Frammenti di Utopia

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Se ti sei avvicinato alla fotografia da poco, un workshop di ritratto con Efrem Raimondi potrebbe farti l’effetto di una sbronza da superalcolici.
Se con la fotografia hai una certa familiarità forse l’ebbrezza è più contenuta, ma ti stende comunque. 
Specie se hai iniziato il percorso la sera del venerdì con la Lectio Magistralis e hai ancora gli slideshows che ti si agitano dentro. Foto dove un gatto è un gatto e non un gattino,  la notte è nera e un lenzuolo bianco è amore o morte – non si scappa. 

E nel workshop ER ti insegna soprattutto a non scappare.

Senza risparmiarsi ti insegna a star fermo e non mollare la presa sul soggetto, perché non puoi permetterti di esserne in balìa: ma soprattutto non puoi eludere la realtà che hai di fronte.
La tua, in primis: ché se non TI vedi, non vedi. E poi quella del soggetto, la sua “specificità”: sta a te trovarla, e da lì partire per restituire ciò che davvero di essa “ti riguarda” – e che non si vede a prima vista. Un frammento di utopia, forse.  

Riuscirci è un altro paio di maniche. 
Quello che è certo è che la realtà non si camuffa, non si abbellisce: si affronta. 
E’ la differenza che passa tra idealizzazione e utopia. Puoi trascendere la realtà ma non puoi stenderci un velo: devi prima farci i conti.
Da quello che ho capito in questo weekend.

Il workshop in questione si è tenuto a Pistoia presso il Funaro, ed era organizzato da Corsi Fotografia.Pro

Il sito di Efrem Raimondi 

Il blog di Efrem Raimondi

Letizia Battaglia e la Storia

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Oggi è il compleanno di Letizia Battaglia, fotografa di grandezza incommensurabile.

Al MAXXI è ancora visibile, fino al 17 aprile, la sua retrospettiva Per pura passione: ma non andateci pensando di trovarvi a visitare una mostra di foto, magari appese al muro. Piuttosto, arrivando alla parete ricoperta da prime pagine di giornale, e più ancora entrando nelle file di grandi fotografie sospese ad altezza d’uomo, sarete risucchiati nel buco nero della storia recente d’Italia. Soprattutto se la vostra data di nascita si colloca negli anni sessanta o settanta, e certi nomi di vittime assassini e luoghi hanno scandito la quotidianità della vostra infanzia, imprimendovisi in mente ancor prima di capire almeno vagamente il disegno che quei punti andavano formando.

Se siete più giovani e volete documentarvi, o comunque se sentite il bisogno di ricollegare i nodi (nomi e volti) alle rispettive trame, può esservi d’aiuto “Gli anni tra cane e lupo. 1969-1994, il racconto dell’Italia ferita a morte” di Rosetta Loy, libro che ricostruisce serratamente in brevi e puntuali paragrafi i principali fatti di sangue che hanno condizionato -più o meno direttamente – la democrazia in Italia lungo quasi mezzo secolo. Vi ritroverete molti dei personaggi e degli episodi fotografati da Letizia Battaglia, e a quel punto, mettendo insieme immagini e racconto, vi apparirà un affresco, pur non leggibile in ogni punto, simile ad un Trionfo della morte – una peste della democrazia, nella fattispecie. 

“sulla scena, per esempio, di un omicidio…erano tutti uomini, non c’era una donna,  medici legali, giudici che arrivavano erano tutti uomini…in quegli anni sì….e io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora, non mi facevano passare, qualsiasi usciere, chiunque diceva no…perchè ero donna. allora siccome la Rai passava, il collega fotografo passava, io dicevo devo passare, non mi credevano e io mi mettevo a gridare…tutto questo creava panico nella polizia, arrivava il capo dei poliziotti, non so chi fosse, qualche volta era Boris Giuliano, e diceva: signora, passi”.

Letizia Battaglia, “Per pura passione” – intro alla mostra

“Amore amaro”, documentario di Francesco G. Raganato 

Estetica dispotica

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A Firenze, venerdì 5 febbraio alla PolverieraSpazioComune, il Collettivo DeGenerate ha presentato un documento su – o piuttosto contro – “l’estetica come dispositivo di controllo”.

A corredo del documento una rassegna di immagini di corpi femminili e maschili tratti da riviste e altri media, e piccoli inserti di testo (vedi foto).

Il documento, dal titolo “Estetica Dispotica o l’insostenibile leggerezza dell’apparire”, si può leggere per intero qui: di seguito alcuni stralci (NdR il re si rivela sempre più nudo, e gli anticorpi nelle nuove generazioni ben agguerriti. E noi, ovviamente, strafelici).

(…) il concetto di bellezza è stabilito a priori dalla società e acquisito dalla mente degli individui che lo fanno proprio durante la crescita

(….) La questione dell’apparenza e del suo valore, seppur a prima vista un problema superficiale, tocca in realtà moltissimi nodi e influenza la formazione degli individui e il loro esistere in società. Proprio su questo abbiamo incentrato il nostro percorso, osservando l’estetica come un dispositivo di controllo, e studiando come questo si sia radicato e come sia andato via via diffondendosi.

(…)(dispositivo): qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi (G.Agamben)

(…) Il “dispositivo estetica” serve principalmente due scopi: continuare a far considerare estetica e bellezza dei valori e delle qualità imprescindibili, che occupano perciò la mente ed il tempo degli uomini e (soprattutto) delle donne, e creare un’industria e una vasta gamma di prodotti e servizi di cui si pensa non poter assolutamente fare a meno.

(…)Non vengono quindi dettate delle regole o degli obblighi con violenza: si creano piuttosto dei modelli da seguire che piano piano, a forza di immagini e di messaggi ripetutamente trasmessi, vengono interiorizzati dal soggetto e riprodotti. I principali strumenti di questo dispositivo sono dunque l’educazione e i media.

È importante che le donne, le ragazze e ancor prima le bambine riescano a riconoscere e mediare queste influenze deleterie per iniziare a ribellarsi all’omologazione e oggettivazione da sempre in atto sul nostro corpo e dunque sulla nostra persona ed esistenza.

il fulcro del problema si trova infatti per noi nel controllo esercitato dal sistema sulle nostre scelte attraverso l’ossessione per l’apparire. All’interno di un percorso di lotta teso alla liberazione dei nostri corpi, mettere in discussione il bisogno di aderire ad uno (o più) modelli preconfezionati di bellezza diventa per noi un passaggio fondamentale. Il corpo è il centro dell’oppressione delle donne, quindi è da questo che dobbiamo partire.

Un altro elemento che entra in gioco parlando di estetica è il desiderio. Sfruttando una definizione di Gilles Deleuze* potremmo dire che ogni nostra scelta legata all’estetica, dal colore dello smalto al modello di scarpe, non esprime semplicemente la voglia di un certo oggetto rispetto ad un altro ma piuttosto la volontà di adesione ad uno scenario o ad un ambiente che ci sembrano più accattivanti e vincenti di altri. Queste scelte incidono come abbiamo visto anche su componenti quali il linguaggio e la gestualità, che tenderemo a conformare a quelli richiesti dal contesto. Diventa perciò importante riappropriarsi del desiderio come costruzione personale piuttosto che replica infinita di un canone precostituito.

(…) Provare a liberarsi è provare a mutare l’ordine delle nostre priorità

(…) rifocalizzare ciò che conta e costruire nuovi percorsi di lotta

* “Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’. Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Quando una donna dice “desidero un vestito” è evidente che non lo desidera in astratto. Lo desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. […] Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole … di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio” (Gilles Deleuze, L’abecedario)

Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

Fast Forward: Women in Photography – un simposio alla Tate Modern

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Qiana Mestrich, da The Mist in Mystic (2012)

Da Aunt Jemima, icona della pubblicità dei pancakes, alle cantanti ben pettinate sui vinili R&B e Soul degli anni Settanta, l’immagine delle donne nere è storicamente sempre stata controllata dall’alto. Una nuova generazione di artiste sta usando la fotografia per rivendicare i diritti sull’immagine delle donne nere, e visualizzare molteplici identità che neutralizzino la narrazione dominante e univoca del passato.

Di questo parlerà Qiana Mestrich nel simposio di due giorni Fast Forward: Women in Photography che si tiene in questo weekend alla Tate Modern. Ed è soltanto uno dei molti aspetti che verranno trattati. Gli altri potete leggerli qui.

Temi di indubbia importanza e relatrici di varie nazionalità. Nessuna italiana, tra parentesi.

Vale la pena di riflettere sul fatto che qui in Italia il parlare di sguardo femminile in fotografia, anche in maniera molto circostanziata come fatto poco tempo fa da Efrem Raimondi, provoca levate di scudi da ambo le parti e improvvise, insostenibili, teorizzazioni sull’uguaglianza assoluta dei sessi e dei generi.

Un’altra donna, le foto

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© Laura Albano  2008-2013 

clicca sull’immagine per ingrandirla

Nel post precedente facevo una sorta di punto sul discorso sotteso a questo blog.  Blog che, come già scritto, è stato lo svolgimento in parole di un’idea nata fotograficamente un anno prima, nel 2008.  Ancor prima che un’idea era un’esigenza personale: quella di testimoniare l’esistenza  delle donne che parevano scomparse dalle rappresentazioni mediatiche, donne-individui, con caratteristiche somatiche, di espressione, vissuto e personalità distinte, a dispetto della paurosa omologazione dilagante,  parallelo sospetto di una negazione di soggettività politica.  Da quell’esigenza, anzi urgenza, presto fattasi collettiva,  è derivata una serie di fotografie e di mostre, dove volti di donne diverse erano fotografati in modi diversi, ma sempre attenti alla loro individualità, anche grazie alla scelta di luci “descrittive” – dove possibile luce diurna riflessa o diffusa, in mancanza di questa una luce che comunque rendesse possibile il racconto della pelle e del volto, senza prevaricarli né esasperarli. Il focus sul volto non significa certo elidere il corpo dal discorso: è stata piuttosto la necessità di soffermarsi, per un momento, sulla parola – sul logos. Le espressioni sono venute da sé, dal dialogo durante la ripresa, e sono quanto di più lontano dalla moda imperante.

Tirando le fila, qui sopra un riassunto; per poter finalmente andare oltre e, dopo il necessario focus su una realtà negata, ridare libero corso alla fantasia –  intesa, ovviamente, come l’esatto contrario del cattivo uso di photoshop.

Lo sguardo è mio e me lo gestisco io

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Da allora, in questi anni,  si sono progressivamente formati gli anticorpi a questa malattia sociale:   sono comparse sempre più iniziative tese a “restituire l’immagine” alle donne;   gradualmente questa necessità è entrata nella coscienza collettiva e – conseguentemente –  mediatica, tanto da doversi oramai difendere dai pericoli di una nuova retorica della “normalità” o “naturalezza” (oramai siamo addirittura al parossistico  “Supernatural”,  sull’ultima copertina di uno storico femminile).  Ciò non impedisce che si continui a fare danni con il fotoritocco, un esempio su tutti:  in copertina diva quarantenne ridotta a una ventenne, e all’interno della stessa rivista un servizio di attualità sulle trentenni e il lavoro, dove la trentenne fotografata “neorealisticamente”  pare la mamma della diva quarantenne.

C’è poi da dire che le donne sono riaffiorate sui media anche in sembianze che non avremmo mai voluto vedere: ferite, pestate, insanguinate, uccise.  Con una retorica visiva necrofila, deprimente e tautologica:  che tuttavia ai posteri racconterà di una presa di coscienza, pur con gli strumenti – per ora – sbagliati.

Insomma grande confusione sotto il cielo, situazione eccellente? forse, ma grazie,  molto più che ai media,  alla rete e ai vari social, che hanno favorito il moltiplicarsi all’infinito dei punti di vista e (soprattutto) il deflagrante fenomeno dell’autorappresentazione. Sulla quale si sta dicendo tutto e il contrario di tutto: i selfies sono sintomo di insicurezza, i selfies sono strumento di empowerment e autoaffermazione per le ragazze, i selfies sono Arte.

In effetti, i selfies sono, semplicemente, tutto ciò che noi siamo:  quindi un’infinità di cose, anche in contraddizione tra di loro, ma proprio per questo non in contraddizione.

Per cui in questo momento, per quanto riguarda il tema del “restituire l’immagine alle donne”, l’impulso è quello di un bel  “Bomba libere tutte!!!”

Senza abbassare la guardia, ma continuando magari a monitorare, e segnalare, sia le aberrazioni da combattere che le visioni a noi più congeniali.

L’attenzione però ora (secondo me) dovrebbe spostarsi dall’immagine alla “riappropriazione dello sguardo”: ovvero dal prodotto finito ai processi culturali a monte della visione.

(a questo proposito,  sarebbe anche arrivato il momento di finirla di fare esposizioni settoriali “al femminile”:  se è fondato interrogarsi su quanto di culturalmente e politicamente specifico connoti lo sguardo della donna,  è pericoloso continuare a separarlo dal resto del mondo)

C’è peraltro un analfabetismo sconfortante per quanto riguarda il linguaggio visivo, inversamente proporzionale alla diffusione dell’uso delle immagini:  e l’eliminazione della Storia dell’Arte dall’insegnamento nelle scuole superiori fa presumere che la situazione andrà di male in peggio.  La Storia dell’Arte dovrebbe essere piuttosto integrata da un approccio trasversale all’educazione alla visione, seguendo l’onda (relativamente) recente dei Visual Cultural Studies (da cui l’Italia è stata finora ben poco lambita).

Per un po’ io avrò voglia di occuparmi di altro,  tipo imparare il polacco o l’arabo,  o cucinare dolci senza burro. Vi lascio quindi un po’ di materiali per approfondire vari aspetti delle questioni in gioco, e auguro a tutt* per questo 2014 di riuscire a occuparvi di ciò che vi sta a cuore.  Baci e abbracci.

Anti-corpi:

Estratto dalla serie fotografica Un’altra donna di Laura Albano

La serie Nue di Martine Marras

The NuProject

Sull’autorappresentazione:

Selfies Are Art, di Noah Berlatsky

#feministselfies su twitter

Selfies come conquista del diritto all’affermazione di sé, di Rachel Simmons

Sulla triste sorte dell’insegnamento della Storia dell’Arte:

Istruzione, i danni postumi di Gelmini: cancellata la Storia dell’Arte, di Tomaso Montanari

Sulle immagini e il concetto di cultura visuale:

Il linguaggio delle immagini, di Laura Albano  (testo scritto per il progetto di formazione Nuovi Occhi per i Media, di Lorella Zanardo e Cesare Cantù):

PS: prossimamente farò una sorta di indice per argomenti di questo blog, per rendere più facile l’accesso ai temi più ricercati anche da studenti interessati ai temi di genere, che a volte mi hanno scritto personalmente.

(quanto mi inquieta l’avviso qui sotto che mi dice che nel riquadro potrebbe comparire una pubblicità,  senza poter sapere quale orrido adv wordpress vi sta propinando…)