Donne sulla donna – un’indagine di Efrem Raimondi

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Efrem Raimondi sul suo blog pone in questione lo sguardo della donna sulla donna.

Lo fa mostrandoci dodici autrici con una selezione di cinque immagini a testa sul tema donna, e le loro risposte (linkate in pdf sotto ogni serie) alle domande che riporto qui sotto.

(tra le dodici ci sono anche io, con un estratto da un lavoro di un po’ di anni fa dal titolo “Confidenze intime”)

Donne sulle donne

  1. Trovi che il tuo modo di fotografare le donne abbia qualcosa che lo connota come sguardo specificamente femminile? (spiegare perché)
  1. Cosa pensi dello sguardo maschile sul tema Donna?
  1. E come pensi venga affrontato dai media? Tutti, mica solo i magazine
  1. Perché hai deciso di fotografare la donna?
  1. Nel mondo femminile è diffuso il modo di dire “parliamone da donna a donna”, che presuppone una sorta di complicità: esiste anche nel fotografare?
  1. Hai mai fotografato soggetti maschili? Il tuo sguardo cambia?

Un’altra donna, le foto

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© Laura Albano  2008-2013 

clicca sull’immagine per ingrandirla

Nel post precedente facevo una sorta di punto sul discorso sotteso a questo blog.  Blog che, come già scritto, è stato lo svolgimento in parole di un’idea nata fotograficamente un anno prima, nel 2008.  Ancor prima che un’idea era un’esigenza personale: quella di testimoniare l’esistenza  delle donne che parevano scomparse dalle rappresentazioni mediatiche, donne-individui, con caratteristiche somatiche, di espressione, vissuto e personalità distinte, a dispetto della paurosa omologazione dilagante,  parallelo sospetto di una negazione di soggettività politica.  Da quell’esigenza, anzi urgenza, presto fattasi collettiva,  è derivata una serie di fotografie e di mostre, dove volti di donne diverse erano fotografati in modi diversi, ma sempre attenti alla loro individualità, anche grazie alla scelta di luci “descrittive” – dove possibile luce diurna riflessa o diffusa, in mancanza di questa una luce che comunque rendesse possibile il racconto della pelle e del volto, senza prevaricarli né esasperarli. Il focus sul volto non significa certo elidere il corpo dal discorso: è stata piuttosto la necessità di soffermarsi, per un momento, sulla parola – sul logos. Le espressioni sono venute da sé, dal dialogo durante la ripresa, e sono quanto di più lontano dalla moda imperante.

Tirando le fila, qui sopra un riassunto; per poter finalmente andare oltre e, dopo il necessario focus su una realtà negata, ridare libero corso alla fantasia –  intesa, ovviamente, come l’esatto contrario del cattivo uso di photoshop.

La Profe

antonella _ph laura albano

Antonella Landi, ph. Laura Albano

Il discorso sull’autoritratto proseguirà dopo le feste. Per il momento vi lascio in compagnia di Antonella Landi, scrittrice e insegnante nota anche come La Profe, con un post tratto dal suo blog “Prendo appunti”. Buone feste a tutt*

Dillo al rubinetto

Pubblicato il 6 novembre 2012

Il lato positivo dell’autogestione che in questi giorni imperversa alla mia scuola sta in quelle confidenze cui ci si abbandona con chi decide di rimanere in classe. Spiegare non si può, interrogare neanche. Resta la chiacchiera. Quella libera, sincera, disinibita. Se la classe poi è multietnica, io ci vado a nozze.
“A proposito di nozze: lo sa profe che in Albania la sposa, prima di entrare nella nuova casa, deve gettare a terra e poi spezzare con il tacco della scarpa uno specchietto senza essere vista?”
“Ma lo specchio rotto sono sette anni di sfortuna!”
“Non in Albania.”
Scopro anche che in Cina il mazzolino della sposa non viene lanciato e che nelle Filippine gli sposi devono raccogliere con la bocca delle monete nascoste in un vassoio di riso.
Ma la vera svolta per la mia difficoltosa vita onirica giunge dal Perù. Hai fatto un brutto sogno, ti sei svegliato nel cuore della notte in preda a un incubo? Niente paura: basta andare in bagno, piegarsi sul lavandino e raccontarlo per intero al rubinetto, mentre l’acqua scorre abbondante, portandosi via il ricordo del sogno e l’eventualità pur remota che quel bastardo prima o poi si avveri.
Sono salva.

Vivere!!!

Giulia ha qualcosa di urgente da dire,  come molte altre ragazze e ragazzi che soprattutto in questi giorni stanno facendosi sentire.   Queste le sue parole.

Vengo ora da un colloquio serale; un colloquio di lavoro per diventare animatrice per bambini. E’ un gruppo magnifico, vorrei farlo vedere alla nosta amata ministra. Ragazze di 20-22 anni, hanno tirato su un’associazione dal niente, e ne hanno fatto una professione; sono appassionate e intraprendenti.

E’ il loro sogno, e l’hanno realizzato da sole, con fatica e tenacia. E’ il loro sogno, non il mio.

Io sono in una fascia di mezzo: troppo giovane per avere esperienza, troppo adulta per iniziative. Ma forse questa seconda cosa è solo un’alibi.

Non lo so.

Una cosa la so di per certo però: ho 26 anni, una laurea ottenuta con entusiasmo, fatica e passione. Vivo sola, perchè a 26 anni non voglio più dipendere dai miei genitori. Genitori meravigliosi, volenterosi, grandi lavoratori, impegnati e energici, ridotti all’osso da un paese che se poco offre a me, quasi nulla ormai offre a loro. Ma mi appoggiano e mi aiutano e mi sostengono.

26 anni, una laurea, un lavoro nel sociale che mi porta a contatto con persone che si definiscono (e cito) “ingombranti ma invisibili”. Persone disabili.

400 euro al mese: cifra che non basta neanche per l’affitto.

260 euro: quello che riesco a racimolare con un lavoro da babysitter che occupa 10 ore della mia giornata.

Un tirocinio obbligatorio, GRATUITO, perchè sia mai che il lavoro di 5 anni di studio debba essere ricompensato.

600 euro dunque. Così campo io; così campiamo in moltissimi, troppi.

Mi sono infuriata: siamo definiti mammoni, bamboccioni, pigri, sfigati e ora “choosy”, schizzinosi.

Schizzinosi?? quanti di noi sono laureati (ma anche no) e passano le mattinate a mandare curricula per fare il lavapiatti? quanti sono in mobilità, cassa integrazione, disoccupati, o a casa di mamma e papà a 30 anni perchè con 600 euro al mese una casa non la paghi?

Stamattina mi sono svegliata come sempre alle 6. Mi sveglio 2 ore prima di dover uscire per lavoro, per guardare annunci su internet e mandare il mio curriculum in giro. Stamattina l’ho mandato a 1 azienda, 2 ristoranti, 4 mamme in cerca di babysitter.

Alle 8 sono andata dai “miei” disabili; alle 14 ero a casa per un boccone, alle 15 in macchina per prendere la piccola che tengo il pomeriggio. alle 19 ho finito, alle 20 ero a fare un colloquio.

Non è stata una giornata particolarmente piena, lo devo ammettere.

Ma un senso di disagio era già presente in me dalle 6: ho scritto su fb e riporto:

analisi e autocritica: come mai non siamo tutti a Roma con le mani piene di sonori schiaffi da distribuire? Cosa ci devono dire per farci incazzare una volta per tutte?

Sono arrabbiata, sfinita, distrutta. Sono preoccupata. Choosy? non sono choosy, sono esaurita…

Io oggi non dovevo essere in associazione, non dovevo prendere la piccola, non dovevo andare al colloquio: dovevo essere in strada ad urlare un furore che mi sta facendo tremare. Darei l’anima per fare la lavapiatti, la porta pizze, la donna delle pulizie, e vedere il volto di mio padre sereno, perchè sua figlia può pagare le bollette. Darei la vita per poter portare avanti il tirocinio (non pagato) che mi serve per fare ciò per cui, cara ministra, ho studiato e sudato. Non è essere schizzinosi, è chiedere ciò che ci spetta. E a 26 anni mi spetta ragionare per passione e voglia e grinta, non per quanti soldi servono per tirare a campare. E mi servono istituzioni che mi aiutino in questo, non che mi maltrattino e offendano qualunque sia la scelta di vita che faccio. Scelta, mi viene quasi da ridere: noi non abbiamo una scelta. Non possiamo neanche volendo, cara ministra, essere choosy.

Sarei voluta scendere in piazza, urlando, portando con me altre 1.000, 2.000, 100.000 ragazzi e ragazze come me. Vogliamo lavorare, vivere e sognare, non più sopravvivere.

Perchè invece sono a casa, stremata e distrutta? perchè i miei amici non sono in piazza con me? cosa devono farci o dirci ancora?

“Perchè sono stato tutto il giorno a lavoro” mi ha detto il mio migliore amico (che per lavoro, sia chiaro, intende tirocinio non pagato). “Perchè in piazza ci va chi ha tempo tesoro, e io e te tempo non ne abbiamo”. Porca puttana. Non ne abbiamo. E non ne abbiamo perchè dobbiamo sopravvivere. No, è un alibi forse. La verità è che io e con me tutti i giovani che state martoriando, cara ministra, mi sento schiacciata. Pietrificata.

Voglio urlare, ma non ho più voce. Voglio correre, ma non ho più forze. Siamo talmente esausti da non riuscire più ad arrabbiarci.

E anche con queste parole, non riesco a far uscire neanche la metà della rabbia che ho in corpo. Sto tremando.

Domani nuova sveglia alle 6. Si ricomincia. Ho scritto la parola choosy sul muro… perchè questa volta non voglio che la passino liscia, perchè questa volta non voglio che la rabbia si affievolisca, e che la vita mi inghiotta come sempre. Voglio arrabbiarmi come oggi.

Svegliamoci! Urliamo, corriamo!

Chi ci aiuta c’è, cominciamo a pretendere ciò che ci spetta. Vivere.

Il racconto di Giulia è oggi anche su Il Cambiamento , sul Corpo delle donne e su Io sono te

Filologica

Le foto fatte da me ad Alessia Innocenti affiancate alle originali di Bert Stern a Marilyn da “The last sitting” nella Fotogallery sul Tirreno di oggi

Correggo qui un errore di attribuzione da parte della testata: la foto n. 5 (qui sopra) e la n. 6 della Gallery non sono mie, ma di Mara Pezzopane dal set all’Hotel Liana di Firenze nel novembre 2009.

Le sfumature del grigio

Non ho niente contro chi sceglie di tingersi i capelli. Io stessa lo faccio. Ammiro però chi sceglie di non farlo. Anni fa vedevo Camilla in palestra (aveva i capelli scuri), senza conoscerla l’avevo notata per la finezza dei suoi tratti.  Tempo dopo ci siamo incontrate e conosciute non a caso in questa occasione, il colore dei suoi capelli era cambiato, non il suo fascino fuori dal tempo.

L’ho fotografata e lei mi ha regalato la storia dei suoi Capelli color grigio topo.

#Zanardo in RAI

Lorella Zanardo foto © Laura Albano

Non guardo la TV da anni.  Poche cose potrebbero farmene venir voglia.  Una di queste sarebbe la nomina nel Consiglio di Amministrazione della RAI di una persona come Lorella Zanardo, nomina tanto improbabile perché fuori dalle stanze del potere, quanto caldeggiata da più parti  della società civile perché evidentemente capace di rivoluzionare un mezzo che oramai di servizio pubblico ha solo il nome.

Questo è il suo CURRICULUM COMPLETO, ma più di tutto conta il lavoro che da anni sta facendo nelle scuole di tutta Italia, per insegnare ai ragazzi a difendersi da QUESTA TV.

Con energie e passione che sarebbe bello potesse impiegare nel contribuire a fare una TV migliore.

QUI AGORA’ DIGITALE STA PUBBLICANDO TUTTI I CV DEI CANDIDATI IN NOME DELLA TRASPARENZA

E per chi non sa, o non crede, qui è ben riassunta dall’infallibile penna di Sabina Ambrogi la valenza politica del lavoro di Lorella Zanardo.

Novella quarta

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Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, Novella quarta

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà Beato, faccendo una sua penitenzia: la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.

Secondo che io udii già dire, vicino di S. Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di San Francesco, e fu chiamato Frate Puccio: e seguendo questa sua vita spirituale…usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai faliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi…La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e rotondetta, che pareva una mela casolana, per la santità del marito, e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand’ella si sarebbe voluta dormire, o forse scherzar con lui, et egli le raccontava la vita di Cristo, e le prediche di Frate Nastagio, o il lamento della Maddalena, o così fatte cose.

Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, Conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era…”

Nel “Decameron, le novelle oscene” messo in scena nel 2011 da Marco Toloni e Paolo Biribò monna Isabetta era Dhemetra Di Bartolomeo – attrice,  autrice di testi e in più ottima ristoratrice.

Di lei posso mostrarvi una foto tra quelle che le ho fatto, ma la sensualità unica del suo incedere sul palco,  del suo sedersi a gambe accavallate a  sfogliare un libro maliziosamente,  del duetto di avvicinamento con il bel monaco su una musica in crescendo in stile film di Peter Greenway, quella posso solo lasciarla alla vostra immaginazione.