Dedica

Questo post voglio dedicarlo alla donna che mi ha tagliato i capelli dai tempi dell’università fino a quando, poco tempo fa, è andata in pensione. L’unico negozio di parrucchiera dove non abbia avuto il terrore di sedermi, e da dove non sia mai uscita con una crisi di nervi.

Nei miei 20 anni ci siamo divertite a sperimentare asimmetrie varie. Nei 30 mi sentii vecchia, le portai una foto di Peter Lindbergh con un caschetto berlinese retrò e quando tornai al lavoro (allora) in agenzia ippica un cliente indiano mi disse che sembravo “un bambino”.  Nei 40 porto i capelli lunghi e ho avuto da lei la miglior manutenzione della scalatura corta, fatta in modo da arrivare esattamente ad accarezzare gli zigomi.

A volte l’ho tradita, cercando nuove emozioni: ma me ne sono sempre pentita. Tornavo sempre, e lei sapeva che sarei tornata.

Una volta, molti anni fa, mentre mi tagliava i capelli le dissi “sai A., se avessi i soldi mi piacerebbe tanto fare una rivista per donne, la chiamerei Un’altra donna, e ci metterei tutto quello che non si trova nelle riviste femminili…”

Lei, da rigorosa esteta, lì per lì ebbe un brivido di raccapriccio quando parlai di donne ritratte nelle loro umane imperfezioni:  ma anni dopo si è prestata molto volentieri a farsi fotografare.

La morte e la fanciulla

Aggiornamento: se la moda volesse veramente mettersi in gioco in prima linea potrebbe, piuttosto, riscoprire il “Manifesto nazionale della moda italiana contro l’anoressia” messo a punto dall’ex  ministra Giovanna Melandri nel 2006, e controfirmato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e da Alta Roma.

Sabato 19 marzo è apparsa su Repubblica questa intervista, in cui Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, comunica il lancio di una raccolta di firme  per far chiudere i siti cosiddetti Pro-Ana. I siti Pro-Ana, secondo la definizione di Sozzani, sono quelli che “contengono le istruzioni per diventare anoressiche” e dove “le autrici si spalleggiano tra loro per arrivare all’obiettivo della perdita di peso. Insegnano a vomitare, consigliano lassativi e diuretici, esortano e ammirano chi è capace di rifiutare il cibo”.  Quelli – aggiungiamo noi –  illustrati con immagini di ragazze magrissime, danzanti con scheletri o abbracciate ad Ana, la dea dalle costole sporgenti. Con questa petizione contro di loro Sozzani intenderebbe dimostrare che “la moda si mette in gioco in prima linea per combattere l’anoressia”. 

La macroscopica contraddizione salta all’occhio. Basta aprire l’ultimo numero di Vogue Italia per trovarsi di fronte ad immagini dello stesso tipo di quelle che i siti Pro-Ana usano come modelli di ispirazione. E, come se non bastasse la magrezza e l’uso del fotoritocco a disegnare silhouette irraggiungibili, nel supplemento Vogue Unique di questo numero le figure sono state anche vistosamente deformate, allungandole e assottigliandole. Caso mai il modello non fosse abbastanza chiaro.

“Vogue Italia propone da sempre un modello di donna che vive in armonia con il proprio corpo– dice Franca Sozzani – basta pensare al canale “Vogue curvy” dedicato alle donne felici di essere tonde e con curve esuberanti.” Nella sezione “Curvy” (sul sito di Vogue da un anno circa) si vedono forme effettivamente rotonde: ma ci sono finite anche donne definite “curvy” solo in quanto diverse dal canone attuale della magrezza estrema (ci si è vista anche Monica Bellucci, per dirne una). E se sulla rivista si legge che  le curvy Beth Ditto, Adele e Miss Platnum “hanno in comune l’energia, il carattere e il talento necessari per combattere lo stereotipo secondo cui la magrezza avrebbe qualcosa a che fare con il successo”,  di fatto la pubblicità e i redazionali (che propongono i modelli vincenti) rimandano ad una magrezza che definiremmo estrema in senso letterale (vedi  questa fanciulla che pare coperta da un sudario per l’estrema unzione).

“Negli anni 90 le ragazze avevano corpi perfetti e femminili, mentre oggi sono sicuramente molto più magre e molto più alte” spiega Sozzani rispondendo ad uno dei numerosi commenti critici sotto la petizione, dimenticando la responsabilità di chi queste ragazze molto più magre e molto più alte le ha scelte, e continua a sceglierle in mezzo a tante altre di forme diverse. 

Fermo restando che l’anoressia è un disturbo dalle cause profonde e complesse, radicate nella storia personale e familiare, se la moda decide di fare la sua parte per aiutare a combatterla non può prescindere da una seria assunzione di responsabilità da tutti coloro che ne fanno parte. E’ forse arrivato il momento in cui, come si auspica per la pubblicità, una seria presa di posizione etica può favorire un ritorno di immagine ed economico più dello sfruttamento di una tendenza lucrosa quanto pericolosa.  Anche se – è bene ricordarcelo – non c’è di mezzo solo il denaro: come ci ricorda Naomi Wolf senza trascurare l’aspetto economico del Mito della Bellezza, “la dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne. Una popolazione con una così tranquilla ossessione è una popolazione facilmente manipolabile.”

Qui trovate la petizione, e potete usare lo spazio dei commenti dove legge e risponde la direttrice.

Qui e qui altri post critici, che chiedono azioni di responsabilità ben precise da parte di Vogue.

Qui un divertente post sull’ideale estetico proposto da alcune riviste.

L’immagine di questo post è una pubblicità di Moschino del 1990.

Qui sotto un estratto dal libro dello psicoanalista Massimo Recalcati “L’ultima cena. Anoressia e Bulimia”.perché sono d’accordo con chi dice che su certe cose si debbano lasciar parlare gli specialisti (al link qui sopra trovate altri estratti del libro).

“L’anoressica insegue dunque un Ideale: quello di una magrezza del corpo che possa giungere a cancellarne i rilievi, ad appiattirne le forme, ad assottigliarne lo spessore. Fare del corpo un filo, una trasparenza disincarnata, una linea ai confini dell’invisibile. E’ questa la via estetica dell’anoressia.

L’esasperazione dell’apparenza, il culto del corpo sottile, leggero, filiforme, ossuto manifesta la sua funzione di maschera rispetto all’oscenità inassimilabile, fuori discorso, della morte ma al tempo stesso, la lacera e ne mostra tutta la finzione. Lo scongiuro sociale della spettralità della morte si ribalta allora, improvvisamente, nel suo contrario: la morte sale in passerella, sfila, occupa le copertine patinate dei rotocalchi femminili, contagia, provoca identificazioni.  (…) 

In questo senso il motivo della cura estetica del corpo – portato dall’anoressica alla sua esasperazione spettrale che rivela dunque il carattere mortale del corpo che l’ideale della bellezza vorrebbe mascherare – è solo un altro aspetto di quella logica del consumo  (…)

Tutto marcia veloce, senza tregua, tutto si consuma, tutto viene tritato dalla macchina produttiva, ma in questo tutto in realtà  – è il grande e drammatico insegnamento dell’anoressia-bulimia – alberga il niente.”   

tratto da Massimo Recalcati, “L’ultima cena. Anoressia e bulimia”, Bruno Mondadori 1997