Lo sguardo di Naima

Per chi sta a Roma e dintorni, una bella occasione per ribaltare i consueti punti di vista. Naima Morelli (alias Amarilli), che ha già dimostrato di avere uno sguardo interessante sulle donne, ci mostra ora il suo sguardo sugli uomini.

Lo sguardo di Lei su di Lui – Acquerelli di Naima Amarilli
Donne che dipingono uomini, ovvero donne che danno voce e forma al proprio desiderio.
Le immagini maschili realizzate da mani femminili sono molto rare nella Storia dell’Arte; da sempre il nudo è stato uno dei soggetti privilegiati della pittura di tutti i tempi, ma i più affascinanti e famosi corpi dipinti della storia dell’arte appartengono quasi esclusivamente a donne.
Dunque è andata avanti così, per proprietà di pennello dei secoli scorsi, questo è vero, per slittamento del contemporaneo su tematiche diversificate da un figurativo hic et nunc, ma anche e soprattutto per via della mentalità comune secondo la quale “il corpo della donna è più bello”, relegandola troppo spesso ad un ambito di oggettivazione, non necessariamente negativo, ma sicuramente non dialogico.
Si tratta di entrare nel campo della proiezione del desiderio, invece che in quello dell’immedesimazione.
La scelta di uno spazio espositivo all’interno della storica Casa delle Donne non è casuale, rappresentando questa esposizione una piccola ma decisiva presa di posizione.
Invertendo i ruoli, parte della ricerca artistica sull’acquerello di Naima Amarilli verte su questo tema, con accenti alle volte lirici, delicati o velatamente erotici.
Corpi sintetici alla Schiele, che sembrano disfarsi oppure che emergono sensuali.
La bellezza e la ricerca sul corpo sono sempre al centro del discorso, ma stavolta è il punto di vista a cambiare.
Caffè Letterario della Casa Internazionale delle Donne – Via della Lungara, 19
dal 18 marzo al 23 marzo 2012
inaugurazione 18 marzo ore 18
orari di apertura: dalle 15 alle 18
Caffè Letterario: spazioincontrocidd@gmail.com
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“Are you ready?” Il sesso e lo sguardo_3

Viva Magazine era una rivista degli anni ’70,  si potrebbe dire “per sole donne”, che mescolava fotografia erotica d’autore con articoli di costume scritti da penne del calibro di Erica Jong e Betty Friedan.

Già dai titoli della copertina qui sopra si ha l’impressione di un prodotto che attualmente non pare avere equivalenti.  Un’ idea più ampia ci si può fare qui, qui e qui  – dove si scopre che la pubblicazione è rimpianta dagli uomini per i nudi maschili, il che mi stupisce un po’ visto che il nudo maschile per uomini oggi non è difficile da trovare, ma forse piace proprio questo nudo più “etero”… (se qualcuno sa spiegarmi la cosa, lo ascolterò molto volentieri!).

Guardando le immagini linkate, colpiscono certe foto di coppia  palesemente pensate per un occhio femminile, ovvero foto dove la donna non è oggettivizzata ma partner alla pari.

Genere fotografico attualmente “fuori commercio” – chissà perché.

Da una delle copertine occhieggia la domanda: “Are you honestly ready for sexual liberation?”

Ad oggi risposta non pervenuta…

Ps. molte delle foto a me piacciono, peccato solo che all’epoca imperversasse il baffo assassino…

(da leggersi con adeguata colonna sonora)

post correlati:  “Il sesso e lo sguardo_1”   e “Il sesso e lo sguardo_2_lo sguardo come relazione”

Il sesso e lo sguardo_2_Lo sguardo come relazione

“In the capitalist world money was equated with power and power had to be displayed. A naked man could display nothing about his status.

(da Queer-arts forum: 100 Years of Male nudes)

Le donne guardano gli uomini, e non solo viceversa (è arrivata ad ammetterlo anche la pubblicità):  è dunque ovvio che  alcune donne possano “addirittura” fotografare gli uomini, a dispetto di una cultura che non le ha mai incoraggiate in questo senso.

Una delle prime donne che hanno fotografato nudi maschili è oggi una vivace signora di quasi 75 anni, Dianora Niccolini, che trovate anche su Facebook. Nella sua biografia (pag. 61 e sg.) Dianora analizza le ragioni che l’hanno portata a specializzarsi nella fotografia di nudo maschile (per le foto vedi  “The male”, dal menu del suo sito).

La prima era di ordine psicologico: non legò mai con suo padre,  “uno sciovinista di prim’ordine” di nobili origini fiorentine che pretendeva di comandare sua madre – americana,  dallo spirito indipendente. Il travagliato ménage tolse a Dianora ogni voglia di sposarsi, spingendola a cercare relazioni senza coinvolgimento emotivo.  “In photographing gorgeous naked men, I can safely look at young (21+) handsome naked hunks without getting involved…” Fotografare era dunque un modo di relazionarsi con gli uomini stando al sicuro. Fotografare esaltando forme e volumi, poi, richiede l’uso del teleobiettivo – che isola il soggetto e richiede distanza: una perfetta traduzione del desiderio senza coinvolgimento affettivo.

Un’altra ragione era di tipo artistico: essendo cresciuta a Firenze, Dianora era inevitabilmente stata influenzata dalle sue  strade e musei “pieni di statue di uomini nudi”, e soprattutto dalle sculture di Michelangelo.

L’ultima era una  ragione politica: esporre foto di nudi maschili nell’America dei primi anni Settanta era tabù, e lei volle  infrangere questo divieto, riuscendo a far accettare la sua prima esposizione sul tema nel 1975.  Ne ebbe una positiva recensione sul  New York Times, contribuendo ad aprire la strada (e  forse anche ad influenzarli) a Mapplethorpe ed altri che poi si sono cimentati nel genere, ed anche a certa fotografia pubblicitaria.

Agli opposti dello sguardo estetizzante e distaccato di Niccolini, ad inizio anni ’80 Nan Goldin fotografa il suo ragazzo e se stessa mentre lo guarda (vedi qui sopra “Nan and Brian in bed”, 1981, in copertina del suo libro “Ballad of sexual dependency”), o – in un’altra foto – lui disteso, nudo, con la mano di lei sul suo sesso. Tutto in scarsa luce ambiente, o flash. Non è la forma quello che Goldin ci vuol dire – è il contatto, la relazione. Non la bellezza di un corpo ma il calore del sangue. Che si tratti di fotografare i suoi amori, i suoi amici o gli amori dei suoi amici, il suo è lo sguardo inclusivo della focale corta, che richiede il coinvolgimento, l’essere dentro la scena. “I never took pictures with a long lens, it is always short and I have to get close to people I photograph.” (intervista)

Ad un primo sguardo sembrerebbero porsi sulla stessa linea di Goldin le foto della serie Crisis di Elinor Carucci, in cui la fotografa riprende se stessa e suo marito in un periodo difficile del loro rapporto. Qui però l’uomo, pur comparendo, non è  il vero soggetto delle foto: è la figura di Elinor la protagonista, per luce o inquadratura.  Solo nell’ultima immagine della serie, “Will it feel the same” dove sono l’uno di fronte all’altra, inquadrati entrambi controluce senza testa e lei è coperta da un telo, lui nudo riesce ad acquistare più rilievo. Ma Carucci fotografando dà l’impressione di parlare essenzialmente di sé. Se si osserva bene la serie e i titoli delle foto, il suo uomo sembra essere lì non per essere guardato, ma in quanto catalizzatore dei sentimenti ed emozioni di lei.

continua…

Il sesso e lo sguardo_1

Da tempo volevo segnalarvi questo interessante sito/blog che raccoglie materiali sulle rappresentazioni dell’identità di genere nelle arti visive.

Vorrei anche chiedervi di guardare il ritratto che ha vinto il 2° premio del Taylor Wessing Prize 2010 (secondo post dall’alto), quella della modella-moglie del fotografo.

A me piace e disturba al tempo stesso. E’ molto erotica, non solo per quello che si vede ma per la combinazione posa/sguardo. Forse mi disturba perché riserva alla donna il consueto ruolo di “colei che si fa guardare”:  ma è senza dubbio una foto riuscita. L’ambientazione con i suoi dettagli quotidiani induce a immaginare le vite che ci sono dietro, la luce è naturale e al tempo stesso studiata,  i colori poco saturi smorzano il realismo.

E voi che ne pensate? In particolare, alle donne eterosessuali chiedo:  vi viene mai voglia di fare una foto simile ad un uomo che vi piace?  non necessariamente così’  esplicita, ma che traduca un momento in cui voi state guardando lui.  E se no, perché?

Gli occhi, la bocca

“Altrettanto (la censura attraverso la dissimulazione delle immagini, ndr) capitò a Mina, accusata di aver prestato una mimica facciale addirittura “oscena” per la sigla del varietà Mille e una luce. Ricorda Paolo Piccioli: “Fu l’ultima graffiata di Mina alla censura Rai: la canzone si intitolava Ancora, ancora, ancora. Brano appassionato ed erotico, che la cantante interpretava con il viso e le labbra in primo piano, ammiccando con occhi e labbra sensuali. Il risultato fu che dalla seconda puntata, durante gli ammiccamenti, il viso si intravedeva moltiplicato su più monitor in modo da ridurre il primo piano.”  (tratto da: Menico Caroli, “Proibitissimo! Censori e censurati della radiotelevisione italiana”, Garzanti)

Il fatto risale al 1978. Al di là del trucco datato, voi cosa vedete in questa interpretazione – cosa esprimono il volto e la gestualità di Mina? E vi sembra di ritrovarlo nella Tv odierna, in cui si vede apparentemente “di tutto”?

Aldo Grasso, nella prefazione al libro sopra citato, scrive:

“La mia modesta idea è che ora non c’è più la censura (…) ma c’è qualcosa di peggio: l’indistinguibile. La neo-televisione ha scoperto un solvente universale che rende ogni immagine simile alla precedente, pone sullo stesso piano vita e morte, rende disarticolata ogni gerarchia. (…)

La peggior censura che esista è quella che porta all’assuefazione e all’insignificanza. Non è difficile capire come per annientare la vitalità di una pulsione qualsiasi sia quella di trasformarla in chiacchiera o in replay.”

Una fiamma nel mio cuore

Alain Tanner è un regista che ha tratteggiato con il suo stile quasi documentaristico personaggi femminili molto originali e sfaccettati, e scene di un erotismo intenso e tutt’altro che patinato. Tra le sue interpreti preferite Myriam Mézières, volto vissuto ed espressivo, molto diversa dalle bellezze cinematografiche convenzionali.  In “Una fiamma nel mio cuore” (1987)  ha una relazione con un algerino  molto geloso che non accetta la sua vita libera, lo lascia non tollerando più le sue scenate, per scoprirsi poi lei stessa ammalata di gelosia nel successivo rapporto con un giornalista francese. Questi la porta con sé in Egitto in un viaggio di lavoro, ma lei si allontana vagando da sola e  il film si chiude su un bellissimo primo piano del suo volto irrequieto sullo sfondo di El Cairo.

L’amore qui diventa quasi un pretesto, la fiamma nel cuore è un’inquietudine che viene da dentro e da lontano.

(I suoi film in dvd non è facile trovarli, in tv neanche a parlarne: se vi capita di vederli programmati in qualche cineteca locale non lasciateveli sfuggire. Qui una scena di Una fiamma nel mio cuore)

Lo psicoevoluzionista sul lettino

Wanda Wulz, “Io + gatto”  (1932)

Se le spiegazioni in termini pseudo-evoluzionisti del comportamento sessuale maschile e femminile anche a voi hanno sempre fatto venire l’orticaria, troverete molto interessante il libro “Donna, una geografia intima”  (1999) di  Natalie Angier (giornalista scientifica, collaboratrice del «New York Times» e vincitrice del Premio Pulitzer per i suoi articoli dedicati alla biologia molecolare e al comportamento animale). In particolare il capitolo 18, che nella traduzione italiana è intitolato “Stereotipi e altre sciocchezze”.

“La psicologia evoluzionista asserisce di aver scoperto i moduli fondamentali della natura umana, in particolare della natura essenziale dell’uomo e della donna […] Ma la psicologia evoluzionista, nella forma in cui è andata disseminandosi nella corrente tradizionale della coscienza scientifica, è un Ciclope nervoso e dispotico, con l’unico occhio intento a lanciare occhiate di soffocante arroganza attraverso una lente maschilista […]

Io voglio soltanto affermare – con uno spirito positivo, davvero – che gli psicologi evoluzionisti hanno preso moltissime cantonate su noi fanciulle, e che noi vogliamo e meritiamo qualcosa di più e di meglio di questi stereotipi a buon mercato […] ci sottopongono a tal punto a un tira e molla che potremmo citarli per maltrattamenti. Da un lato ci dicono che le donne hanno una pulsione sessuale inferiore a quella degli uomini. Dall’altro ci presentano la dicotomia vergine-prostituta come uno stereotipo universale […] Gli uomini hanno pulsioni sessuali più robuste per natura, ma tutte le leggi, i costumi, le punizioni, la vergogna, le limitazioni, le mistiche e antimistiche si scagliano, animate da un ominide furore, contro quella creatura tiepida, sonnolenta e ipoattiva che è la libido femminle.

Come facciamo a sapere che cosa è “naturale” per noi, se quando cerchiamo il nostro desiderio, la nostra libertà, la musica del nostro corpo, guardano a noi come a creature innaturali?”

L’opera èconsultabile in inglese su Google libri, e il cap. 18 è a pag. 322 con il titolo: “Of hoggamus and hogwash. Putting evolutionary psychology on the couch”.