Il sesso e lo sguardo_2_Lo sguardo come relazione

“In the capitalist world money was equated with power and power had to be displayed. A naked man could display nothing about his status.

(da Queer-arts forum: 100 Years of Male nudes)

Le donne guardano gli uomini, e non solo viceversa (è arrivata ad ammetterlo anche la pubblicità):  è dunque ovvio che  alcune donne possano “addirittura” fotografare gli uomini, a dispetto di una cultura che non le ha mai incoraggiate in questo senso.

Una delle prime donne che hanno fotografato nudi maschili è oggi una vivace signora di quasi 75 anni, Dianora Niccolini, che trovate anche su Facebook. Nella sua biografia (pag. 61 e sg.) Dianora analizza le ragioni che l’hanno portata a specializzarsi nella fotografia di nudo maschile (per le foto vedi  “The male”, dal menu del suo sito).

La prima era di ordine psicologico: non legò mai con suo padre,  “uno sciovinista di prim’ordine” di nobili origini fiorentine che pretendeva di comandare sua madre – americana,  dallo spirito indipendente. Il travagliato ménage tolse a Dianora ogni voglia di sposarsi, spingendola a cercare relazioni senza coinvolgimento emotivo.  “In photographing gorgeous naked men, I can safely look at young (21+) handsome naked hunks without getting involved…” Fotografare era dunque un modo di relazionarsi con gli uomini stando al sicuro. Fotografare esaltando forme e volumi, poi, richiede l’uso del teleobiettivo – che isola il soggetto e richiede distanza: una perfetta traduzione del desiderio senza coinvolgimento affettivo.

Un’altra ragione era di tipo artistico: essendo cresciuta a Firenze, Dianora era inevitabilmente stata influenzata dalle sue  strade e musei “pieni di statue di uomini nudi”, e soprattutto dalle sculture di Michelangelo.

L’ultima era una  ragione politica: esporre foto di nudi maschili nell’America dei primi anni Settanta era tabù, e lei volle  infrangere questo divieto, riuscendo a far accettare la sua prima esposizione sul tema nel 1975.  Ne ebbe una positiva recensione sul  New York Times, contribuendo ad aprire la strada (e  forse anche ad influenzarli) a Mapplethorpe ed altri che poi si sono cimentati nel genere, ed anche a certa fotografia pubblicitaria.

Agli opposti dello sguardo estetizzante e distaccato di Niccolini, ad inizio anni ’80 Nan Goldin fotografa il suo ragazzo e se stessa mentre lo guarda (vedi qui sopra “Nan and Brian in bed”, 1981, in copertina del suo libro “Ballad of sexual dependency”), o – in un’altra foto – lui disteso, nudo, con la mano di lei sul suo sesso. Tutto in scarsa luce ambiente, o flash. Non è la forma quello che Goldin ci vuol dire – è il contatto, la relazione. Non la bellezza di un corpo ma il calore del sangue. Che si tratti di fotografare i suoi amori, i suoi amici o gli amori dei suoi amici, il suo è lo sguardo inclusivo della focale corta, che richiede il coinvolgimento, l’essere dentro la scena. “I never took pictures with a long lens, it is always short and I have to get close to people I photograph.” (intervista)

Ad un primo sguardo sembrerebbero porsi sulla stessa linea di Goldin le foto della serie Crisis di Elinor Carucci, in cui la fotografa riprende se stessa e suo marito in un periodo difficile del loro rapporto. Qui però l’uomo, pur comparendo, non è  il vero soggetto delle foto: è la figura di Elinor la protagonista, per luce o inquadratura.  Solo nell’ultima immagine della serie, “Will it feel the same” dove sono l’uno di fronte all’altra, inquadrati entrambi controluce senza testa e lei è coperta da un telo, lui nudo riesce ad acquistare più rilievo. Ma Carucci fotografando dà l’impressione di parlare essenzialmente di sé. Se si osserva bene la serie e i titoli delle foto, il suo uomo sembra essere lì non per essere guardato, ma in quanto catalizzatore dei sentimenti ed emozioni di lei.

continua…

Annunci