Il volto

“I fotografi non si fidano delle facce, hanno bisogno della storia e della natura, della sociologia e dell’economia, dell’urbanistica e dell’arredamento per dire le donne e gli uomini del nostro tempo …
Perché non deve esistere oggi in fotografia l’equivalente, mettiamo, del volto della Falconetti nella Giovanna d’Arco di Dreyer? E perché, nella fotografia, devono avere la prerogativa del volto solo i “personaggi” noti?”
(Goffredo Fofi in “Humana – la presenza dell’uomo in fotografia”a cura di Moreno Gentili, ed. Art&)

Fofi scriveva questo qualche anno fa, giustamente perplesso verso la tendenza – tuttora persistente – della fotografia contemporanea ad evitare il confronto diretto con il volto.  Una vera e propria rimozione, un non voler ascoltare le cose essenziali che il volto dice. Il volto racconta: non  di più o di meno della sociologia, dell’economia, dell’urbanistica o dell’arredamento, racconta cose diverse.

Basta riguardare il cinema non solo di Dreyer ma di un Bergman o un Kieslowski per capire che il volto è un luogo nel quale succedono tante cose, dove accadono emozioni, sentimenti, pensieri. Di tutto questo la fotografia nella realtà è il fermo immagine.

E la cancellazione dei volti veri delle donne da parte di tutta la comunicazione mediatica porta a chiedersi se non dovremmo invece dar loro ascolto e voce prima che sia troppo tardi: il rimosso, si sa, prima o poi diventa pericoloso.