Guardare insieme

Si possono fotografare i barconi di migranti mentre attraversano il mare dall’alto, guardandoli dal punto di vista di Dio.

Oppure, si possono fotografare le stesse persone una volta sbarcate e raccolte in un Centro di Accoglienza, mescolandosi a loro, condividendo tempi e spazi per diverse ore al giorno, per diversi mesi, guardando insieme a loro.

Il libro fotografico “Abele vive qui” di Patrizia Minelli nasce da questo “guardare insieme”, e ci fa guardare con loro, in mezzo a loro, una quotidianità “normale” nella sua particolarità: il dettaglio di un indumento familiare a tutti – la vecchia tuta da ginnastica bordata di bianco – ma che per noi appartiene ad un altro tempo; le infradito che tutti abbiamo portato, ma che per noi si associano alla vacanza. Restano fuori da questo racconto di spazi e oggetti i volti di chi li abita: ci guardano da un inserto a parte, contenuto nel libro, che li raccoglie.

Con la propria presenza al Centro Patrizia ha offerto il racconto di sé e della propria vita, ha messo in comune le proprie competenze fotografiche, e ha ricevuto accettazione, rispetto e gesti di amicizia. Un lavoro umano di tessitura non nuovo per lei, che ha esperienza di viaggi e fotoreportage in situazioni delicate; condotto con serietà di metodo (documentarsi approfonditamente su ciò che si andrà a fotografare) e accompagnato da un’analisi in corso d’opera, un diario che Patrizia ha tenuto per tutta la durata del progetto, e che meriterebbe una pubblicazione parallela.

Nelle foto sopra: immagini dal libro Abele vive qui, pagine del diario di lavoro di Patrizia, ritratto di Patrizia Minelli © Laura Albano

.

 

Letizia Battaglia e la Storia

Questo slideshow richiede JavaScript.

Oggi è il compleanno di Letizia Battaglia, fotografa di grandezza incommensurabile.

Al MAXXI è ancora visibile, fino al 17 aprile, la sua retrospettiva Per pura passione: ma non andateci pensando di trovarvi a visitare una mostra di foto, magari appese al muro. Piuttosto, arrivando alla parete ricoperta da prime pagine di giornale, e più ancora entrando nelle file di grandi fotografie sospese ad altezza d’uomo, sarete risucchiati nel buco nero della storia recente d’Italia. Soprattutto se la vostra data di nascita si colloca negli anni sessanta o settanta, e certi nomi di vittime assassini e luoghi hanno scandito la quotidianità della vostra infanzia, imprimendovisi in mente ancor prima di capire almeno vagamente il disegno che quei punti andavano formando.

Se siete più giovani e volete documentarvi, o comunque se sentite il bisogno di ricollegare i nodi (nomi e volti) alle rispettive trame, può esservi d’aiuto “Gli anni tra cane e lupo. 1969-1994, il racconto dell’Italia ferita a morte” di Rosetta Loy, libro che ricostruisce serratamente in brevi e puntuali paragrafi i principali fatti di sangue che hanno condizionato -più o meno direttamente – la democrazia in Italia lungo quasi mezzo secolo. Vi ritroverete molti dei personaggi e degli episodi fotografati da Letizia Battaglia, e a quel punto, mettendo insieme immagini e racconto, vi apparirà un affresco, pur non leggibile in ogni punto, simile ad un Trionfo della morte – una peste della democrazia, nella fattispecie. 

“sulla scena, per esempio, di un omicidio…erano tutti uomini, non c’era una donna,  medici legali, giudici che arrivavano erano tutti uomini…in quegli anni sì….e io dovevo portare le foto al mio giornale l’Ora, non mi facevano passare, qualsiasi usciere, chiunque diceva no…perchè ero donna. allora siccome la Rai passava, il collega fotografo passava, io dicevo devo passare, non mi credevano e io mi mettevo a gridare…tutto questo creava panico nella polizia, arrivava il capo dei poliziotti, non so chi fosse, qualche volta era Boris Giuliano, e diceva: signora, passi”.

Letizia Battaglia, “Per pura passione” – intro alla mostra

“Amore amaro”, documentario di Francesco G. Raganato 

Violenza in immagini: quale comunicazione?

Sul versante delle immagini, la comunicazione mediatica come si è già detto è solitamente altrettanto disastrosa: l’abitudine è di usare foto di modelle truccate con lividi e occhi pesti, con il risultato comunicativo ambiguo di far apparire “bella” la violenza sulle donne. O, come analizzava Giovanna Cosenza, di esprimere esse stesse violenza in un paradossale cortocircuito.

La fotografia documentaria invece ti dice: questo è successo (pare strano ma la fotografia a volte ancora merita fiducia “referenziale”). Il che dal punto di vista comunicativo è efficace, ma comporta un rischio: che di fronte ad immagini troppo crude l’osservatore distolga lo sguardo e rimuova.  O che tutto si risolva in un’emozione forte, che passa presto.

Walter Astrada è un fotografo che ha realizzato un progetto sul tema della violenza contro le donne, dal 2006 ad oggi, attraversando vari paesi del mondo tra cui India, Congo, Guatemala. Come si legge su Lens, il blog sul giornalismo “visuale” del NY Times,  Astrada ha deciso di concludere la sua ricerca in Norvegia, dove questo tipo di violenza spesso è più nascosta e quindi più difficile da documentare.

Ne sono risultate immagini molto diverse da quelle con cui ha iniziato il progetto: più calme, meno drammatiche. Le tracce della violenza sono raccontate soprattutto attraverso gli sguardi e i luoghi dove le violenze sono avvenute.

Forse questo è il modo migliore di comunicare questo tema.  Non sedurre, né sconvolgere:  raccontare.

L’articolo conclude così:  Astrada spera che le sue foto producano impegno e azione da parte del pubblico.  Quanto meno, dovrebbero provocare vergogna.