Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

L’illusione rivelatrice

Waiting for a miracle © Guia Besana 2011

“D’altra parte, se si consente al regista cinematografico di inventare di sana pianta delle storie, bisognerà riconoscere la stessa libertà anche al fotografo, tanto più che questa libertà il fotografo se l’è già presa da un pezzo, almeno fin dalle origini (…) della fotografia. E non per un vezzo personale, ma per la buona e semplice ragione che tale libertà è inerente, tanto quanto la “necessità”  di cui si parlava prima (la subordinazione della foto a un “a priori trascendentale”), allo specifico fotografico: è inscritta nella sua struttura cellulare,  fa parte del suo patrimonio genetico.”

(Francesca Alinovi – Claudio Marra, “La fotografia. Illusione o rivelazione?” Il Mulino 1981)

Non sembrano proprio inventate di sana pianta le storie di Guia Besana, della cui mostra alla Bottega di Marina di Pietrasanta avevamo già parlato: frequentano piuttosto i precari confini interni alla memoria tra realtà vissuta, immaginata, sognata. Sicuramente però la poetica appartiene al filone della fotografia costruita, con dichiarati echi pittorici – filone che sin dall’inizio della storia della fotografia si è configurato come (almeno apparentemente) contrapposto al realismo fotografico.

In questo senso è quasi un manifesto la presentazione del workshop che Guia Besana terrà il 6 e il 7 ottobre 2012, sempre presso la Bottega di Marina di Pietrasanta:

“Questo workshop si prefigge di andare a scavare nella memoria per ritrovare un momento significativo della nostra vita che possa essere ricostruito attraverso un’immagine guidata dalla sensibilità di ognuno di noi. Costruire una fotografia è come dipingere un quadro: si scelgono i soggetti, i colori, le forme ma soprattutto si comunica, con o senza intenzione, quello che abbiamo trattenuto e che riteniamo sia indispensabile trasmettere.”

Tutte le info sul sito de LabottegaLab

Novella quarta

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Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, Novella quarta

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà Beato, faccendo una sua penitenzia: la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.

Secondo che io udii già dire, vicino di S. Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di San Francesco, e fu chiamato Frate Puccio: e seguendo questa sua vita spirituale…usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai faliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi…La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e rotondetta, che pareva una mela casolana, per la santità del marito, e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand’ella si sarebbe voluta dormire, o forse scherzar con lui, et egli le raccontava la vita di Cristo, e le prediche di Frate Nastagio, o il lamento della Maddalena, o così fatte cose.

Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, Conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era…”

Nel “Decameron, le novelle oscene” messo in scena nel 2011 da Marco Toloni e Paolo Biribò monna Isabetta era Dhemetra Di Bartolomeo – attrice,  autrice di testi e in più ottima ristoratrice.

Di lei posso mostrarvi una foto tra quelle che le ho fatto, ma la sensualità unica del suo incedere sul palco,  del suo sedersi a gambe accavallate a  sfogliare un libro maliziosamente,  del duetto di avvicinamento con il bel monaco su una musica in crescendo in stile film di Peter Greenway, quella posso solo lasciarla alla vostra immaginazione.

La madre_2 Vincenza De Nigris

Foto  ©Vincenza De Nigris dalla serie Autobiography

Le fotografie della serie Autobiography di Vincenza De Nigris vanno a toccare un aspetto inevitabile – a livello conscio o meno – della relazione madre-figlia: il confronto.  Così l’autrice spiega la genesi di questo lavoro:

“Ho scoperto quasi per caso alcune vecchie immagini di mia madre e ne sono rimasta affascinata dalla grande somiglianza; ho deciso dunque d’iniziare a lavorare su questo progetto. Sono rimasta sorpresa nel riguardare le sue espressioni e le mie, la fisionomia e il gusto per gli abiti. Ho cominciato così un lavoro a ritroso nella ricerca di altre immagini di mia madre e nel ricercare le pose, gli ambienti, gli sguardi imbarazzati etc. Non si tratta semplicemente di rimettere in scena le vecchie immagini ritrovate, ma di indagare a distanza di generazioni la somiglianza fra madre e figlia, di mettere a confronto i nostri gusti e soprattutto l’atteggiamento davanti alla macchina fotografica. Anche se le immagini sono state curate a livello cromatico, di location e di abiti per essere più simili alle immagini originali di mia madre, interessante è la differenza a livello generazionale che si nota, il mio sguardo nelle immagini è più sfrontato, la postura è più sicura, sono piccole differenze che hanno reso interessante la mia ricerca per lo sviluppo di questo progetto.”

Sono visibili qui gli altri lavori di Vincenza De Nigris, che del suo modo di fotografare scrive:

“La narrativa è il punto di partenza del mio lavoro, è il mezzo con il quale riesco a descrivere ciò che vedo. Quando vedo un’ambiente o una persona, inizio a pensare a come le cose potrebbero essere combinate, inizio a studiare la composizione, la luce e i colori. Man mano che metto insieme questi elementi, verifico che quello che sto mettendo in scena sia il più fedele possibile alla mia idea. Chiaramente ci possono essere delle variabili, dettate dal contesto o dall’emozione del momento.
Le immagini che realizzo sono una sorta di film still, come se fossero state estrapolate da una storia più ampia e spesso possono vivere in modo indipendente l’una dall’altra. Quello che m’interessa non è la comprensione della mia storia da parte del fruitore, ma quello che davvero è importante è che ogni singola persona riesca ad immaginarsi una propria storia.
Le mie immagini sono solo delle tracce, degli spunti per l’osservatore.
Nella maggior parte dei casi lavoro con immagini orizzontali perché mi permettono di avere un respiro visivo più ampio e una  composizione più equilibrata.”


Bye Baby Suite: l’autrice

Nel mese di marzo a Certaldo sarà di nuovo in programma lo spettacolo Bye Baby Suite con la mostra di mie foto After The last sitting.

In attesa di comunicarvi con precisione l’evento, vorrei intanto farvi conoscere l’autrice del testo di Bye Baby Suite, qui sopra in una foto che le feci qualche anno fa.

Chiara Guarducci poetessa, drammaturga, regista, inizia il suo percorso teatrale con la scrittura di monologhi che indagano gli estremi dell’anima, stati febbrili di deserto e piena, paradiso e inferno, attraverso creature ingombranti che dicono la ferita e la fame smisurata di vivere.

I monologhi affidati a una parola materica, umorale, vengono interpretati da Silvia Guidi, attrice e regista con cui condivide la scelta di un teatro intimo, surreale, implacabile. Questi testi, scelti da Barbara Nativi per “Intercity Plays”, raccolta di teatro contemporaneo internazionale, vengono poi pubblicati nel libro “La neve in cambio”.

Tra le opere successive scrive un omaggio alla disperazione dirompente di Marilyn Monroe, un ritratto a nervi scoperti, brutale e carico di poesia (“Bye Baby Suite”) diretto e interpretato magnificamente da Alessia Innocenti.

Qui di seguito due estratti dal testo di Bye Baby Suite

Le confezioni si rompono

la carta da regalo prende fuoco

ho i nervi a pezzi, non te l’hanno detto?

Non c’è appiglio che mi resista

del resto sono una forza della natura

e la celluloide sta stretta

e stanno stretti gli uomini, i drink, le pillole 

e il freddo non passa…

non riesco a coprirmi… sono così esposta, moltiplicata…

la prima pagina è un vestito accecante, appiccicoso  

una vera sanguisuga

…..

Perché sono la favola bionda

la stupida d’oro,

la sciocca di zucchero,

sono il tuo calendario,

la tua colazione, il tuo amore calmante

pensa che buffo il tuo calmante chiuso in manicomio, il tuo calmante è un manicomio, sono sempre stata rinchiusa, c’è qualcosa che non va se mi chiudono a chiave, se mi tengono in cassaforte deve esserci un malinteso…sono un caso, sempre e solo un caso, quanto clamore attorno a me, solo rumore… mi chiudono per controllarmi e vendermi e non ne posso più! ho mal di testa, una fitta fissa, una ferita invasa che allaga e vuoti, vuoti d’aria, vuoti di memoria…NIAGARA, io sono l’america, mi scopo i presidenti, sono la cocca dei fratelli Kennedy…

è tradizione di John e Bob passarsi le sgualdrine… e adesso è il mio turno…brindiamo!… sono un pezzo da collezione, mi vogliono tutti nel letto di famiglia, come una stella portafortuna…(pausa)

attenti, attenti che vi vado di traverso!

Ritrarre l’assenza

foto: Annie Leibovitz

“Andai nel giardino sul retro, sul quale si affacciava lo studio di Virginia Woolf, e sbirciai dalla finestra. Era una mattina ventosa e i rami degli alberi davanti alla casa si muovevano. La luce filtrava dalle foglie e attraversava la finestra. La stranza era piena di luce e sulla scrivania di Virginia Woolf danzavano le ombre delle foglie…..La luce che entrava dalla finestra sul retro era molto forte, non era il mio genere di luce, e le immagini erano difficilmente leggibili, ma ho colto un riflesso dello scorcio su un vetro. Si distingue a malapena la scrivania. Sopra c’erano alcuni oggetti, inclusi gli occhiali di Virginia Woolf…

Virginia scriveva la prima stesura al mattino su un grande pannello di compensato su cui aveva incollato un porta calamaio. Sedeva in una poltrona sfondata tenendo il pannello sulle ginocchia (come in questo film, ndr). In seguito batteva a macchina quello che aveva scritto e faceva la revisione direttamente a macchina.  Scriveva tutti i giorni.

A Monks House Virginia Woolf scrisse La stanza di jacob, la signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Tra un atto e l’altro e centinaia di racconti, saggi e recensioni.”

testo e foto ©Annie Leibovitz, da Pilgrimage (2011)

After Marilyn

Nel giugno del 1962 Vogue commissionò al fotografo Bert Stern un servizio fotografico su Marilyn.   L’attrice, 36enne,  era reduce dal divorzio con Arthur Miller, il suo contratto con la Fox stava per scadere, la sua relazione con i Kennedy era sulla bocca di tutti. Le foto furono scattate all’hotel Bel Air di Los Angeles, e furono necessarie due riprese perché le prime risultarono troppo audaci per la rivista.  Il 5 agosto Marilyn fu trovata morta nel suo letto  “per barbiturici”, poco prima dell’uscita del servizio su Vogue.

Il set è così passato alla storia come “The last sitting”: resta un documento visivo unico, che ci mostra l’attrice in tutta la sensualità e la fragilità di quegli ultimi momenti  (cosa che oggi non sarebbe più possibile: la postproduzione avrebbe cancellato tutti i segni della sua pelle, le piccole rughe del sorriso, la cicatrice  sul torace).

Comprai il libro con quelle foto una decina di anni fa – non riuscivo a togliermelo dalla testa dopo averlo sfogliato in una piccola meravigliosa libreria in via della Spada a Firenze che oggi non c’è più.  Le ho guardate a lungo, mi sono entrate dentro. Quando ho visto Alessia Innocenti in Bye Baby Suite, è stato inevitabile proporle di farsi fotografare come Marilyn in quel set.

Una parte del risultato è in mostra in questi giorni al Residence Artemura di Pistoia, via Bozzi 6, in occasione dello spettacolo

“BYE BABY SUITE” di CHIARA GUARDUCCI con ALESSIA INNOCENTI.

L’ultima notte di Marilyn, un letto disfatto, una deriva di alcol e pillole, un’altalena di ricordi e sogni

Da giovedì 26 gennaio 2012 a domenica 29 gennaio 2012 – doppio spettacolo ore 20.30 e 22, durata 40 minuti

AFTER THE LAST SITTING – A tribute to Bert Stern/Marilyn’s Last sitting

Foto di LAURA ALBANO

Nella hall del Residence prima e dopo lo spettacolo

INFO e PRENOTAZIONI 0573991609, orari 11-13 e 16-19

Lo spettacolo fa parte della Stagione di Prosa 2011/2012 Teatro Manzoni di Pistoia, sezione “Altri Percorsi”

“Bella tutta!”: storia di Elena tra Madonne e Maremme

copertina e retrocopertina (con Elena fotografata da me) di “Bella tutta!”

Non lasciatevi ingannare da certi segni esteriori. “Bella tutta!” non è un libro sulle diete (anche se ne elenca quasi cento).  Meno che mai è un libro del genere “chick lit”  (anche se racconta le avventure sentimentali di un’adolescente).

“Bella tutta!” è un vero e proprio romanzo di formazione.

Protagonista è una bambina che deve diventare donna,  ma a causa di una “diversità”  (il suo peso)  si trova sbarrata la strada principale – quella del rispecchiamento nell’immagine femminile “convenzionale”.  Prende allora vie traverse, più strette, più faticose. Come succede in ogni romanzo di formazione e nei racconti di fiabe, la nostra eroina affronta prove, trabocchetti, cade e si fa male, si rialza e prosegue verso la mèta.  In questo percorso accidentato  incontra personaggi odiosi, ma anche insospettabili e preziosi amici.  Alla fine raggiunge il traguardo:  trova il suo posto nel mondo senza rinunciare alla sua individualità.

Elena diventa donna senza dover diventare a tutti i costi normale,  anche perché, come ci mostrano nel libro stesso le storie dei personaggi di contorno,  visto da vicino nessuno è normale:  e alla luce di questo ci scopriamo alla fine a dover mettere in discussione il concetto iniziale di “diversità” – che si tratti del peso fuori dai canoni, dell’orientamento sessuale,  o di altri modi di essere,  non omologati dalle norme (non scritte ma ampiamente codificate)  dei modelli sociali “vincenti”.

La scrittura di Elena è divertente, commovente,  ironica, penetrante – non fa sconti a nessuno, a se stessa per prima. Leggetelo, vi piacerà.

Il dettaglio

Annie Leibovitz – Emily Dickinson’s only surviving dress at the Amherst Historical Society

“Quando arrivai alla casa di Emily Dickinson non c’era quasi più luce.  Avevo portato con me una piccola fotocamera digitale e cominciai a scattare una foto dopo l’altra.  Senza pensarci.  In una vetrinetta di plexiglass era esposto uno dei suoi abiti bianchi e mi ritrovai attratta dai dettagli del vestito, i bottoni di alabastro e i pizzi.  In una fotografia scattata da lontano il risultato è un normale abito bianco.  Ma da vicino scopri che è di fattura raffinata. Per una donna che passava quasi tutto il tempo in solitudine doveva essere meraviglioso contemplare i dettagli.  E sentirli al tatto.  Sapendo che non erano destinati ad altri che a lei.”

Foto e  riflessione – da tenere bene a mente quando si discute se il vestirsi per le donne abbia senso soltanto per lo sguardo dell’altro –  sono tratti da Pilgrimage,  l’ultimo libro di Annie Leibovitz (autrice del già qui consigliatissimo Women, il saggio visivo più completo che sia stato realizzato sulla donna contemporanea),  un diario del suo viaggio attraverso i luoghi abitati dai suoi miti – Woolf, Freud, Adams, O’Keeffe per citarne solo alcuni. Ne trovate degli estratti (testo e foto),  insieme ad un commento di Michele Smargiassi,  all’inizio di questo inserto.