Estetica dispotica

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A Firenze, venerdì 5 febbraio alla PolverieraSpazioComune, il Collettivo DeGenerate ha presentato un documento su – o piuttosto contro – “l’estetica come dispositivo di controllo”.

A corredo del documento una rassegna di immagini di corpi femminili e maschili tratti da riviste e altri media, e piccoli inserti di testo (vedi foto).

Il documento, dal titolo “Estetica Dispotica o l’insostenibile leggerezza dell’apparire”, si può leggere per intero qui: di seguito alcuni stralci (NdR il re si rivela sempre più nudo, e gli anticorpi nelle nuove generazioni ben agguerriti. E noi, ovviamente, strafelici).

(…) il concetto di bellezza è stabilito a priori dalla società e acquisito dalla mente degli individui che lo fanno proprio durante la crescita

(….) La questione dell’apparenza e del suo valore, seppur a prima vista un problema superficiale, tocca in realtà moltissimi nodi e influenza la formazione degli individui e il loro esistere in società. Proprio su questo abbiamo incentrato il nostro percorso, osservando l’estetica come un dispositivo di controllo, e studiando come questo si sia radicato e come sia andato via via diffondendosi.

(…)(dispositivo): qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi (G.Agamben)

(…) Il “dispositivo estetica” serve principalmente due scopi: continuare a far considerare estetica e bellezza dei valori e delle qualità imprescindibili, che occupano perciò la mente ed il tempo degli uomini e (soprattutto) delle donne, e creare un’industria e una vasta gamma di prodotti e servizi di cui si pensa non poter assolutamente fare a meno.

(…)Non vengono quindi dettate delle regole o degli obblighi con violenza: si creano piuttosto dei modelli da seguire che piano piano, a forza di immagini e di messaggi ripetutamente trasmessi, vengono interiorizzati dal soggetto e riprodotti. I principali strumenti di questo dispositivo sono dunque l’educazione e i media.

È importante che le donne, le ragazze e ancor prima le bambine riescano a riconoscere e mediare queste influenze deleterie per iniziare a ribellarsi all’omologazione e oggettivazione da sempre in atto sul nostro corpo e dunque sulla nostra persona ed esistenza.

il fulcro del problema si trova infatti per noi nel controllo esercitato dal sistema sulle nostre scelte attraverso l’ossessione per l’apparire. All’interno di un percorso di lotta teso alla liberazione dei nostri corpi, mettere in discussione il bisogno di aderire ad uno (o più) modelli preconfezionati di bellezza diventa per noi un passaggio fondamentale. Il corpo è il centro dell’oppressione delle donne, quindi è da questo che dobbiamo partire.

Un altro elemento che entra in gioco parlando di estetica è il desiderio. Sfruttando una definizione di Gilles Deleuze* potremmo dire che ogni nostra scelta legata all’estetica, dal colore dello smalto al modello di scarpe, non esprime semplicemente la voglia di un certo oggetto rispetto ad un altro ma piuttosto la volontà di adesione ad uno scenario o ad un ambiente che ci sembrano più accattivanti e vincenti di altri. Queste scelte incidono come abbiamo visto anche su componenti quali il linguaggio e la gestualità, che tenderemo a conformare a quelli richiesti dal contesto. Diventa perciò importante riappropriarsi del desiderio come costruzione personale piuttosto che replica infinita di un canone precostituito.

(…) Provare a liberarsi è provare a mutare l’ordine delle nostre priorità

(…) rifocalizzare ciò che conta e costruire nuovi percorsi di lotta

* “Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’. Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Quando una donna dice “desidero un vestito” è evidente che non lo desidera in astratto. Lo desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. […] Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole … di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio” (Gilles Deleuze, L’abecedario)

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Che fare?

ragazza ad una manifestazione, ph © Laura Albano

Sono passati tre anni dalla diffusione del video Il corpo delle donne. In questi tre anni gli autori Lorella Zanardo e Cesare Cantù lo hanno presentato, a richiesta, in moltissime scuole sul territorio nazionale.

Da tutto quel lavoro, da quello scambio,  dalle richieste partite dai più giovani sono  nati il libro Senza chiedere il permesso e il progetto Nuovi Occhi per i Media.

In particolare da una domanda: “Scusi, ma ormai cosa si può fare?”, 

Il nuovo video  dà la parola proprio ai ragazzi e alle ragazze incontrati nelle scuole.

La febbre

ph.© Francesca Stella

La seguivo da tempo, silenziosamente, aspettando il momento in cui ne avrei parlato.

Un colpo di fulmine il suo blog scoperto in rete,  attraverso il racconto di un workshop di ritratto con lui.

La parola che mi viene per definire il suo lavoro è  febbre.  Contrapposta a tanto estenuato, slavato, catatonico concettuale languore di certa fotografia attuale.  Le sue foto pulsano,  scottano, bruciano di luce propria con i soli eterni ingredienti della Fotografia:  occhio, luce, soggetto, pellicola /sensore.

Vedere per credere, respirare profondamente, ghiaccio a portata di mano.

il blog di Francesca Stella

il sito

Vivere!!!

Giulia ha qualcosa di urgente da dire,  come molte altre ragazze e ragazzi che soprattutto in questi giorni stanno facendosi sentire.   Queste le sue parole.

Vengo ora da un colloquio serale; un colloquio di lavoro per diventare animatrice per bambini. E’ un gruppo magnifico, vorrei farlo vedere alla nosta amata ministra. Ragazze di 20-22 anni, hanno tirato su un’associazione dal niente, e ne hanno fatto una professione; sono appassionate e intraprendenti.

E’ il loro sogno, e l’hanno realizzato da sole, con fatica e tenacia. E’ il loro sogno, non il mio.

Io sono in una fascia di mezzo: troppo giovane per avere esperienza, troppo adulta per iniziative. Ma forse questa seconda cosa è solo un’alibi.

Non lo so.

Una cosa la so di per certo però: ho 26 anni, una laurea ottenuta con entusiasmo, fatica e passione. Vivo sola, perchè a 26 anni non voglio più dipendere dai miei genitori. Genitori meravigliosi, volenterosi, grandi lavoratori, impegnati e energici, ridotti all’osso da un paese che se poco offre a me, quasi nulla ormai offre a loro. Ma mi appoggiano e mi aiutano e mi sostengono.

26 anni, una laurea, un lavoro nel sociale che mi porta a contatto con persone che si definiscono (e cito) “ingombranti ma invisibili”. Persone disabili.

400 euro al mese: cifra che non basta neanche per l’affitto.

260 euro: quello che riesco a racimolare con un lavoro da babysitter che occupa 10 ore della mia giornata.

Un tirocinio obbligatorio, GRATUITO, perchè sia mai che il lavoro di 5 anni di studio debba essere ricompensato.

600 euro dunque. Così campo io; così campiamo in moltissimi, troppi.

Mi sono infuriata: siamo definiti mammoni, bamboccioni, pigri, sfigati e ora “choosy”, schizzinosi.

Schizzinosi?? quanti di noi sono laureati (ma anche no) e passano le mattinate a mandare curricula per fare il lavapiatti? quanti sono in mobilità, cassa integrazione, disoccupati, o a casa di mamma e papà a 30 anni perchè con 600 euro al mese una casa non la paghi?

Stamattina mi sono svegliata come sempre alle 6. Mi sveglio 2 ore prima di dover uscire per lavoro, per guardare annunci su internet e mandare il mio curriculum in giro. Stamattina l’ho mandato a 1 azienda, 2 ristoranti, 4 mamme in cerca di babysitter.

Alle 8 sono andata dai “miei” disabili; alle 14 ero a casa per un boccone, alle 15 in macchina per prendere la piccola che tengo il pomeriggio. alle 19 ho finito, alle 20 ero a fare un colloquio.

Non è stata una giornata particolarmente piena, lo devo ammettere.

Ma un senso di disagio era già presente in me dalle 6: ho scritto su fb e riporto:

analisi e autocritica: come mai non siamo tutti a Roma con le mani piene di sonori schiaffi da distribuire? Cosa ci devono dire per farci incazzare una volta per tutte?

Sono arrabbiata, sfinita, distrutta. Sono preoccupata. Choosy? non sono choosy, sono esaurita…

Io oggi non dovevo essere in associazione, non dovevo prendere la piccola, non dovevo andare al colloquio: dovevo essere in strada ad urlare un furore che mi sta facendo tremare. Darei l’anima per fare la lavapiatti, la porta pizze, la donna delle pulizie, e vedere il volto di mio padre sereno, perchè sua figlia può pagare le bollette. Darei la vita per poter portare avanti il tirocinio (non pagato) che mi serve per fare ciò per cui, cara ministra, ho studiato e sudato. Non è essere schizzinosi, è chiedere ciò che ci spetta. E a 26 anni mi spetta ragionare per passione e voglia e grinta, non per quanti soldi servono per tirare a campare. E mi servono istituzioni che mi aiutino in questo, non che mi maltrattino e offendano qualunque sia la scelta di vita che faccio. Scelta, mi viene quasi da ridere: noi non abbiamo una scelta. Non possiamo neanche volendo, cara ministra, essere choosy.

Sarei voluta scendere in piazza, urlando, portando con me altre 1.000, 2.000, 100.000 ragazzi e ragazze come me. Vogliamo lavorare, vivere e sognare, non più sopravvivere.

Perchè invece sono a casa, stremata e distrutta? perchè i miei amici non sono in piazza con me? cosa devono farci o dirci ancora?

“Perchè sono stato tutto il giorno a lavoro” mi ha detto il mio migliore amico (che per lavoro, sia chiaro, intende tirocinio non pagato). “Perchè in piazza ci va chi ha tempo tesoro, e io e te tempo non ne abbiamo”. Porca puttana. Non ne abbiamo. E non ne abbiamo perchè dobbiamo sopravvivere. No, è un alibi forse. La verità è che io e con me tutti i giovani che state martoriando, cara ministra, mi sento schiacciata. Pietrificata.

Voglio urlare, ma non ho più voce. Voglio correre, ma non ho più forze. Siamo talmente esausti da non riuscire più ad arrabbiarci.

E anche con queste parole, non riesco a far uscire neanche la metà della rabbia che ho in corpo. Sto tremando.

Domani nuova sveglia alle 6. Si ricomincia. Ho scritto la parola choosy sul muro… perchè questa volta non voglio che la passino liscia, perchè questa volta non voglio che la rabbia si affievolisca, e che la vita mi inghiotta come sempre. Voglio arrabbiarmi come oggi.

Svegliamoci! Urliamo, corriamo!

Chi ci aiuta c’è, cominciamo a pretendere ciò che ci spetta. Vivere.

Il racconto di Giulia è oggi anche su Il Cambiamento , sul Corpo delle donne e su Io sono te

Il mio sguardo sul Fem Blog Camp

Un piccolo reportage fotografico dal secondo Feminist Blog Camp a Livorno, dove ho respirato pensiero, assorbito energia, dato volti a nomi e cognomi, mangiato panzanella e hummus di ceci accanto ad una ragazza che mi ha regalato un suo racconto, ascoltato di padri che si impegnano per non trasmettere ai figli maschi i peggiori stereotipi della mascolinità, di strumenti giuridici per contrastare le discriminazioni laddove lo stato latita nell’applicazione delle regole, di esercizi di decostruzione del testo, conosciuto l’autrice di questo eccellente libro.

Delle molte altre cose che il FBC  ha contenuto si può avere un’idea qui.

Tra le risorse più interessanti:  “Take back the tech” , saper usare la tecnologia contro il cyberstalking e la violenza di genere, e Nell’acquario di Facebook del Gruppo di ricerca Ippolita, testo di cui io ho comprato il libro ma che  trovate scaricabile sul sito, molto utile a rendersi meglio conto di cosa parliamo quando parliamo in Facebook.

Ps: siete pregati di non prelevare le foto senza chiedermelo espressamente (a meno che non si tratti di una foto dove ci siete voi), sia per questioni di diritti miei che di privacy verso le persone ritratte, grazie.

e in questo post trovate links ad altri report

Senza chiedere il permesso

Lorella Zanardo  – foto © Laura Albano 2012

“Voglio che mia figlia esista”, ci ha detto una madre con la figlia in tv alla fine di un dibattito: perché insieme alle immagini televisive è passato qualcosa di molto più subdolo e grave, è passata l’idea che: “se non appari non esisti”. I corpi televisivi, è bene ricordarlo, non hanno nulla di liberato, trasgressivo, innovativo (…) Un altro corpo è possibile, oltre a quello imposto dalla dittatura dei media, io ne sono certa. E’ anche attraverso la liberazione dei corpi, oggi incatenati e resi fragili, e così più inclini alle leggi del mercato, che daremo avvio a un reale cambiamento, poiché questa prigionia trentennale ha bloccato un’energia che potrebbe in futuro essere formidabile.

Dal nuovo libro di Lorella Zanardo, “Senza chiedere il permesso” .