Educazione sessista

Irene Biemmi e Lorella Zanardo alla Feltrinelli International di Firenze

Almeno un centinaio di donne e uomini di tutte le età hanno affollato ieri lo Spazio Eventi della Feltrinelli International di Firenze  per la presentazione del libro di Irene Biemmi “Educazione sessista – stereotipi di genere nei libri delle elementari”  – e questa è la buona notizia.

La cattiva notizia è che, ci dice Biemmi, la situazione nella scuola per quanto riguarda le discriminazioni sessiste è ben lontana dall’eccellenza raccontata dalle ex ministre Gelmini e Carfagna.  I numeri della sua ricerca, condotta su un campione di testi delle principali case editrici del settore, parlano chiaro: la discriminazione c’è,  quantitativa e qualitativa.  Solo per fare qualche esempio, tra i personaggi delle storie ci sono 16 maschi ogni 10 femmine; le professioni attribuite ai maschi sono 50, quelle attribuite alle femmine 15 (e spesso improbabili);  gli aggettivi riferiti a maschi e femmine  sono distinti e continuamente squalificanti per le seconde.  Persino la collocazione spaziale dei personaggi è fortemente discriminatoria: i maschi viaggiano per mari isole boschi e deserti, le femmine  al più si affacciano sul terrazzo o nel giardino di casa.

Nel complesso, conclude Biemmi, i testi appaiono in ritardo nella registrazione dei cambiamenti sociali dei ruoli di genere. E i pochi anti-stereotipi presenti sono perlopiù messi in luce negativa (la mamma che lavora e cucina solo surgelati…).

Zanardo sottolinea quanto sia prezioso il lavoro di Biemmi, che collabora anche con Il Corpo delle donne: “Se questa ricerca fosse stata fatta e ascoltata tempo fa – dice – non ci sarebbe stato bisogno del nostro documentario”.  Prendendo spunto anche dalla “questione Fornero”,  si sofferma in particolare sul sessismo linguistico e sull’importanza di introdurre cambiamenti nella lingua quotidiana,  secondo le regole sistematizzate da Alma Sabatini e ricordate da Biemmi nel suo libro.  Rileva poi come i modelli identificativi al femminile forniti dalla scuola siano altrettanto poveri di quelli della TV: le giovani, dice, chiedono soprattutto modelli alternativi e positivi.

Numerosi gli interventi del pubblico,  rimasto folto e compatto  fino all’orario di chiusura.

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Favole, anzi no

Che mestiere vuoi fare da grande, strega, fata, regina o cameriera?  Principessa o castellana? Befana o indovina? Non solo nelle fiabe i personaggi femminili svolgono simili carriere, ma anche nel campione di testi scolastici per le elementari analizzati nel libro “Educazione sessista, stereotipi di genere nei libri delle elementari” (del quale avevamo parlato gia qui).

Domani 24 gennaio l’autrice Irene Biemmi, insieme a Lorella Zanardo, presenterà il libro alla Feltrinelli International di via Cavour Firenze alle ore 18.

(nell’illustrazione: la matrigna di Biancaneve – strega e regina insieme! – dalle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri )

Viste e riviste (la pagella 2)

Ancora sulle donne di carta (patinata).

Nel maggio 2011 Elle aveva dedicato copertina e servizio interno ad alcune “bellezze al naturale” (potete rivedere alcune immagini da questo prezioso blog, che ringrazio). La coraggiosa novità è però rimasta un caso isolato: la testata si è poi mantenuta su una politica di immagini decisamente convenzionale, ed è un vero peccato visto l’impegno dimostrato dalla stessa nel trattare spesso temi legati ai diritti delle donne e nel portare avanti il progetto Sorelle d’Italia.

Vogue, dopo la discussa cover del giugno 2011 (positiva per mostrare modelle di taglia diversa dal solito, deludente per NON mostrarcele elegantemente vestite) sembra quasi che abbia cercato di farsi perdonare la trasgressione,  prima con un’estrema e inquietante riesumazione del corsetto, poi con una rinnovata asserzione del Canone Unico   – anche se, va detto, sullo stesso numero ben nascosta all’interno faceva bella mostra di sé la nostra Elena Guerrini.  Si nota comunque molta reazione dei commentatori alla proposizione di modelli “forti” in un senso o nell’altro: e così  la prima cover del 2012 sceglie saggiamente di spostare l’attenzione dalla fisicità al contesto.

Viene da chiedersi perché in Italia sia così difficile realizzare, come risulta Vogue faccia negli USA dal 2002, almeno un numero dedicato alle donne di tutte le forme (“The Shape Issue”) e uno a quelle di tutte le età (“The Age Issue”), che pare abbiano avuto grande successo in termini di vendite e dunque di ritorno pubblicitario, e a proposito dei quali Tom Florio, fino al 2010 publisher e Vice-presidente, dichiarava: “Vogue is telling them that whether you’re short, tall, round, or pregnant, here’s a great look to you.” (“In Vogue. The Illustrated History of the World’s Most Famous Fashion Magazine”, Angeletti-Oliva)

Resta da tutto ciò soprattutto un senso di insoddisfazione, di frustrazione per la limitazione delle possibilità creative, per la noia di un immaginario oramai troppo prevedibile. Se la principale funzione dei fashion mag è quella di farci sognare, da troppo tempo manca decisamente quello che dovrebbe essere l’effetto principale dei sogni –  lo stupore.

Amica di ieri

Da questa pagina di Amica del 1977 una giovane Emma Bonino raccontava episodi difficili della sua vita e il suo impegno per cambiare la condizione femminile.  Amica, ai tempi, si distingueva per essere una rivista “avanti”, decisamente dalla parte delle donne.

La stessa rivista oggi, novembre 2011, cerca di ricacciare la testa delle donne sottacqua con immagini e parole che le incatenano ai peggiori stereotipi – sposa sexy casalinga, più mamma – magrissima – più donna, venere in pelliccia, ho conquistato il mio amore con la cucina e così via.

Un bellissimo post sull’argomento lo ha scritto State of Mind.

La triplice copertina ha fatto arrabbiare di brutto anche gli animalisti, e la direttrice è stata costretta a giustificarsi e promettere incontri con le associazioni. Non sarebbe male se anche come donne le scrivessimo in molte,  pacatamente  ma fermamente,  che Amiche così è meglio perderle che trovarle.

(vedi anche alle voci: Backlash,  Susan FaludiNostalgia canaglia, su Lipperatura)

A Firenze il Sigillo della Pace 2011 a Lorella Zanardo

Irene Biemmi e Lorella Zanardo

Oggi a Firenze, in Palazzo Vecchio,  Lorella Zanardo ha ricevuto  il XIV Sigillo della Pace per il documentario Il corpo delle donne.  Il Sigillo della Pace è il solo riconoscimento ufficiale, nel mondo, per le autrici cinematografiche che realizzano opere di grande valore, testimoniando situazioni di guerra, razzismo ed oppressione sessista, e proponendo l’incontro e la conoscenza tra le culture per la risoluzione dei conflitti.

Nello specifico, Il corpo delle donne è stato premiato dal Comune di Firenze, dal Laboratorio Immagine Donna e da UniCoop Firenze  “per lo straordinario esempio fornito, con quest’opera, della possibilità di utilizzare le forme della comunicazione contemporanea per la diffusione di un’attitudine critica e consapevole rispetto alla percezione e alla rappresentazione dell’immagine femminile.

Ha contribuito alla discussione Irene Biemmi, autrice – tra l’altro – di Educazione sessista – stereotipi di genere nei libri delle elementari,  e sono intervenuti diversi studenti di scuole secondarie superiori.

Spunti

Nel mese di maggio sono stata invitata a parlare di fotografia al corso universitario di Pedagogia dei Media. La docente ha mostrato alla classe (mista) il documentario “Il corpo delle donne”, che è stato poi commentato. Ho scelto di agganciarmi all’affermazione di Zanardo secondo cui le donne si guardano tra di loro come se avessero introiettato lo sguardo maschile. Partendo da qui ho mostrato loro alcuni esempi di sguardi di artiste in relazione all’identità femminile, iniziando con le fotografie dalla serie  “Untitled Film Stills”  realizzate da Cindy Sherman nei tardi anni ’70, in cui l’artista mette in scena se stessa in costumi, pose e ambienti tipici di certi generi cinematografici. Il punto di vista del cinema, secondo l’analisi della critica femminista Laura Mulvey, riproduceva il punto di vista maschile rendendo la donna tipicamente oggetto dello sguardo: Sherman in questi fotogrammi fittizi accentua questo voyeurismo e ri-proietta sullo spettatore il suo stesso desiderio, rendendosi ai suoi occhi opaca, respingente, caricatura della femminilità come mascherata.

Abbiamo poi visto come negli stessi anni Francesca Woodman (1958-1981) esprimesse uno sguardo su se stessa completamente autonomo dalle rappresentazioni mediatiche, influenzato forse dal surrealismo ma soprattutto risultante di un personalissimo percorso interiore,  in cui la ricorrenza del nudo e la forte sensualità dell’artista testimoniata da chi la conobbe (cfr. “The Woodmans”) non si incanalano mai in forme precostituite.

Tra le artiste attuali ho scelto la bravissima  Giulia Caira (1971), che dalla fine degli anni ’90 usa foto e video per stravolgere  fino al grottesco gli stereotipi del femminile. Nelle foto qui sopra la vediamo come casalinga disperata, distesa sul pavimento nuda e avvolta nel domopack, imprigionata in panneggi celeste-madonna a metà tra santità e centro estetico, da cui affiora come naufraga in alto mare. Tratto tipico della contemporaneità, nel lavoro di Caira è ben presente il tema dell’ossessione per la perfezione corporea, ironicamente espresso nel video “Non conforme” dove l’artista “si misura” con un metro da sarta sulle spersonalizzanti musiche dei Kraftwerk (per vederlo cercatelo qui tra i suoi video).

Per raccontare un altro versante stilistico ho fatto passare tra i banchi il fondamentale libro “Women” di Annie Leibovitz, mirabile saggio antropologico in cui l’universo femminile è realisticamente rappresentato in tutta la sua infinita varietà.

Ho poi proposto ai ragazzi la domanda che si ritrova in alcuni forum di fotografia: perché nei gruppi fotografici ci sono più autoritratti al femminile che al maschile? Al di là delle ricorrenti risposte secondo cui “le donne sono più abituate a mostrare i propri stati d’animo”, o “le donne sono più vanitose”, ho suggerito che forse la ragione principale è che la donna ha iniziato storicamente da pochissimo tempo a vedersi  – dopo essersi sempre vista attraverso lo sguardo maschile (cfr. J. Berger, “Questione di sguardi”, e P. Bordieau, “Il dominio maschile”).

Infine ho parlato delle donne che fotografano gli uomini riprendendo quanto detto qui in questo post, mostrando con gli esempi di Niccolini, Goldin e Carucci la differenza tra un tipo di sguardo estetizzante-oggettivante che esalta le caratteristiche fisiche e lo sguardo che fotografa piuttosto l’intimità con l’altro. Anche qui ho invitato a chiedersi perché ci sono poche donne che fotografano uomini: si sente spesso dire che le donne sarebbero “meno visive”, ma se così fosse non ci sarebbero tante fotografe….piuttosto anche in questo caso è bene domandarsi quanto abbiano finora influito le ragioni socio-culturali.

Il tempo è stato breve, ma spero di aver dato almeno qualche spunto di riflessione.

Riferimenti immagini:

1-2-3 Cindy Sherman da Untitled Film Stills(1977-1980)

4-5-6 Francesca Woodman On being an angel #1 (1977),  Eel Series  (1977-78), NewYork (1979)

7- Giulia Caira da Deja vu (2001-02) e 8-9 Untitled (1997-99)

Classificare e analizzare le pubblicità

Per chi non lo conoscesse, segnalo il sito Gender-Ads.  In lingua inglese, è una sorta di archivio dove le pubblicità sono analizzate e classificate dal punto di vista del genere. Dall’immagine sopra si può avere un’idea del tipo di classificazione. I capitoli principali sono:  Background, Females in Ads, Males in Ads, Together in Ads, Objectifications, Visual Means. Quest’ultimo è uno dei più interessanti e analizza elementi quali lo sguardo, le gambe femminili come cornice, la paura, l’effetto bagnato, il linguaggio violento e altri.

Creato come progetto da Scott A.Lukas, Ph.D. californiano, nel 2002, vuol essere una risorsa a disposizione di tutti  – a patto di citare la fonte nel caso di utilizzo di materiali.