“Are you ready?” Il sesso e lo sguardo_3

Viva Magazine era una rivista degli anni ’70,  si potrebbe dire “per sole donne”, che mescolava fotografia erotica d’autore con articoli di costume scritti da penne del calibro di Erica Jong e Betty Friedan.

Già dai titoli della copertina qui sopra si ha l’impressione di un prodotto che attualmente non pare avere equivalenti.  Un’ idea più ampia ci si può fare qui, qui e qui  – dove si scopre che la pubblicazione è rimpianta dagli uomini per i nudi maschili, il che mi stupisce un po’ visto che il nudo maschile per uomini oggi non è difficile da trovare, ma forse piace proprio questo nudo più “etero”… (se qualcuno sa spiegarmi la cosa, lo ascolterò molto volentieri!).

Guardando le immagini linkate, colpiscono certe foto di coppia  palesemente pensate per un occhio femminile, ovvero foto dove la donna non è oggettivizzata ma partner alla pari.

Genere fotografico attualmente “fuori commercio” – chissà perché.

Da una delle copertine occhieggia la domanda: “Are you honestly ready for sexual liberation?”

Ad oggi risposta non pervenuta…

Ps. molte delle foto a me piacciono, peccato solo che all’epoca imperversasse il baffo assassino…

(da leggersi con adeguata colonna sonora)

post correlati:  “Il sesso e lo sguardo_1”   e “Il sesso e lo sguardo_2_lo sguardo come relazione”

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Cos’è successo al sesso in Scandinavia (e non solo)?

Angela Vettese sul Sole24Ore Domenica

“Vienna 1968. Una ragazza con un bel cappottino porta al guinzaglio un uomo a quattro zampe (foto sopra). E’ Valie Export, star della performance femminista, insieme a quel Peter Weibel che sarebbe poi diventato un teorico dei new media. Quell’immagine può essere assunta come simbolo dello spartiacque tra un prima e un dopo, tra un tempo in cui la provocazione a sfondo erotico aveva caratteri progressivi e un tempo, il nostro, in cui l’esibizione del sesso è diventata quasi sempre un sintomo regressivo, legato al lucro della pornografia (…) continua qui

La liberazione era un’altra cosa


A chi pensa che ci ribelliamo alle forme dominanti di spettacolo televisivo per  moralistica voglia di censura.

A chi sostiene che le suddette forme di spettacolo televisivo siano la diretta conseguenza della liberazione sessuale, e dà la colpa al ’68 e dintorni.

A loro sarà forse utile guardare qualche copertina della rivista Nova, pubblicata tra il 1965 e il 1975 –  come quelle qui sopra, per capire due o tre cose.

Che l’autentico spirito ribelle e anticonformista della liberazione ai suoi inizi non voleva dire fanciulle spogliate e messe in mostra come quarti di bue.

Che quello che ci scandalizza nello spettacolo attuale non è la nudità,  ma ciò che ad essa si fa significare.

Che  liberazione, tra le altre cose,  voleva dire anche far le linguacce all’industria della bellezza (“It’s an ugly business being beautiful” dice la ragazza in copertina,  è un brutto affare essere belli) a cui tutti oggi sembrano sottomessi;  voleva dire  la possibilità del  ribaltamento dei  ruoli sessuali, e la libertà per la donna di non essere sempre e soltanto passivo oggetto del desiderio maschile (“Lucky you – now you can ogle me” dice stupito l’uomo nudo appena uscito dalla doccia: beata te, ora puoi stare a guardarmi).

Indipendentemente da come vadano le cose in privato (qui si sta parlando dei segni della società), quella che oggi ci viene raccontata dai media è una donna regredita, di nuovo ingabbiata.

La rivista Nova durò solo dieci anni ma è rimasta un mito nel settore e un prodotto culturale unico nel suo genere. Finché lo spirito del tempo non spingerà qualcun* a riprovarci (e  se aveste voglia mi raccomando, fatemi un fischio).

” non c’è bisogno di dire che le attitudini di Nova erano radicalmente femministe…ma anche per il suo persistente iconoclastismo, la rivista era letta (se non addirittura acquistata) anche da un pubblico maschile. La donna secondo Nova era una persona di successo, che si occupava della sua vita e della sua sessualità. La sua figura emergeva dagli articoli di moda e ammiccava senza compromessi dalle pagine dedicate alla bellezza con una tale sicurezza e una vitalità che , per molte lettrici della rivista, si trattava di una donna tanto ideale quanto quelle proposte da altre pubblicazioni. Ma, in qualche modo, con Nova, le donne sentivano che poteva esistere la possibilità di controllare una parte dell’energia e convogliarla verso la propria stessa esistenza. “ (Colin McDowell, “Fashion” vol.1, ed. Repubblica)