha esperienza di viaggi e fotoreportage in situazioni delicate; condotto con serietà di metodo (documentarsi approfonditamente su ciò che si andrà a fotografare) e accompagnato da un’analisi in corso d’opera, un diario che Patrizia ha tenuto per tutta la durata del progetto, e che meriterebbe una pubblicazione parallela.

Nelle foto sopra: immagini dal libro Abele vive qui, pagine del diario di lavoro di Patrizia, ritratto di Patrizia Minelli © Laura Albano

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Letizia Battaglia e la Storia

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Oggi è il compleanno di Letizia Battaglia, fotografa di grandezza incommensurabile.

Al MAXXI è ancora visibile, fino al 17 aprile, la sua retrospettiva Per pura passione: ma non andateci pensando di trovarvi a visitare una mostra di foto, magari appese al muro. Piuttosto, arrivando alla parete ricoperta da prime pagine di giornale, e più ancora entrando nelle file di grandi fotografie sospese ad altezza d’uomo, sarete risucchiati nel buco nero della storia recente d’Italia. Soprattutto se la vostra data di nascita si colloca negli anni sessanta o settanta, e certi nomi di vittime assassini e luoghi hanno scandito la quotidianità della vostra infanzia, imprimendovisi in mente ancor prima di capire almeno vagamente il disegno che quei punti andavano formando.

Se siete più giovani e volete documentarvi, o comunque se sentite il bisogno di ricollegare i nodi (nomi e volti) alle rispettive trame, può esservi d’aiuto “Gli anni tra cane e lupo. 1969-1994, il racconto dell’Italia ferita a morte” di Rosetta Loy, libro che ricostruisce serratamente in brevi e puntuali paragrafi i principali fatti di sangue che hanno condizionato -più o meno direttamente – la democrazia in Italia lungo quasi mezzo secolo. Vi ritroverete molti dei personaggi e degli episodi fotografati da Letizia Battaglia, e a quel punto, mettendo insieme immagini e racconto, vi apparirà un affresco, pur non leggibile in ogni punto, simile ad un Trionfo della morte – una peste della democrazia, nella fattispecie. 

“sulla scena, per esempio, di un omicidio…erano tutti uomini, non c’era una donna,  medici legali, giudici che arrivavano erano tutti uomini…in quegli anni sì….e io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora, non mi facevano passare, qualsiasi usciere, chiunque diceva no…perchè ero donna. allora siccome la Rai passava, il collega fotografo passava, io dicevo devo passare, non mi credevano e io mi mettevo a gridare…tutto questo creava panico nella polizia, arrivava il capo dei poliziotti, non so chi fosse, qualche volta era Boris Giuliano, e diceva: signora, passi”.

Letizia Battaglia, “Per pura passione” – intro alla mostra

“Amore amaro”, documentario di Francesco G. Raganato 

Per guardarti meglio

Quando ero ragazza mi dissero: “gli uomini guardano le donne, le donne guardano gli uomini per farsi guardare”.

Io guardavo gli uomini – quelli  che mi colpivano – perché traevo piacere dal guardarli.

Pensavo che forse dovevo sentirmi strana o sentirmi uomo, ma dentro di me sapevo di non essere nessuna delle due cose. Sentivo di fare una cosa naturale e istintiva: guardare qualcosa che ci appaga la vista. Le donne avevano gli occhi, godevano delle cose belle, dunque perché non avrebbero dovuto usarli?

Avrò avuto 15 anni quando su un numero di Zoom sfogliavo un servizio su Tana Kaleya, raro caso di donna che fotografava gli uomini con lo sguardo del desiderio. Le sue foto non mi facevano impazzire, ma almeno era qualcosa – un inizio, forse.

Illusione…col tempo le cose sono forse peggiorate.

Al di là di ciò che accade nel privato,  a livello di “narrazione” pubblica vedo ancora molta resistenza su questo tema.

Le donne (salvo eccezioni), l’ho già detto in altri post, mi sembrano prese in un incantesimo, un sortilegio che le spinge a perdersi in un gioco di specchi, nel labirinto della loro stessa immagine.

Se mi sbaglio e mi è sfuggito qualcosa, avvisatemi.

 

 1991-2008 © Laura Albano

Un’indagine di Efrem Raimondi: Donne sulla donna -2

Sul blog di Efrem Raimondi prosegue con nuove autrici (Sophie Anne Herin, Manuela Marchetti, Claudia Margaroli,  Sara Munari, Tiziana Nanni, Patrizia Savarese) il discorso “Donne sulla donna”, iniziato qui (con Laura Albano (sottoscritta), Elisa Biagi, Silvia Cardia, Monica Cordiviola, Dana de Luca, Isabella De Maddalena, Iara Di Stefano, Benedetta Falugi, Cinzia Garbi, Antonella Monzoni, Maria Serena Patanè, Vanessa Rusci).

Prosegue anche la relativa discussione all’interno delle risposte delle singole fotografe e nei commenti. Ecco dunque il link alla seconda puntata e, a promemoria, le domande rivolte alle autrici.

(permane l’impressione che sia stato toccato un tabù, una patata bollente da toccare con i guanti o far finta di non vedere…)

 

 

Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui