Un’altra donna, le foto

laura albano_unaltradonna riassunto

© Laura Albano  2008-2013 

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Nel post precedente facevo una sorta di punto sul discorso sotteso a questo blog.  Blog che, come già scritto, è stato lo svolgimento in parole di un’idea nata fotograficamente un anno prima, nel 2008.  Ancor prima che un’idea era un’esigenza personale: quella di testimoniare l’esistenza  delle donne che parevano scomparse dalle rappresentazioni mediatiche, donne-individui, con caratteristiche somatiche, di espressione, vissuto e personalità distinte, a dispetto della paurosa omologazione dilagante,  parallelo sospetto di una negazione di soggettività politica.  Da quell’esigenza, anzi urgenza, presto fattasi collettiva,  è derivata una serie di fotografie e di mostre, dove volti di donne diverse erano fotografati in modi diversi, ma sempre attenti alla loro individualità, anche grazie alla scelta di luci “descrittive” – dove possibile luce diurna riflessa o diffusa, in mancanza di questa una luce che comunque rendesse possibile il racconto della pelle e del volto, senza prevaricarli né esasperarli. Il focus sul volto non significa certo elidere il corpo dal discorso: è stata piuttosto la necessità di soffermarsi, per un momento, sulla parola – sul logos. Le espressioni sono venute da sé, dal dialogo durante la ripresa, e sono quanto di più lontano dalla moda imperante.

Tirando le fila, qui sopra un riassunto; per poter finalmente andare oltre e, dopo il necessario focus su una realtà negata, ridare libero corso alla fantasia –  intesa, ovviamente, come l’esatto contrario del cattivo uso di photoshop.

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Monica e la censura

Monica Bellucci © Peter Lindbergh (GQ 1999)

Monica Bellucci è sempre stata bellissima, e sono sicura che lo sia ancora oggi a quasi 50 anni. Proprio per questo vorrei tanto vederla, per vedere come si può essere belle a quell’età.  E invece no, ce la censurano.

Nel corso del 2012 l’hanno messa sulle cover di Glamour, Vanity Fair e MySelf, a dichiarare che non vuole rifarsi, che è un’assurdità a 40 anni dover essere come a 20, che invecchiare e vedere il corpo che cambia è bello e tutta la sagra del politically correct a cui le riviste hanno capito di doversi adeguare per non essere sputtanate sul web.

Peccato che con le immagini le abbiano fatto affermare esattamente l’opposto, ritagliandola come una bambolina di carta (guardate le proporzioni improbabili di collo e braccia sulla cover di Myself!!), liftandola come una diciottenne e piallandola come una carta da gioco (persino all’estero hanno chiacchierato sulla cover di Glamour, anche perché la versione U.K. della stessa rivista si era pubblicamente schierata per una diversa politica del fotoritocco).

Politicamente corretta è diventata anche la nuova Amica dopo le contestazioni di donne e animalisti al primo numero. Ora è una rivista piacevole da sfogliare, con  l’asso nella manica di un maestro della fotografia come Giovanni Gastel a realizzare la maggior parte dei servizi, e un occhio sociologico alla memoria del passato con una riproposizione di estratti e cover dai vecchi numeri ogni mese. Ma qualche volta anche Amica si dissocia da se stessa: “non siamo bambole” afferma nel mese di settembre, mostrando Carol Alt truccata e ritoccata ad immagine e somiglianza della barbie che porta in mano.

Il paradosso finale è che in questa schizofrenia sono le immagini taroccate a dire la verità: come negli umani il linguaggio del corpo è spesso la spia delle vere intenzioni aldilà delle parole, così nelle riviste il linguaggio delle immagini, più immediato e inconsciamente impattante del verbale, fa passare il vero messaggio (vietato invecchiare!) aldilà delle affermazioni politically correct delle parole.

Ps: in Australia la rivista Cleo, bombardata da firme e messaggi di protesta (poi rimossi) anche sulla bacheca FB, nella sua retouching policy scarica la colpa sugli agenti delle celebrities, che non ne avallerebbero la pubblicazione in copertina senza fotoritocco…continuiamo a farci del male, avrebbe detto qualcuno che sosteneva, giustamente, che “le parole sono importanti”:  ma le immagini pure.

La madre 4_Annie Leibovitz

Marilyn Leibovitz fotografata dalla figlia Annie (1997)

“La prima volta che fotografai mia madre in modo formale fu nel 1974, quando avevo da poco cominciato a lavorare per Rolling Stone. Ero andata a far visita ai miei genitori nella loro casa di villeggiatura sui monti Catskill, e chiesi a mia madre di danzare per me. Quel servizio fu una sorta di rito di passaggio. Io ero una fotografa e lei una ballerina.

Molti anni più tardi, quando mia madre aveva ormai più di settant’anni, la fotografai a casa mia, nel nord dello Stato di New York, ancora una volta durante un pomeriggio estivo. Sistemammo una sedia sul prato, all’ombra. Era molto nervosa e, quando le domandai quale fosse il problema, mi rispose che aveva paura di sembrare vecchia. Era una donna forte, abituata ad avere il pieno controllo della situazione. Sono rare le persone disposte a esporsi tanto.

In olte occasioni ho sostenuto di non avere una foto preferita. Eppure, più passa il tempo, più il ritratto di mia madre mi appare significativo. Forse è proprio questa la mia foto preferita. E’ totalmente onesta. Mia madre mi guarda come se la macchina fotografica non ci fosse.”

Da Annie Leibovitz “At work”

Nel libro questa fotografia è quadrata, con più spazio intorno al soggetto. Questa versione, che preferisco perché mi sembra che lo sguardo arrivi con più intensità,  era apparsa precedentemente nel volume “Women” di Leibovitz.  Nonostante quello che racconta la figlia, esprime una sicurezza fuori dal comune.

Psiche e pixel

Per proseguire il discorso sulle riviste, a proposito di Psychologies riporto qui il diretto e conciso punto di vista di Roberto, preso in prestito dal blog Laboratorio Fotografico Affabulazione.

“Ora, non è che io voglia fare il rompipalle a tutti i costi.

Ma da una rivista di psicologia, che nel numero di dicembre parla di come ”aiutare un adolescente a diventare adulto” e ”sentirsi bellissime nelle sere di festa”, ecco, mi aspetterei che lavori per l’autostima dei suoi lettori/delle sue lettrici.

Insomma, cosa devo pensare quando una donna bellissima come Stefania Rocca approda in copertina ottenebrata da una dose tanto massiccia di Photoshop?

(non compro Psychologies – l’ho osservata durante la fila alle casse del supermercato)”

Avamposti 2011 al Castello di Calenzano

Teatro Manzoni, la volta affrescata del soffitto

 

mercoledì  21 settembre ore 21.30              

ALTANA E CORTILE DEL CASTELLO

INARTEDONNA

VIDEO, FOTO, PITTURA, SCULTURA, PERFORMANCE

VIDEO:

LIBERE di Cristina Comencini

VACANZA, TREVI, IL GIARDINO DI ECHO PARK di Monica Gazzo

MARCELLE RAGOT di Daniela Trastulli

VIDEAZIONE METABASICA di Bona Baraldi

segue INCONTRO

L’immagine, il corpo e l’identità delle donne

MOSTRE:

foto e opere di Laura Albano, Monica Gazzo

PERFORMANCE:

CAMILLE CLAUDEL di Monica Bauco

DONNA di Bona Baraldi

ingresso 5 €

Le mie foto in mostra saranno alcuni volti formato 50×70. La mostra è visibile anche domani sera ad ingresso gratuito, per la festa del ventennale del Teatro delle donne.

Gli occhi, la bocca

“Altrettanto (la censura attraverso la dissimulazione delle immagini, ndr) capitò a Mina, accusata di aver prestato una mimica facciale addirittura “oscena” per la sigla del varietà Mille e una luce. Ricorda Paolo Piccioli: “Fu l’ultima graffiata di Mina alla censura Rai: la canzone si intitolava Ancora, ancora, ancora. Brano appassionato ed erotico, che la cantante interpretava con il viso e le labbra in primo piano, ammiccando con occhi e labbra sensuali. Il risultato fu che dalla seconda puntata, durante gli ammiccamenti, il viso si intravedeva moltiplicato su più monitor in modo da ridurre il primo piano.”  (tratto da: Menico Caroli, “Proibitissimo! Censori e censurati della radiotelevisione italiana”, Garzanti)

Il fatto risale al 1978. Al di là del trucco datato, voi cosa vedete in questa interpretazione – cosa esprimono il volto e la gestualità di Mina? E vi sembra di ritrovarlo nella Tv odierna, in cui si vede apparentemente “di tutto”?

Aldo Grasso, nella prefazione al libro sopra citato, scrive:

“La mia modesta idea è che ora non c’è più la censura (…) ma c’è qualcosa di peggio: l’indistinguibile. La neo-televisione ha scoperto un solvente universale che rende ogni immagine simile alla precedente, pone sullo stesso piano vita e morte, rende disarticolata ogni gerarchia. (…)

La peggior censura che esista è quella che porta all’assuefazione e all’insignificanza. Non è difficile capire come per annientare la vitalità di una pulsione qualsiasi sia quella di trasformarla in chiacchiera o in replay.”