L’invenzione del padre

Padre vecchio e malato padre forte e onnipotente  padre assente padre ritrovato padre spaventoso. Questi sono i padri di Lydia Goldblatt, Aneta Bartos, Diana Markosian, Amanda Tetrault. Consigliato caldamente vedere le serie intere al rispettivo link.

Lydia Goldblatt – La soglia

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Lydia Goldblatt, “Still Here” (2010-2013)

“I explore the cyclical scope of existence that sees nature’s fingers unpick our fragile yet insistent efforts to build, construct and create.

These images are from a series about my parents, focussing on my elderly father’s mortality, and stemming from a desire to address the inevitable changes wrought by his approaching death.

I am witnessing human fragility, the physical and psychological boundaries of a human essence. I am interested in the indefinable thresholds that mark out our individual existence, and in the subtle process of erasure that returns us to the state from which we emerge.

In making work about a personal experience of mortality, I am exploring the cyclical scope of existence that sees nature’s fingers unpick our fragile yet insistent efforts to build, construct and create.”

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Aneta Bartos – L’eroe

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Aneta Bartos, Dad (2014)

“Visiting him and being in his presence takes me back to my youth, to what felt like an endless stretch of days in a worry-free world anchored by my powerful and loving father. I reflect on how his commitment to education, fitness, organic food and simplicity of basic living has kept him so young and full of vitality. These images represent phantoms of the past, but are living and captured in the present. My father is steadfast and consistent, the embodiment of stability and strength.” (il resto dell’intervista su Huffington Post)

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Diana Markosian – La ricerca

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Diana Markosian, Inventing my father (2013-14)

“For most of my life, my father was nothing more than a cut out in our family album.

An empty hole.

(…) When I was a child, my father would visit my brother and me, floating in and out of our lives.

Today, the visitor is me.

The man standing across from me didn’t recognize me. I didn’t recognize him either.

I felt out of place.

A part of me wanted to get to know him.

We started to take photos of each other, the space between us, as a way of working through that void.

My father started to take pictures of me as well (…)

I keep looking for him.

I think I always will.”

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Amanda Tetrault – Il margine

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Amanda Tetrault, Phil and me (2004)

 

Daddy dearest: a letter from Amanda to her father

Dear Phil, Philop, Flip Flop, Daddy, I started taking photographs of you, and me with you, around eight years ago. I was 19 and had come back from a summer working in Maine. You probably don’t remember this, but that fall you were really ill. Crazier than I had seen you in years. You were drinking hard, smelling, wearing underwear on your head and spewing all kinds of nonsense. You didn’t believe you were ill, you weren’t taking your medication and there were very few lucid days.

Taking photographs of us was, and continued to be, the only way for me to stay sane or meet you at all when you were sick and drunk.

…..This is for you and me and for every mother, father, daughter, son, brother, sister, husband, wife that has ever had to live with or alongside mental illness.

I love you, Mandy xo

 

In precedenza abbiamo visto il padre di Annie Leibovitz e quello di Elinor Carucci

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L’impudenza dello sguardo

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©Charlotte March dal libro Mann, oh Mann! (1977)

 

Se volete mettere in crisi Google provate a cercare “donne che fotografano uomini”.
Egli resterà interdetto: “ma no, ti sei sbagliata, ecco qui donne fotografate da uomini, era questo che cercavi, no?”. Non ve lo dirà chiaramente, certo, ma con i suoi risultati.
Siamo in un momento in cui le donne fotografe trovano sempre più spazio nei media, quasi come “fenomeno epocale”.  In tutta questa messe, a parte ovviamente il reportage, troviamo molti autoritratti e fotografie di soggetti femminili. Le eccezioni ci sono, ma non vengono “spinte” dall’industria culturale: Aneta Bartos ha nel suo portfolio un lavoro decisamente erotico dal titolo Boys, ma è stata inserita nell’antologia Girl on girl per le sue meno originali foto di donne. 
Nel 1974 Tana Kaleya aveva prodotto un libro dal titolo Hommes, galleria di soggetti maschili famosi e non, vestiti e non; provando a cercarlo sul mercato online dei libri usati lo si trova oggi rubricato sotto la categoria “fotografia omoerotica”, cancellando del tutto lo sguardo femminile sia come origine che (sia mai!) come possibile destinatario. Charlotte March, sempre negli anni ’70, fu autrice di Mann, oh mann!, volume in cui fotografava con palese reciproco divertimento un giovane che esibiva la propria sensualità in fogge maschili, femminili, animalesche.  Volume finito oggi fuori dai radar.
In generale emergono poche donne interessate fotograficamente all’uomo. Ma è la verità? E se sì, cosa rispecchia questo disinteresse? 
Tra le felici eccezioni, che questo blog non ha mai mancato di citare in una serie di post dedicata, troviamo Monica Cordiviola che propone presso Bottega Immagine un workshop di ritratto maschile.  Ho conosciuto le fotografie (in quel caso di soggetti femminili) di Monica qualche anno fa in occasione della “indagine” di Efrem Raimondi Donne sulla donna , e l’ho contattata per farle qualche domanda sul tema.
D. secondo te le donne sono interessate all’uomo come soggetto fotografico?
R. Premettendo che il workshop a cui ho pensato è aperto a donne e a uomini, credo di sì, perchè non appena ho cominciato la comunicazione di questo evento, le prime risposte sono arrivate proprio da donne che mi ringraziavano di aver pensato finalmente ad un soggetto maschile da ritrarre. Ritengo che il ritratto debba essere asessuato, nel senso scevro da stereotipi. Per me fotografare un animale o persino un oggetto rientra nella fotografia di ritratto.
D. perché una donna eterosessuale non dovrebbe “vedere” fotograficamente un uomo, in luce più o meno desiderante?
R. Un uomo esattamente come una donna è empatico, quindi per quale motivo non dovrebbe essere visto anche dal punto di vista erotico in fotografia? Io sono eterosessuale ma non ho mai avuto problemi a fotografare modelli o uomini nudi. Vedo la nudità come un’assenza di filtri e di orpelli. Il corpo nudo per me è veicolo espressivo, indipendentemente che sia uomo o donna.
D. quanto pensi che possa incidere il timore di un giudizio esterno? in fondo il valore sociale di una donna si misura ancora molto su quanto riesce a farsi guardare….può darsi che ci sia un condizionamento secondo cui “non sta bene” che sia lei a guardare? O qualche altro tabù?
R. Si credo che purtroppo ci sia ancora il tabù di questa cosa. Il limite per cui “non sta bene” che una donna fotografi un uomo, magari anche senza vestiti. Nella fase organizzativa ci siamo resi conto che quando il workshop si basava sul nudo femminile nel giro di pochissimi giorni si faceva il sold out delle iscrizioni; viceversa con l’uomo come modello si fatica molto di piu’ a raggiungere il numero di partecipanti.
D. in una intervista del 2015 sul blog di Efrem Raimondi dicevi, a proposito del  fotografare altre donne:   “Mi tuffo dentro di loro e cerco di estrapolare l’erotismo, immedesimandomi con la loro fisicità”.  Quali sono le dinamiche che scattano per te con i soggetti maschili?
R. Scatto da sempre donne, sono etero e per cercare di ritrarle al meglio tuttora adopero questa modalità di cercare di immedesimarmi nella loro fisicità; con gli uomini ovviamente non potrei. Quando scatto loro invece cerco proprio di tirare fuori la loro forza ma soprattutto la loro fragilità. La fragilità in uomo per me è la parte piu’ erotica.
D. il tuo workshop  si colloca nell’ambito della fotografia di ritratto, di moda e pubblicitaria. Trovi che nel caso di soggetti maschili esista il pericolo di stereotipi triti da evitare, e nel caso come li descriveresti?

R. Si credo che questi stereotipi triti siano da evitare anche nei ws al femminile. Purtroppo assistiamo a veri e propri show della domenica dove si vede di tutto e di piu’. Diciamo che sia per l’uomo che per la donna cerco sempre di gestire i miei ws come laboratori per la fotografia di ritratto, della durata minima di due giorni, dove la prima giornata è dedicata alla lezione sul ritratto con fotocamera in mano e la seconda una sorta di vero e proprio laboratorio sul lavoro fatto il giorno precedente con discussione ed interazione di tutti i partecipanti proprio per elaborare il confronto tra tutti.

Grazie dunque a Monica per questo contributo sul tema e per l’iniziativa fuori dalle righe, che ci/le auguriamo partecipata senza limiti di sesso e genere.