Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

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Per un ruolo attivo delle immagini. La pittura di Letizia Menconi

Immagini dalla mostra “Femminilità violata” di Letizia Menconi –  Giardino dei Ciliegi, via dell’Agnolo 5 Firenze,  fino al 18 maggio. Info orari 0552001063

Di quanto sia difficile parlare del problema violenza attraverso le immagini ne avevamo parlato lo scorso novembre qui.

E’ un problema che va a toccare il nodo cruciale del ruolo dell’immagine nella comunicazione collettiva.  A cosa serve infatti un’immagine? Cosa si propone di fare, e cosa riesce a fare?

Le immagini di volti con make-up che simula lividi e occhi pesti vuole evocare il problema, ma ottiene un’effetto estetizzante-irritante – in una parola: controproducente.

Le fotografie di volti in lacrime o di donne rannicchiate in posizione di vittime, che ci vogliono dire quanto soffrono le donne per la violenza,  hanno un effetto psicologico deprimente.

La fotografia documentaria riesce, per quel po’ di fiducia “referenziale” che ancora gli viene concessa (noi speriamo ancora a lungo), a dirci qualcosa di più: testimonia che la violenza è accaduta, accade – e, se siamo mediamente sensibili, ci fa empatizzare con la vittima.

Ma per una comunicazione etica c’è bisogno di andare oltre.

Le figure di Letizia Menconi, pittrice autodidatta alla sua prima mostra, “Femminilità violata”, al Giardino dei Ciliegi di Firenze fino al 18 maggio, sintetizzano molto bene la contraddizione tra la necessità di rappresentare il problema e l’urgenza di superarlo. La rigidità delle sagome disegnate su materiali poveri evoca il dolore, la paralisi del trauma, la contrattura del corpo. Ma l’esplosione di colori contraddice tutto questo e ci dice voglia di vivere, energia che non si fa imprigionare.

Il mezzo pittorico, con la sua maggior vicinanza all’immaginazione, riesce a compiere il necessario salto di significato.

La fotografia potrebbe riuscirci?

Il problema è complesso.  Sicuramente l’immagine, se vuole avere nel discorso pubblico un ruolo attivo, deve smettere di mostrarci ombretti viola e lacrime di glicerina.

Contro la violenza: realtà e rappresentazione

Artemisia Gentileschi, Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne, 1611-12

Questo post nasce da questo di Giovanna Cosenza, che vi invito a leggere attentamente.

Sullo stimolo di questa discussione sono andata a cercare in Google le immagini corrispondenti alla chiave di ricerca “contro la violenza sulle donne”.  Il risultato potete vederlo  qui.

In questi giorni dovevo inserire nel blog di Libere Tutte il post sulla giornata di oggi:  dopo averci pensato ho scelto di non mettere immagini, non trovandone nessuna che esprimesse in modo soddisfacente la volontà di contrastare la violenza sulle donne.

Su questo blog, invece,  ho pubblicato nel post di ieri l’autoritratto di Nan Goldin con i segni delle botte prese dal fidanzato: è uno scatto cruciale nella vita della fotografa, perché segnò la presa di coscienza e l’inizio dell’uscita dal tunnel autodistruttivo di dipendenze da droghe e relazioni. Fotografandosi in quelle condizioni, Nan poté finalmente “vedersi”, e decidere di salvarsi.

La fotografia “realista”, a differenza dell’immagine costruita, documenta direttamente i segni della violenza: e,  a meno che non sia così cruda da far girare lo sguardo dall’altra parte, nonpuò lasciare indifferenti.  Ti dice “E’ successo” – direbbe Barthes: ma in realtà qui è da intendersi con: “Succede tutti i giorni”.  Ti costringe a “sentire” quei segni sulla tua pelle, e dunque a sentire il problema, e  può trasformare la semplice consapevolezza razionale in voglia di reagire.

Al contrario, le immagini costruite  con il make up “faccia pesta” non toccano né smuovono niente.  Non stimolano l’identificazione.  E la maggior parte delle immagini che ho trovato con la ricerca mi lasciano fredda, oppure mi irritano quando l’immagine è estetizzata e/o ambiguamente  seduttiva, come nell’esempio del post di Cosenza oppure in  questo, che ricorderete.

La foto può documentare il problema, far prendere coscienza:  con l’immaginazione creativa  si dovrebbe andare oltre, verso la via d’uscita – altrimenti a cosa serve immaginare?

E, come detto nei commenti al post di Cosenza, sarebbe opportuno pensare ad una rappresentazione che coinvolga anche gli uomini.

Aggiornamento: sempre su Disambiguando la discussione è  proseguita facendosi molto interessante con quest’altro post.