Tabù

A proposito del tabù fotografico sui corpi delle donne anziane. Questa foto, “Trois femme” di Jean-François Bauret, fu pubblicata sul n.1 della rivista fotografica Zoom nel giugno 1972 per illustrare un articolo sul sessismo delle immagini nella pubblicità, con la didascalia  “Restituire le donne alla loro immagine e alle donne la loro immagine”.

La trovate anche in questa sezione del sito del fotografo, che merita di essere visitato soprattutto per i Portraits nus di donne, uomini e coppie.

Una fotografa che ha affrontato due tabù in una volta raccontando la sessualità dei corpi anziani è Marrie Bot.

Le riviste femminili quando parlano di rughe riescono al massimo a mostrarci una modella giovane con i capelli incipriati di bianco, oppure un primo piano di un cane grinzoso.

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Per cominciare

“Restituire le donne alla loro immagine e alle donne la loro immagine” , così scriveva nel 1972 il primo numero della rivista di fotografia Zoom, in un articolo sul “sexismo” (meglio definito “razzismo sessuale”).
Coraggiosamente, l’articolo parlava di “logica e salutare rivolta delle donne contro lo stato d’inferiorità in cui tende a mantenerle una società, le cui regole sono dettate dai suoi membri di sesso maschile”. In particolare, affrontava il rapporto tra la donna reale e la sua immagine, e lo sfruttamento commerciale che di questa veniva fatto in un contesto definito, appunto, “sexista”.

Altro linguaggio e anche altri tempi, rispetto ai quali siamo paurosamente indietro: in quel periodo restituire alle donne la loro immagine sembrava forse un’impresa possibile. Di fatto è accaduto l’esatto contrario: oggi l’unica immagine femminile ammessa dalla censura dei media è quella del sogno, il clone perfetto riprodotto all’infinito, al massimo in due varianti:  l’incorporea nella moda, l’ipersessuata in TV.

Il diritto all’immagine alla donna reale è stato negato del tutto.

Forse per questo dobbiamo rinunciare a riprendercelo? Io non credo, e la crescente consapevolezza femminile (e spesso anche il sostegno maschile) che leggo quotidianamente nelle discussioni in rete mi rafforza in questa convizione.

Allora, per iniziare, proviamo a restituire alle donne quello che è stato progressivamente tolto: la grana della pelle, le tracce del vissuto, l’individualità.

Proviamo ad immaginare che non esistano industrie cosmetiche e chirurgiche da arricchire, consumi da indurre, bisogni da inventare.

Cerchiamo in un volto di donna quello che ha da raccontarci, la sua capacità di amare, ridere, commuoversi o emozionarsi; uno sguardo che non rifletta il vuoto né si rifletta in chi guarda, ma esprima una luce propria.

Lasciamo che un corpo ci mostri, al posto di un canone di geometrica perfezione,  la vita che scorre nelle vene a fior di pelle, o una morbidezza che ci svela la sua propensione al piacere.