Detox

Carnem, installazione collettiva (in progress)

Rinfrescare lo sguardo, depurandolo dalla massiccia esposizione quotidiana a corpi patinati e omologati.

E’ possibile farlo fino a febbraio 2013 a “Carnem”, alla Fabbrica del Vapore a Milano, dove ci si può immergere in un trip fotografico collettivo tutto sul tema del corpo, fatto di mostre, eventi, workshop.

Altre visioni possibili a Modena, dove la mostra Changing Difference. Queer politics and shifting identities, in collaborazione con il festival bolognese Gender Bender, propone l’opera di tre artisti della New York underground degli anni ’70-’80, foto e films in cui arte e vita sono strettamente connesse fino alle estreme conseguenze.

Infine un bel libro, non nuovo ma in tema, “Il corpo nell’arte contemporanea” di Sally O’Reilly, racconta i tanti modi in cui il corpo, interrogato dall’arte, continua a parlarci della condizione umana: una significativa anteprima potete leggerla qui.

Annunci

Veronica e il mostro marino

Superfici umide, vitree, volumi, tortuose curve.

Non ha bisogno di altre parole la forza di queste immagini. Oltrepassate la porta e tuffatevi negli abissi dello sguardo di Veronica Vituzzi sul corpo e su altre galassie vicine ed aliene.

Novella quarta

ph-laura-albano_dhemetra-168

Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, Novella quarta

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà Beato, faccendo una sua penitenzia: la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.

Secondo che io udii già dire, vicino di S. Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di San Francesco, e fu chiamato Frate Puccio: e seguendo questa sua vita spirituale…usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai faliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi…La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e rotondetta, che pareva una mela casolana, per la santità del marito, e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand’ella si sarebbe voluta dormire, o forse scherzar con lui, et egli le raccontava la vita di Cristo, e le prediche di Frate Nastagio, o il lamento della Maddalena, o così fatte cose.

Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, Conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era…”

Nel “Decameron, le novelle oscene” messo in scena nel 2011 da Marco Toloni e Paolo Biribò monna Isabetta era Dhemetra Di Bartolomeo – attrice,  autrice di testi e in più ottima ristoratrice.

Di lei posso mostrarvi una foto tra quelle che le ho fatto, ma la sensualità unica del suo incedere sul palco,  del suo sedersi a gambe accavallate a  sfogliare un libro maliziosamente,  del duetto di avvicinamento con il bel monaco su una musica in crescendo in stile film di Peter Greenway, quella posso solo lasciarla alla vostra immaginazione.

Il sesso e lo sguardo 4_ Foto di un certo tipo

Nan Goldin, “Jessika and Simon making love, Jessika coming” (2001)

Spesso risulta dalle chiavi di ricerca che qualcuno arriva qui cercando un certo tipo di foto, per cui ho deciso di postare una selezione di foto di quel tipo che a me piacciono particolarmente, e magari sono un po’ diverse da quelle – diciamo così – mainstream. Ribadisco che la scelta è assolutamente soggettiva, e quindi inevitabilmente parziale – so che scontenterò molti, tra l’altro non ho trovato nessun nudo maschile che valesse la pena (per me) postare – o son troppo scultorei-asettici o troppo hard.

Inizio con lo scatto sopra, di Nan Goldin, dove l’erotismo dell’atto è espresso dai volti ancor prima che dai corpi, e la luce del sole sembra sottolineare l’orgasmo di lei.

Ancora foto di coppia (molto più rare dei nudi singoli, chissà perché): questa foto  che risale all’incirca a metà anni ’70 fa parte di una sequenza del fotografo Art Kane per il magazine Viva, che come già detto è stato una sorta di Playboy al femminile di breve durata: la sequenza vedeva i due amanti fare l’amore in varie posizioni in questo ambiente tra il quotidiano e l’onirico, alcune foto erano leggermente mosse per rafforzare l’effetto spontaneo e la luce diminuiva progressivamente a suggerire il trascorrere del tempo.

Dello stesso periodo qui un nudo femmile di una fotografa olandese, Sacha Van Dorsen. Nonostante  la posizione richiami molto più il relax dopo lo sport che una seduzione ostentata, e nonostante come nudo sia piuttosto coperto (o forse proprio per questo) personalmente la trovo estremamente erotica.

Un altro seminudo molto meno solare e più esplicito ce lo mostra ad inizio anni ’90 la francese Bettina Rheims dal suo lavoro Chambre Close: foto basata sui contrasti – la luce che raddoppia l’ombra del sesso, il bianco della pelle e il nero dell’abito, la snellezza del corpo e la pesantezza del seno, la nudità e gli anfibi ai piedi.

Di segno ancora diverso la seminudità di Francesca Woodman, che moltiplica come in un’eco provocatoria reggiseni e calze ma volta poi le spalle a noi e alla macchina fotografica, isolandosi in un gesto autoprotettivo.

Con un salto temporale all’ indietro di qualche anno troviamo i close-up di Harri Peccinotti.  Contrariamente alla moda attuale che prevede superfici corporee innaturalmente levigate a specchio, senza peli né pori, le sue foto puntavano molto sulle sensazioni tattili evocate proprio attraverso questi dettagli: e fanno molto riflettere su cosa possa mai essere una sessualità privata del tatto.

Alfred Stieglitz notoriamente fotografò in tutti i dettagli ed angolazioni la pittrice Georgia O’Keeffe sua moglie, e a me sembra che questa foto  del 1919 ci dia proprio l’idea del suo “perdersi” nel corpo di lei.  Anche se è fotografata solo una parte del corpo, priva di testa, non ne risulta una “oggettivazione”: piuttosto il soggetto nel suo mistero sembra guadagnare importanza e dominare chi guarda.

E finisco con l’ellissi narrativa del letto sfatto con forcine (1957) di Imogen Cunningham.

“Bella tutta!”: storia di Elena tra Madonne e Maremme

copertina e retrocopertina (con Elena fotografata da me) di “Bella tutta!”

Non lasciatevi ingannare da certi segni esteriori. “Bella tutta!” non è un libro sulle diete (anche se ne elenca quasi cento).  Meno che mai è un libro del genere “chick lit”  (anche se racconta le avventure sentimentali di un’adolescente).

“Bella tutta!” è un vero e proprio romanzo di formazione.

Protagonista è una bambina che deve diventare donna,  ma a causa di una “diversità”  (il suo peso)  si trova sbarrata la strada principale – quella del rispecchiamento nell’immagine femminile “convenzionale”.  Prende allora vie traverse, più strette, più faticose. Come succede in ogni romanzo di formazione e nei racconti di fiabe, la nostra eroina affronta prove, trabocchetti, cade e si fa male, si rialza e prosegue verso la mèta.  In questo percorso accidentato  incontra personaggi odiosi, ma anche insospettabili e preziosi amici.  Alla fine raggiunge il traguardo:  trova il suo posto nel mondo senza rinunciare alla sua individualità.

Elena diventa donna senza dover diventare a tutti i costi normale,  anche perché, come ci mostrano nel libro stesso le storie dei personaggi di contorno,  visto da vicino nessuno è normale:  e alla luce di questo ci scopriamo alla fine a dover mettere in discussione il concetto iniziale di “diversità” – che si tratti del peso fuori dai canoni, dell’orientamento sessuale,  o di altri modi di essere,  non omologati dalle norme (non scritte ma ampiamente codificate)  dei modelli sociali “vincenti”.

La scrittura di Elena è divertente, commovente,  ironica, penetrante – non fa sconti a nessuno, a se stessa per prima. Leggetelo, vi piacerà.