Sguardo di figlia: il padre_1 Annie Leibovitz

Tempo fa qui sul blog ho dato spazio ad una serie di foto in cui diverse fotografe ritraevano la propria madre. Oggi inizia una serie in cui diverse fotografe (alcune presenti anche nella prima serie) ritraggono il padre.

La prima è Annie Leibovitz, con tre foto da “A Photographer’s Life, 1990-2005”, libro composto da foto di personaggi famosi alternate ad un diario intimo e a tratti molto cupo. Il padre, al contrario della madre, compare sempre insieme agli altri membri della famiglia, fino alla foto sul letto di morte – quasi che la morte, potente catalizzatore, abbia portato alla coscienza il rapporto a due.

IMG_9710Annie Leibovitz, My brother Philip and my father, 1988

IMG_9706Annie Leibovitz, My parents with their Grandson Ross, 1992

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Annie Leibovitz, My Father, February 3, 2005

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La madre 4_Annie Leibovitz

Marilyn Leibovitz fotografata dalla figlia Annie (1997)

“La prima volta che fotografai mia madre in modo formale fu nel 1974, quando avevo da poco cominciato a lavorare per Rolling Stone. Ero andata a far visita ai miei genitori nella loro casa di villeggiatura sui monti Catskill, e chiesi a mia madre di danzare per me. Quel servizio fu una sorta di rito di passaggio. Io ero una fotografa e lei una ballerina.

Molti anni più tardi, quando mia madre aveva ormai più di settant’anni, la fotografai a casa mia, nel nord dello Stato di New York, ancora una volta durante un pomeriggio estivo. Sistemammo una sedia sul prato, all’ombra. Era molto nervosa e, quando le domandai quale fosse il problema, mi rispose che aveva paura di sembrare vecchia. Era una donna forte, abituata ad avere il pieno controllo della situazione. Sono rare le persone disposte a esporsi tanto.

In olte occasioni ho sostenuto di non avere una foto preferita. Eppure, più passa il tempo, più il ritratto di mia madre mi appare significativo. Forse è proprio questa la mia foto preferita. E’ totalmente onesta. Mia madre mi guarda come se la macchina fotografica non ci fosse.”

Da Annie Leibovitz “At work”

Nel libro questa fotografia è quadrata, con più spazio intorno al soggetto. Questa versione, che preferisco perché mi sembra che lo sguardo arrivi con più intensità,  era apparsa precedentemente nel volume “Women” di Leibovitz.  Nonostante quello che racconta la figlia, esprime una sicurezza fuori dal comune.

Donna cosa vuol dire

Showgirl at Stardust Casino, Las Vegas

Showgirl at Stardust Casino, Las Vegas – at right with her daughters

foto tratte da “Women”, di Annie Leibovitz

Ogni tanto è bene ricordare quante cose può voler dire donna.

Senza che l’una escluda l’altra, contro la divisione in ruoli, a favore del continuum.

Contestiamo il potere normativo delle immagini diffuse dai dispositivi di potere sotto forma di intrattenimento, che vorrebbero dirci come dover essere, per privilegiare la capacità narrativa delle immagini che raccontano gli infiniti modi in cui siamo.


Ritrarre l’assenza

foto: Annie Leibovitz

“Andai nel giardino sul retro, sul quale si affacciava lo studio di Virginia Woolf, e sbirciai dalla finestra. Era una mattina ventosa e i rami degli alberi davanti alla casa si muovevano. La luce filtrava dalle foglie e attraversava la finestra. La stranza era piena di luce e sulla scrivania di Virginia Woolf danzavano le ombre delle foglie…..La luce che entrava dalla finestra sul retro era molto forte, non era il mio genere di luce, e le immagini erano difficilmente leggibili, ma ho colto un riflesso dello scorcio su un vetro. Si distingue a malapena la scrivania. Sopra c’erano alcuni oggetti, inclusi gli occhiali di Virginia Woolf…

Virginia scriveva la prima stesura al mattino su un grande pannello di compensato su cui aveva incollato un porta calamaio. Sedeva in una poltrona sfondata tenendo il pannello sulle ginocchia (come in questo film, ndr). In seguito batteva a macchina quello che aveva scritto e faceva la revisione direttamente a macchina.  Scriveva tutti i giorni.

A Monks House Virginia Woolf scrisse La stanza di jacob, la signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Tra un atto e l’altro e centinaia di racconti, saggi e recensioni.”

testo e foto ©Annie Leibovitz, da Pilgrimage (2011)

Il dettaglio

Annie Leibovitz – Emily Dickinson’s only surviving dress at the Amherst Historical Society

“Quando arrivai alla casa di Emily Dickinson non c’era quasi più luce.  Avevo portato con me una piccola fotocamera digitale e cominciai a scattare una foto dopo l’altra.  Senza pensarci.  In una vetrinetta di plexiglass era esposto uno dei suoi abiti bianchi e mi ritrovai attratta dai dettagli del vestito, i bottoni di alabastro e i pizzi.  In una fotografia scattata da lontano il risultato è un normale abito bianco.  Ma da vicino scopri che è di fattura raffinata. Per una donna che passava quasi tutto il tempo in solitudine doveva essere meraviglioso contemplare i dettagli.  E sentirli al tatto.  Sapendo che non erano destinati ad altri che a lei.”

Foto e  riflessione – da tenere bene a mente quando si discute se il vestirsi per le donne abbia senso soltanto per lo sguardo dell’altro –  sono tratti da Pilgrimage,  l’ultimo libro di Annie Leibovitz (autrice del già qui consigliatissimo Women, il saggio visivo più completo che sia stato realizzato sulla donna contemporanea),  un diario del suo viaggio attraverso i luoghi abitati dai suoi miti – Woolf, Freud, Adams, O’Keeffe per citarne solo alcuni. Ne trovate degli estratti (testo e foto),  insieme ad un commento di Michele Smargiassi,  all’inizio di questo inserto.

Women

Foto di  Annie Leibovitz dal libro “Women”

“Oggi gli ideali legati all’apparenza, come la giovinezza e la magrezza, sono in gran parte creati e imposti dalle immagini fotografiche…

Ciò che sembra giusto, o attraente, in una fotografia spesso non è che un’illustrazione della “naturalezza” con cui è vissuta l’ineguale distribuzione dei poteri convenzionalmente concessi alle donne e agli uomini.

Ma la fotografia che tanto ha contribuito a confermare tali stereotipi, può in egual misura impegnarsi a complicarli e minarli.

…Uno dei compiti della fotografia è quello di rivelare e dare forma al nostro senso della varietà del mondo. Non quello di presentarci ideali…

E la varietà stessa è un ideale. Oggi vogliamo sapere che per ogni questo c’è un quello. Vogliamo una pluralità di modelli.”

Susan Sontag, dalla prefazione a “Woman” di Annie Leibovitz  (trad. di Paolo Dilonardo)