Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi

Arianna Sanesi

Arianna Sanesi @ 2015

E di nuovo oggi, giornata-simbolo della violenza sulle donne, tocca vedere sui giornali le solite pessime immagini tenute nel cassetto per questo argomento: donne rannicchiate in un angolo, modelle con gli occhi pesti, pugni chiusi.

A molti ancora non è chiaro che le immagini hanno un ruolo attivo: e in conseguenza di questo si dovrebbe pensare a “cosa fa” un’immagine, prima di sceglierla per accompagnare un testo. In questo caso le immagini scelte fragilizzano, estetizzano la violenza, la evocano rafforzando il concetto. Dunque contraddicono il senso degli articoli e della lotta.

Una eccellente ricerca visiva sul tema è quella di Arianna Sanesi, che sull’iconografia del femminicidio ha svolto un progetto dal titolo I Would Like You To See Me. Un progetto complesso, articolato in diverse parti: still life con oggetti di ciò che è rimasto (come le stoviglie di carta che una delle vittime usava per evitare che il marito le spaccasse), finestre di notte che alludono al mistero di ciò che accade oltre la soglia di casa, scritte sui muri che gridano l’urgenza di un’educazione sentimentale necessaria, critica della rappresentazione mediatica della violenza di genere e dello stereotipo da pubblicità del matrimonio.

L’ho scoperto tramite Pagina99, che le ha dedicato un ampio servizio nel numero uscito sabato 21 e ancora in edicola.

precedenti post sul tema: qui, qui e qui

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Violenza in immagini: quale comunicazione?

Sul versante delle immagini, la comunicazione mediatica come si è già detto è solitamente altrettanto disastrosa: l’abitudine è di usare foto di modelle truccate con lividi e occhi pesti, con il risultato comunicativo ambiguo di far apparire “bella” la violenza sulle donne. O, come analizzava Giovanna Cosenza, di esprimere esse stesse violenza in un paradossale cortocircuito.

La fotografia documentaria invece ti dice: questo è successo (pare strano ma la fotografia a volte ancora merita fiducia “referenziale”). Il che dal punto di vista comunicativo è efficace, ma comporta un rischio: che di fronte ad immagini troppo crude l’osservatore distolga lo sguardo e rimuova.  O che tutto si risolva in un’emozione forte, che passa presto.

Walter Astrada è un fotografo che ha realizzato un progetto sul tema della violenza contro le donne, dal 2006 ad oggi, attraversando vari paesi del mondo tra cui India, Congo, Guatemala. Come si legge su Lens, il blog sul giornalismo “visuale” del NY Times,  Astrada ha deciso di concludere la sua ricerca in Norvegia, dove questo tipo di violenza spesso è più nascosta e quindi più difficile da documentare.

Ne sono risultate immagini molto diverse da quelle con cui ha iniziato il progetto: più calme, meno drammatiche. Le tracce della violenza sono raccontate soprattutto attraverso gli sguardi e i luoghi dove le violenze sono avvenute.

Forse questo è il modo migliore di comunicare questo tema.  Non sedurre, né sconvolgere:  raccontare.

L’articolo conclude così:  Astrada spera che le sue foto producano impegno e azione da parte del pubblico.  Quanto meno, dovrebbero provocare vergogna.

Violenze verbali

Come le immagini,  le parole costruiscono la realtà:  la scelta nel loro utilizzo non è mai neutra e, da parte dei media, questo comporta precise responsabilità.

Del cattivo modo in cui spesso sono “notiziati” i femminicidi e la violenza sulle donne si è già parlato in questo blog, e se ne parla da tempo in rete.

L’Ordine dei Giornalisti del Trentino ha da poco preso una chiara e attiva posizione in merito,  scrivendo una eloquente nota ai direttori e direttrici delle testate ed emittenti  del Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Oltre ad un linguaggio rispettoso e non discriminante, è necessario però un cambio di paradigma su altre modalità, attinenti alla stessa sfera di pregiudizi ma che vanno a scavare più nel profondo.  Ne vediamo un esempio in un caso recente di cronaca, raccontato in un modo da Repubblica e riproposto da Michela Murgia in altra versione, depurata da luoghi comuni e pericolose semplificazioni (aggiungerei soltanto che l’indicazione non casuale della provenienza geografica nel caso di un colpevole non italiano è una vecchia cattiva abitudine: prima dell’arrivo degli immigrati era usata con i meridionali).

in foto: installazione a cura di Isanna Generali e Libere Tutte

Per un ruolo attivo delle immagini. La pittura di Letizia Menconi

Immagini dalla mostra “Femminilità violata” di Letizia Menconi –  Giardino dei Ciliegi, via dell’Agnolo 5 Firenze,  fino al 18 maggio. Info orari 0552001063

Di quanto sia difficile parlare del problema violenza attraverso le immagini ne avevamo parlato lo scorso novembre qui.

E’ un problema che va a toccare il nodo cruciale del ruolo dell’immagine nella comunicazione collettiva.  A cosa serve infatti un’immagine? Cosa si propone di fare, e cosa riesce a fare?

Le immagini di volti con make-up che simula lividi e occhi pesti vuole evocare il problema, ma ottiene un’effetto estetizzante-irritante – in una parola: controproducente.

Le fotografie di volti in lacrime o di donne rannicchiate in posizione di vittime, che ci vogliono dire quanto soffrono le donne per la violenza,  hanno un effetto psicologico deprimente.

La fotografia documentaria riesce, per quel po’ di fiducia “referenziale” che ancora gli viene concessa (noi speriamo ancora a lungo), a dirci qualcosa di più: testimonia che la violenza è accaduta, accade – e, se siamo mediamente sensibili, ci fa empatizzare con la vittima.

Ma per una comunicazione etica c’è bisogno di andare oltre.

Le figure di Letizia Menconi, pittrice autodidatta alla sua prima mostra, “Femminilità violata”, al Giardino dei Ciliegi di Firenze fino al 18 maggio, sintetizzano molto bene la contraddizione tra la necessità di rappresentare il problema e l’urgenza di superarlo. La rigidità delle sagome disegnate su materiali poveri evoca il dolore, la paralisi del trauma, la contrattura del corpo. Ma l’esplosione di colori contraddice tutto questo e ci dice voglia di vivere, energia che non si fa imprigionare.

Il mezzo pittorico, con la sua maggior vicinanza all’immaginazione, riesce a compiere il necessario salto di significato.

La fotografia potrebbe riuscirci?

Il problema è complesso.  Sicuramente l’immagine, se vuole avere nel discorso pubblico un ruolo attivo, deve smettere di mostrarci ombretti viola e lacrime di glicerina.

Le immagini per dirlo

 

Ormai nessuno può più negarlo: la “donne normali” esistono (con questa definizione ambigua e abusata intendo riferirmi a tutte le donne che, non rientrando in un preciso e ristrettissimo canone di bellezza, sono state escluse dalla rappresentazione mediatica per un lungo periodo); anzi forse finalmente le donne normali sono diventate “la normalità” (e anche qui preciso che non mi riferisco a nessuna “norma” da rispettare, ma all’auspicio che veder rappresentato visivamente con varietà il vario universo femminile diventi un’abitudine).

E’ appena stato battezzato ufficialmente un progetto in grande, con sponsor e grandi nomi, che vede 365 donne fotografate per una mostra e un libro.

Il mio progetto fotografico Un’Altra Donna (diventato poi blog, mostra itinerante, e calendario 2011 per il Comune di Firenze, e tuttora in progress) era nato nel 2008, dalla volontà di riportare alla coscienza quello che allora era dittatorialmente rimosso dall’immagine femminile: grana della pelle, segni esteriori di individualità, tutto ciò che trasgrediva il canone di perfezione seriale, perlopiù omologato da ritocchi chirurgici e fotografici, che dominava nei media. Pensavo soprattutto a pubblicità e moda, non guardando mai la Tv –  finché il doc di Lorella Zanardo non mi ha aperto gli occhi anche su quella ed ha portato all’attenzione pubblica quello che era l’altra faccia di un problema politico.

Da allora sono gradualmente fiorite sempre più iniziative per riportare alla luce il rimosso, anche da parte di media e pubblicità (avevamo parlato di questa campagna, ma si potrebbero citare altri casi – uno su tutti: Donna Moderna che ormai da tempo fa copertina e servizi di moda con “donne vere”, scelte tra le lettrici tramite appositi casting. Altre riviste hanno avuto brevi aneliti di verità rimasti episodi isolati, come già detto di Elle).

Questo delle 365 è un bel lavoro, di ampio respiro – e dovrebbe proseguire anche per l’anno prossimo, scongiurando l’effetto “moda del momento”.  L’ideatrice del progetto si chiama Marzia Messina, e con sorpresa ho scoperto che è nata il mio stesso giorno e mese, a pochissimi anni di distanza; il fotografo Sham Hinchey viene dalla moda e dal beauty, come si può intuire dallo stile e dal tipo di illuminazione usata per i 365 ritratti.

La mia illuminazione preferita per descrivere i volti resta quella naturale. Detto questo, se nasce un nuovo stile – “glamour-normal” potremmo chiamarlo – la cosa non mi dispiace affatto.

Più “parole per dirlo” si trovano, meglio è per tutt*.

D’ora in poi il problema sarà stare attent* al rischio della “retorica della donna normale”; vigilando che la cosa non venga strumentalizzata per farla diventare la nuova, ennesima, mistica della femminilità.

La pagella – 1

Tra le riviste di moda italiane “di fascia alta” che ho monitorato in questi ultimi due anni, si è distinta per condotta fotografica Marie-Claire.

Dopo aver messo nel 2010 una (splendida) cinquantenne sulla copertina dello Speciale bellezza e  aver fatto indossare  capi di moda, invece che a modelle, ad alcune celebri fotografe, nel 2011 ha mostrato questi volti di donne sopravvissute alla guerra nel servizio  “Altro che vittime” , con le foto di Rennio Maifredi che fanno parte di un vero e proprio progetto sociale, come si può leggere nel testodi Zainab Salbi che le accompagna.