La febbre

ph.© Francesca Stella

La seguivo da tempo, silenziosamente, aspettando il momento in cui ne avrei parlato.

Un colpo di fulmine il suo blog scoperto in rete,  attraverso il racconto di un workshop di ritratto con lui.

La parola che mi viene per definire il suo lavoro è  febbre.  Contrapposta a tanto estenuato, slavato, catatonico concettuale languore di certa fotografia attuale.  Le sue foto pulsano,  scottano, bruciano di luce propria con i soli eterni ingredienti della Fotografia:  occhio, luce, soggetto, pellicola /sensore.

Vedere per credere, respirare profondamente, ghiaccio a portata di mano.

il blog di Francesca Stella

il sito

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Novella quarta

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Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, Novella quarta

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà Beato, faccendo una sua penitenzia: la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.

Secondo che io udii già dire, vicino di S. Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di San Francesco, e fu chiamato Frate Puccio: e seguendo questa sua vita spirituale…usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai faliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi…La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e rotondetta, che pareva una mela casolana, per la santità del marito, e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand’ella si sarebbe voluta dormire, o forse scherzar con lui, et egli le raccontava la vita di Cristo, e le prediche di Frate Nastagio, o il lamento della Maddalena, o così fatte cose.

Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, Conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era…”

Nel “Decameron, le novelle oscene” messo in scena nel 2011 da Marco Toloni e Paolo Biribò monna Isabetta era Dhemetra Di Bartolomeo – attrice,  autrice di testi e in più ottima ristoratrice.

Di lei posso mostrarvi una foto tra quelle che le ho fatto, ma la sensualità unica del suo incedere sul palco,  del suo sedersi a gambe accavallate a  sfogliare un libro maliziosamente,  del duetto di avvicinamento con il bel monaco su una musica in crescendo in stile film di Peter Greenway, quella posso solo lasciarla alla vostra immaginazione.

Immaginare i sensi

Recentemente, sui muri della mia città, ho visto due enormi affissioni una accanto all’altra. Una pubblicizzava una marca di intimo, con una bellissima ragazza dalla pelle scura in lingerie ridottissima, sguardo allusivo e posa ultraprovocante. Accanto c’era la pubblicità di un sexy disco club:  vi comparivano quattro o cinque ragazze, a mezzo busto, in indumenti e pose molto meno espliciti della precedente. Guardandole, sembrava che avessero invertito il prodotto da pubblicizzare.

Mi ha fatto pensare. Fino a un po’ di tempo fa esistevano molte pubblicità in cui l’intimo non era necessariamente associato al sesso, ma anche ad una condizione di relax, di star bene con se stesse (e chi fosse troppo giovane  per crederci o  talmente assuefatto da non ricordarselo guardi qui, qui e qui). Ma anche volendo associarlo al sesso, resta la domanda:  la seduttività deve coincidere per forza con il modello escort ?

Anche qui, come in TV, il solito appiattimento. Eppure  ci sono tanti modi possibili per rappresentare la sensualità. Perché mostrare solo il più elementare? E’  per mancanza di immaginazione, o è una scelta omologante ben precisa?

Vedersi o sentirsi?

E. è una delle donne più sensuali che abbia conosciuto. Non somiglia neanche un po’ alle patinate bellezze pubblicitarie, e neanche ad una velina. Ha un’aria impertinente da scugnizzo napoletano, non è alta e neanche magra, e non ha le misure della barbie. Ha un corpo pieno di curve interessanti, che ti fa venir voglia di toccarlo. Ma quello che più lo rende sensuale è l’energia che lo attraversa, il modo di muoversi, naturale, per niente studiato o intenzionalmente seduttivo.

Passiamo molto tempo allo specchio studiando le forme che vediamo. Ma quanto cerchiamo di “sentire” il corpo? Di percepirne la postura e la qualità del movimento?  Probabilmente ha risorse che non abbiamo ancora scoperto. Liberato dai condizionamenti psicofisici che abbiamo assorbito dall’ambiente  può diventare una grande fonte autonoma di energia e di benessere. 

Diventare consapevoli del nostro corpo e  di come ci muoviamo può migliorare l’aspetto fisico più di qualsiasi intervento di chirurgia estetica.

Nebulosa

“Volevo a ogni costo ricordarmi il suo corpo, dai capelli alle dita dei piedi. Riuscivo a vedere con chiarezza i suoi occhi verdi, il movimento della ciocca che aveva sulla fronte, la curva  delle spalle. Sentivo i suoi denti, l’interno della sua bocca, la forma delle cosce, la grana della sua pelle.” (Annie Ernaux, “Passione Semplice”)

In questi giorni in rete ci si interroga molto sulla rappresentazione dell’uomo come oggetto del desiderio femminile, e sul fatto che questa sia ancora tutta da scrivere. E,  per molte donne,  ancora da chiarirsi.

Il luogo comune vuole che  l’uomo guardi per guardare, la donna per farsi guardare.

Io credo che la donna semplicemente debba imparare a  guardare, e vedere, oltre lo specchio dello sguardo altrui.

(qui una mostra in tema di qualche anno fa)

ANTIGLAMOUR

La carne non è glamour, anzi è tabù.

La carne non esiste, ci dicono le riviste di moda o di erotismo patinato. Lo dicono con la scelta delle modelle e con il linguaggio del fotoritocco digitale, usato per togliere dalla superficie del corpo ogni segno che possa ricordare di cosa siamo fatti.

Trama della pelle, pieghe e curve naturali, tutto viene rimosso fino alla totale negazione della carne, alla smaterializzazione. Nelle loro immagini niente più evoca il tatto: la vista è l’unica ad essere sollecitata.

Senza la carne sarebbe davvero triste far l’amore, viene da pensare.