Finalmente

Dunque finalmente qualcuno “lassù”, ai piani alti del beauty business dove si vendono sogni,  sta arrivando a capire che conviene restituire l’immagine alle donne.

Si può dire che diversi segnali riflettono un mutamento di costume incipiente? Farlo radicare, poi sarà un’altro discorso – e un’altra lotta.

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Conversioni e confessioni

Marie Claire Bellezza autunno/inverno 2010-11

Marie Claire novembre 2010

Elle maggio 2011

Ricapitolando.

Nel nuovo Contratto di servizio tra Ministero dello Sviluppo Economico e Rai sono state inserite nuove norme di tutela delle donne in Tv, anche se è tutto da vedere chi sarà preposto a farle rispettare.

Una parte del mondo della pubblicità sente l’esigenza di prendere posizione rispetto alle accuse di sfruttamento del corpo delle donne, in modi più o meno convincenti: è stato presentato un Manifesto Deontologico da parte dell’Art Directors Club Italiano,  diversi gruppi industriali hanno aderito al Manifesto per un utilizzo responsabile dell’immagine femminile di Pari o Dispare – e se sono davvero in grado di cogliere i cambiamenti le aziende avranno tutto l’interesse a sintonizzarsi sul Decalogo per una comunicazione a Zerostereotipi di Giorgia Vezzoli e Francesca Sanzo.

E il mondo delle riviste patinate, come sta reagendo al vento di cambiamento che ha investito il tema della rappresentazione della donna? Senza entrare nel merito dei contenuti, ho preso in considerazione soltanto l’aspetto delle immagini, quelle prodotte dalla testata e quindi non le inserzioni pubblicitarie.

Un immaginario premio per le migliori pratiche va a MarieClaire ed Elle. Già nel novembre scorso MarieClaire aveva realizzato un bel servizio in bianco e nero facendo indossare gli abiti ad alcune donne di diverse età e tipi fisici, accomunate dall’essere fotografe di professione, ritratte dal fotografo Koto Bolofo. Poco dopo ha scelto per la copertina del supplemento Bellezza il volto di una modella ultraquarantenne.

Elle, che già nell’edizione francese aveva messo in copertina attrici e supermodelle senza trucco nonché dedicato un numero alle donne sovrappeso, in Italia nel numero di maggio 2011 ci mostra una serie di attrici di cinema e teatro di età diverse “al naturale”, con pochissimo o niente trucco e garantite photoshop-free (manteniamo qualche riserva su Golino per il colore un po’ troppo uniforme). All’interno è presente anche un servizio di moda diverso dal solito redazionale, che al posto della canonica modella vede donne di nazionalità, professioni tipi fisici ed età differenti. E la direttrice Danda Santini confessa nell’editoriale i peccati commessi con photoshop, con dovizia di particolari.

Appaiono invece assolutamente indifferenti al cambiamento le testate Flair e Amica, e anche D e Velvet non mostrano propensione alla diversificazione dei modelli.

Nel 2008 quando iniziai il progetto fotografico “Un’Altra Donna”  la principale spinta mi veniva soprattutto dal fatto che era diventato impossibile veder riprodotti nelle riviste volti veri di donna – la grana della pelle era stata rimossa come il peggior tabù, i tratti non conformi al canone erano censurati a favore della serializzazione e della cancellazione dell”individualità. Questa sparizione, lo si è visto soprattutto con media più potenti come la Tv, nascondeva un valore di soppressione simbolica.  Ora possiamo sperare che le donne stiano lentamente ma progressivamente ridiventando visibili, dunque esistenti e soprattutto sempre più “agenti” nella società.

C’è da dire che sfogliando Elle e Marie Claire le immagini naturali fanno apparire per contrasto ancora più improbabili i corpi fotoritoccati delle pubblicità, resi sempre più bidimensionali e piatti come carte da gioco. Capiranno le aziende che se vogliono darsi un’etica nella pubblicità dovranno adeguare non solo i contenuti ma anche le forme?

Cataplasmi

Quella che vedete è una pubblicità di una casa di bellezza tratta da La donna,  Rivista quindicinale della donna italiana, anno 1924.

Fa ridere. Ma vorrei vedere la faccia di chi tra un centinaio di anni vedrà quelle di ora.

Sull’argomento un’illuminante lettura è “Il trucco della bellezza” , di Laura Bruzzaniti, Nuovi Mondi 2008. Sottotitolo: Creme, compresse e trattamenti: viaggio tra gli inganni pubblicitari.

L’affilatezza

Qualche sera fa alla biblioteca comunale di Prato  Barbara Alberti ha intrattenuto con il suo diabolico umorismo una vasta platea di signore e signori, presentando il suo ultimo libro “Riprendetevi la faccia”.

Non potendo ripetervi le parole con cui ci ha strappato le molte risate (ora leggère ora amàre – per citare Annamaria Testa), vi rimando a questa intervista che mi pare restituisca bene l’affilatezza del suo sguardo e della sua voce.

Unico rimpianto: che sulla copertina del suo libro quell’affilatezza dello sguardo e la sua bella faccia faunesca siano offuscati dal velo di un finto retino tipografico.

Ci manca molto la vista di volti di donne così, portatori di tutto quel patrimonio di esperienza ed intelligenza che il sistema mediatico tanto tenacemente si sta  impegnando a cancellare dall’immaginario collettivo.

Trame

a propositodieva1

foto locandina: © Laura Albano

Da cosa dipendono le rughe? Le pubblicità di cosmetici e le rubriche di bellezza sulle riviste femminili ci offrono spiegazioni   in gergo pseudotecnico-scientifico, chiamando in causa radicali liberi, nanoparticelle e altri inquietanti protagonisti.

Noi preferiamo decisamente quest’altra versione,  scritta da Cinzia Marini per “Un’Altra Donna”.

C’è una ruga che parte dalla mia tempia e termina sotto l’occhio destro. Esita, vacillando lievemente, incerta su dove vuole arrivare. È la strada che percorremmo un giorno in Provenza, quando si era fatto tardi ed avevamo fame e voglia di fare l’amore e non si trovava un albergo, e questa strada continuava tra i campi di lavanda e io sudavo e tu non ti perdevi d’animo, e infine arrivammo.

Poi c’è una ruga, piccola ma profonda, tra le sopracciglia. Breve come la telefonata che veniva da lontano a farmi piangere, come la notte passata ad aspettare notizie, come un’inutile preghiera.

Ci sono due rughe sottili agli angoli della mia bocca. Quelle sono le risate convulse tra i banchi di scuola, all’ultima ora del venerdì, o ai funerali, quando non si dovrebbe ridere ma non si riesce a smettere, o nella penombra di un cinema, o le risate per i comici di piazza nelle sere morbide d’estate quando avevamo un po’ bevuto.

Il ventaglio di segni intorno ai miei occhi, invece, sono giornate di sole accecante sul mare, gite in barca tra le isole greche col salmastro che brucia la pelle e vino bianco nei calici verdi e parole leggere come il vento. E svolte improvvise, pianti immotivati, litigi, letture notturne fino alle ore piccole senza poter posare il libro, sorprese, delusioni, innamoramenti.

Le rughe sulla mia fronte sono come le onde del mare, come l’orizzonte di colline del mio paese, come i capelli di mia figlia quando si scioglie le trecce. Sono la mia storia e la nostra,  si intrecciano ad altre rughe nella rete infinita di attese e ricordi che mi rende ciò che sono.