Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

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Educare o reprimere?

REPRESSIONEelaborazione da un fotogramma del film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di E. Petri

Prendo in prestito immagini e parole di un capolavoro che ancora molto ha da insegnare, per dire quanto il nuovo decreto sul femminicidio – da quello che è emerso finora – sia quanto di peggio si poteva escogitare.

Come diceva Volonté nel suddetto capolavoro:  “ad altri il compito di educare: a noi quello di reprimere!”

Serve, invece, proprio un’educazione che dall’infanzia riscriva i rapporti tra i sessi, una cultura che superi la relazione come possesso, serve prevenzione e lavoro sulla persona. E in questo provvedimento non sembra esserci niente di tutto ciò.

Loredana Lipperini lo sintetizza perfettamente qui.

Nadia Somma sul Fatto quodiano analizza i principali difetti

 Zauberei che lavora da psicologa a contatto col problema spiega quali punti potrebbero essere positivi ma perché nel complesso rischia di essere peggiorativo