Michela

Poco fa, in autobus, riguardavo sul display della reflex le foto appena fatte a Michela Marzano che ha presentato in Palazzo Vecchio il suo ultimo libro “Volevo essere una farfalla”.

Ne conoscevo dalle foto il volto intenso,  ho scoperto la sua gestualità altrettanto espressiva.  La sala era piena, il pubblico emozionato.

La sofferenza ci fa girare in tondo intorno al fuoco, ha detto ad un certo punto  tracciando cerchi col dito indice, seguendo la circonferenza del bicchiere: anche se guarire del tutto è difficile possiamo gradualmente far diventare il cerchio un’ellisse, allontanandoci da quella sofferenza.

E molte altre parole dense, e coinvolgenti.

Vederla e sentirla parlare dal vivo, da vicino, mi ha fatto venir voglia di cercare i libri che di lei non ho ancora letto.

Sull’autobus prima di scendere ho sentito una voce di donna che parlava al cellulare: “sì sto tornando a casa, sono stata alla presentazione di un libro a Palazzo Vecchio…una filosofa che insegna in Francia…è stato un incontro molto bello!”

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I modi per dirlo


L’amicizia e la solidarietà tra donne è un tema molto attuale.  Questo è uno dei modi più belli  in cui se ne può parlare.

“Sustaining”, un breve assaggio della coreografia di  Lorella Rapisarda sul sostenersi a vicenda.
Associazione ADARTE
danzano: Anna Balducci e Lorella Rapisarda
Musica originale: “Firedance” di Ermanno Rosati
Video: Giacomo De Bastiani

se non visualizzi  il video prova qui

Il sesso e lo sguardo_2_Lo sguardo come relazione

“In the capitalist world money was equated with power and power had to be displayed. A naked man could display nothing about his status.

(da Queer-arts forum: 100 Years of Male nudes)

Le donne guardano gli uomini, e non solo viceversa (è arrivata ad ammetterlo anche la pubblicità):  è dunque ovvio che  alcune donne possano “addirittura” fotografare gli uomini, a dispetto di una cultura che non le ha mai incoraggiate in questo senso.

Una delle prime donne che hanno fotografato nudi maschili è oggi una vivace signora di quasi 75 anni, Dianora Niccolini, che trovate anche su Facebook. Nella sua biografia (pag. 61 e sg.) Dianora analizza le ragioni che l’hanno portata a specializzarsi nella fotografia di nudo maschile (per le foto vedi  “The male”, dal menu del suo sito).

La prima era di ordine psicologico: non legò mai con suo padre,  “uno sciovinista di prim’ordine” di nobili origini fiorentine che pretendeva di comandare sua madre – americana,  dallo spirito indipendente. Il travagliato ménage tolse a Dianora ogni voglia di sposarsi, spingendola a cercare relazioni senza coinvolgimento emotivo.  “In photographing gorgeous naked men, I can safely look at young (21+) handsome naked hunks without getting involved…” Fotografare era dunque un modo di relazionarsi con gli uomini stando al sicuro. Fotografare esaltando forme e volumi, poi, richiede l’uso del teleobiettivo – che isola il soggetto e richiede distanza: una perfetta traduzione del desiderio senza coinvolgimento affettivo.

Un’altra ragione era di tipo artistico: essendo cresciuta a Firenze, Dianora era inevitabilmente stata influenzata dalle sue  strade e musei “pieni di statue di uomini nudi”, e soprattutto dalle sculture di Michelangelo.

L’ultima era una  ragione politica: esporre foto di nudi maschili nell’America dei primi anni Settanta era tabù, e lei volle  infrangere questo divieto, riuscendo a far accettare la sua prima esposizione sul tema nel 1975.  Ne ebbe una positiva recensione sul  New York Times, contribuendo ad aprire la strada (e  forse anche ad influenzarli) a Mapplethorpe ed altri che poi si sono cimentati nel genere, ed anche a certa fotografia pubblicitaria.

Agli opposti dello sguardo estetizzante e distaccato di Niccolini, ad inizio anni ’80 Nan Goldin fotografa il suo ragazzo e se stessa mentre lo guarda (vedi qui sopra “Nan and Brian in bed”, 1981, in copertina del suo libro “Ballad of sexual dependency”), o – in un’altra foto – lui disteso, nudo, con la mano di lei sul suo sesso. Tutto in scarsa luce ambiente, o flash. Non è la forma quello che Goldin ci vuol dire – è il contatto, la relazione. Non la bellezza di un corpo ma il calore del sangue. Che si tratti di fotografare i suoi amori, i suoi amici o gli amori dei suoi amici, il suo è lo sguardo inclusivo della focale corta, che richiede il coinvolgimento, l’essere dentro la scena. “I never took pictures with a long lens, it is always short and I have to get close to people I photograph.” (intervista)

Ad un primo sguardo sembrerebbero porsi sulla stessa linea di Goldin le foto della serie Crisis di Elinor Carucci, in cui la fotografa riprende se stessa e suo marito in un periodo difficile del loro rapporto. Qui però l’uomo, pur comparendo, non è  il vero soggetto delle foto: è la figura di Elinor la protagonista, per luce o inquadratura.  Solo nell’ultima immagine della serie, “Will it feel the same” dove sono l’uno di fronte all’altra, inquadrati entrambi controluce senza testa e lei è coperta da un telo, lui nudo riesce ad acquistare più rilievo. Ma Carucci fotografando dà l’impressione di parlare essenzialmente di sé. Se si osserva bene la serie e i titoli delle foto, il suo uomo sembra essere lì non per essere guardato, ma in quanto catalizzatore dei sentimenti ed emozioni di lei.

continua…

Abiti

“…un abito da Giulietta, un abito da Ofelia, un abito per mortificarsi non meno di quanto mortifichino gli abiti neutri, gli abiti dei ruoli di moglie e madre che cancellano. Questo sapevo, questo mi pareva di sapere da sempre. Sapevo che non solo gli abiti castigati dell’armadio casalingo di Eleonora*, (…) ma anche quelli per esibirsi sono vestiti che pendono dalle stampelle come donne morte. (…) Io l’avevo intuito non so come negli abiti di mia madre, nella sua passione del farsi bella, e quell’intuizione mi tormentava. Non volevo essere così. Ma come volevo essere? quando pensavo a lei, una volta diventata grande, una volta lontano, cercavo la via per capire che tipo di donna potevo diventare. Volevo essere bella, ma come? Possibile che si dovesse scegliere per forza tra l’appannamento e l’appariscenza? Entrambe le vie non rimandavano allo stesso vestito suddito, il terribile vestito di Harey**, quello che ti sta addosso sempre, comunque, e non c’è  modo di sfilartelo? Smaniavo in cerca di una mia strada di ribellione, di libertà. La via era, come faceva dire ad Alessandra (…) Alba de Céspedes, imparare a indossare non vestiti – quelli poi verranno di conseguenza – ma il corpo? E come si faceva ad arrivare al corpo oltre gli abiti, il trucco, le abitudini imposte da comune farsi belle?”

Elena Ferrante, “La frantumaglia”

*personaggio  del romanzo  “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes: Eleonora, ingrigita e resa scialba dal ruolo di moglie, improvvisamente si innamora e tira fuori un abito di scena ereditato da sua madre, per farselo riadattare dalla figlia Alessandra e dalla sarta.

**Harey, nel romanzo “Solaris” di Stanislaw Lew, è la donna-fantasma che riappare dall’oceano dell’Inconscio e indossa un abito impossibile da sfilare, con bottoni solo decorativi, privo di quasiasi chiusura, cerniera lampo o altro.

Spostamenti

Dice Iaia Caputo  a proposito della diffusa pratica del parlare d’amore tra donne:

“Ogununa di noi sa, per averne fatto esperienza, che nel nostro sesso la comunicazione sentimentale ha lo stessa funzione dialogica ricoperta dal calcio o dalla politica nei discorsi tra uomini: stabilisce intesa, confidenza immediata, suscita empatia…”  (Iaia Caputo, “Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore”)

Aggiungerei che il parlare d’amore può avere anche un’altra funzione: può servire a dare sfogo all’inquietudine, ad altre tensioni ed emozioni che non si possono dire e a cui non si vuol pensare,  ansie e angosce troppo profonde che si preferisce rimuovere dietro l’ansia amorosa.

Altre combinazioni e rimozioni sono possibili: ho visto donne negare a se stesse ed agli altri la propria sofferenza amorosa, e sostituire la narrazione sentimentale con interminabili invettive politiche. Proprio come fanno certi uomini che discutono con rabbia di politica e di calcio per evitare di parlare vicende personali.

Per fortuna non ci sono regole fisse, e caso mai ci fossero stati dubbi la prevalenza del parlare d’amore nelle donne non è un dato biologico.