Testimonianze di presenza

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Frances Benjamin Johnston, self-portrait, dressed as a man with false mustache. 1890 ca 

L’autoritratto  messo in scena è tipico della fotografia femminile? Come è cambiata l’autorappresentazione del femminile dagli anni ’70 ad oggi? Se la fase della provocazione è superata, è vero che la donna non ha più bisogno di dimostrare nulla, e che il modo in cui si autoritrae è casuale e indipendente dall’essere uomo o donna?

Queste sono alcune delle questioni rimaste in sospeso dalla lecture di Giovanna Calvenzi sull’autoritratto al femminile presso il Centro di Cultura Contemporanea La Strozzina di Firenze (in collaborazione con la Fondazione Studio Marangoni) nel dicembre scorso.

Ad introdurre il tema tre esempi di autoritratti dal passato,  ognuno a suo  modo rivoluzionario:  il famoso autoritratto da annegato di Hippolyte Bayard (unico esempio al maschile),   Frances Benjamin Johnston con l’immagine qui sopra e con lo scatto in cui si ritrae mentre fuma in una posa anticonvenzionale,  Katharina Behrend con quello che fu forse il primo nudo femminile, naturale per una donna che faceva parte di un ambiente di naturisti, meno naturale per la società dell’epoca.

Partendo da questi esempi lontani Calvenzi compie un ampio salto che copre quasi tutto il novecento,  richiamando solo di sfuggita la figura di Claude Cahun negli anni ’30, la fotografia come strumento di autoriflessione nel movimento femminista americano degli anni ’70,  Woodman, Sherman e Goldin, per proporci sette lavori di altrettante donne contemporanee di nazionalità differenti, che usano l’autoritratto non solo come mezzo di riflessione su di sé ma anche come “strumento di creazione”.

Alessandra Capodacqua  nei Self Portraits imprime tracce di sé attraverso il foro stenopeico, per testimoniare la propria esistenza.

Elina Brotherus traduce in Suite Franςaises n.2  l’esperienza di estraneità provata in Francia, dove si era trasferita per una borsa di studio e su consiglio di un’amica aveva iniziato ad usare dei post-it per stabilire relazioni tra sé, la lingua, gli oggetti.

Dita Pepe  realizza serie di  “autoritratti con” donne, uomini,  famiglie non sue – un progetto dal taglio quasi antropol0gico – sociologico con cui racconta la città in cui vive, e al tempo stesso, spiega nel suo libro Self Portraits 1999-2011,  è come se cercasse dei role-models da cui apprendere mescolandosi a loro.

Marina Cavazza sente il bisogno di autoritrarsi nella serie Me Medesima dopo un trasferimento in Svizzera con marito e figli, in un possibile itinerario di ricomposizione dell’identità.

Sempre sul tema maternità e difficoltà di relazione, Aglae Bory in Correlations cerca di raccontare la vita di una madre single mettendo insieme i momenti topici e ripetitivi della quotidianità, invitando lo spettatore a farsi osservatore complice della sua vita familiare.

Tomoko Sawada  interpreta di volta in volta 400 diverse identità  in fototessera (ID 400), il  rituale delle foto di studio propedeutiche al matrimonio fatte in abiti occidentali e tradizionali giapponesi (Omiai), gli stereotipi della moda e cultura occidentali (Cover), la scuola come percorso  uniformante in foto di classe composte da tante Tomoko, ad interrogarci su quale può essere il posto dell’individuo nel gruppo (School Days).

L’ultima artista presentata da Calvenzi è Moira Ricci con “20.12.53 – 10.08.04”, i suoi autoritratti con la madre scomparsa  di cui avevamo già parlato su questo blog.

Diverse domande sollevate dagli interventi sono rimaste in sospeso, come detto all’inizio – quasi per una reticenza, una rimozione, mi è parso:  personalmente trovo difficile accettare la definizione di “casuale” per certi percorsi, come se l’identità di genere non vi avesse un peso, e mi vengono altre domande non del tutto retoriche:

un fotografo uomo sente mai la necessità di fotografarsi per avere la testimonianza della propria esistenza?

un uomo prova mai l’impulso di fotografarsi dentro ruoli pre-stabiliti?

un uomo potrebbe fotografarsi per ritrovare un’identità smarrita nell’arruolamento familiare?

A me pare che certe necessità autorappresentative non possano essere scollegate dal genere e dai suoi costrutti culturali, ovvero dalle situazioni che in virtù di questi le fotografe si sono trovate ad affrontare.

Credo però anche che questi legami siano contingenti, transitori e in evoluzione, pur su tempi lunghi, proprio in quanto costrutti culturali:  io riesco ad immaginare che tra qualche tempo un ragazzo padre possa fotografare la propria quotidianità insieme ad un figlio.  E voi?

qui il podcast della lecture

CCC Strozzina

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Qualcuno da amare

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una foto di Cristina da piccola, da Someone to love

Cristina Nuñez, di cui avevo linkato tempo fa il progetto The Self-portrait experience sull’autoritratto come terapia, ha vinto il Premio Celeste 2012 (sezione video/animazione) con  Someone to love.  Una ricostruzione autobiografica attraverso gli autoritratti e altri materiali, con la voce dell’autrice che che accompagna le immagini.

“Fu allora che scoprii che quando riuscivo ad esprimere in un’immagine la mia disperazione, questa scompariva…”