Tabù

A proposito del tabù fotografico sui corpi delle donne anziane. Questa foto, “Trois femme” di Jean-François Bauret, fu pubblicata sul n.1 della rivista fotografica Zoom nel giugno 1972 per illustrare un articolo sul sessismo delle immagini nella pubblicità, con la didascalia  “Restituire le donne alla loro immagine e alle donne la loro immagine”.

La trovate anche in questa sezione del sito del fotografo, che merita di essere visitato soprattutto per i Portraits nus di donne, uomini e coppie.

Una fotografa che ha affrontato due tabù in una volta raccontando la sessualità dei corpi anziani è Marrie Bot.

Le riviste femminili quando parlano di rughe riescono al massimo a mostrarci una modella giovane con i capelli incipriati di bianco, oppure un primo piano di un cane grinzoso.

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After Marilyn

Nel giugno del 1962 Vogue commissionò al fotografo Bert Stern un servizio fotografico su Marilyn.   L’attrice, 36enne,  era reduce dal divorzio con Arthur Miller, il suo contratto con la Fox stava per scadere, la sua relazione con i Kennedy era sulla bocca di tutti. Le foto furono scattate all’hotel Bel Air di Los Angeles, e furono necessarie due riprese perché le prime risultarono troppo audaci per la rivista.  Il 5 agosto Marilyn fu trovata morta nel suo letto  “per barbiturici”, poco prima dell’uscita del servizio su Vogue.

Il set è così passato alla storia come “The last sitting”: resta un documento visivo unico, che ci mostra l’attrice in tutta la sensualità e la fragilità di quegli ultimi momenti  (cosa che oggi non sarebbe più possibile: la postproduzione avrebbe cancellato tutti i segni della sua pelle, le piccole rughe del sorriso, la cicatrice  sul torace).

Comprai il libro con quelle foto una decina di anni fa – non riuscivo a togliermelo dalla testa dopo averlo sfogliato in una piccola meravigliosa libreria in via della Spada a Firenze che oggi non c’è più.  Le ho guardate a lungo, mi sono entrate dentro. Quando ho visto Alessia Innocenti in Bye Baby Suite, è stato inevitabile proporle di farsi fotografare come Marilyn in quel set.

Una parte del risultato è in mostra in questi giorni al Residence Artemura di Pistoia, via Bozzi 6, in occasione dello spettacolo

“BYE BABY SUITE” di CHIARA GUARDUCCI con ALESSIA INNOCENTI.

L’ultima notte di Marilyn, un letto disfatto, una deriva di alcol e pillole, un’altalena di ricordi e sogni

Da giovedì 26 gennaio 2012 a domenica 29 gennaio 2012 – doppio spettacolo ore 20.30 e 22, durata 40 minuti

AFTER THE LAST SITTING – A tribute to Bert Stern/Marilyn’s Last sitting

Foto di LAURA ALBANO

Nella hall del Residence prima e dopo lo spettacolo

INFO e PRENOTAZIONI 0573991609, orari 11-13 e 16-19

Lo spettacolo fa parte della Stagione di Prosa 2011/2012 Teatro Manzoni di Pistoia, sezione “Altri Percorsi”

Ondina se ne va

FOTO DI CHRISTINE BACHMANN

Con i tempi lunghi e pigri dell’estate vi invito a conoscere Christine Bachmann, una fotografa tedesca che ho scoperto grazie al prezioso photoblog di Marco Signorini.  Dal punto di vista del nostro blog appare particolarmente interessante  il lavoro Undine geht  (Ondina se ne va), in primo piano in formato sfogliabile,  in cui Bachmann ha ritratto donne e ragazze di varie età in una sorta di fusione con la natura.

Undine geht è il titolo di un racconto della scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann (omonimia casuale o qualcosa di più?) che prende spunto dalla figura mitologica di Ondina. Il mito nella sua versione romantica (in senso storico-letterario) vuole che questa acquatica creatura possa conquistarsi un’anima solo attraverso il matrimonio,  scelta obbligata che la conduce poi ad un infelice destino di tradimenti e morte. La scrittrice I. Bachmann nel suo monologo le restituiva voce e consapevolezza di sé.  La fotografa C. Bachmann aggiunge a questa figura, con le sue immagini, un ulteriore  approfondimento prospettico.

Il racconto di I. Bachmann, originariamente parte della raccolta “Il trentesimo anno”,  è stato poi pubblicato accanto alla versione letterariamente più nota del mito di Ondina,  quella di F.  de La Motte-Fouqué (1811),  con un’introduzione di Lea Melandri che potete leggere qui.

Il coraggio del Direttore

Vogue Italia giugno, particolare della copertina

E dunque, dopo la petizione contro i siti pro-ana che ci era parsa contraddittoria e insufficiente, diamo atto che Vogue ha dato finalmente un segnale forte, esponendosi in prima persona nell’affermare che la bellezza non è necessariamente sinonimo di magrezza. Lo ha fatto con una copertina ed un servizio che potrà attirare (e lo sta già facendo) critiche di altro segno, per aver usato un erotismo poco velato: ma in questo caso, la direttrice Sozzani lo dice chiaramente, è stata una scelta mirata a creare un’eco più vasta possibile.  E  credo che abbia ragione: io posso dire che avrei preferito un servizio in stile più naturale e sobrio, alla Peter Lindbergh – ma probabilmente non ne avrebbero parlato in molti (all’interno comunque ci sono foto “vestite”, e sul tema un articolo di Michele Serra e un raffronto con le forme nell’arte contemporanea).

E invece la scelta è stata provocatoria fino in fondo e, insieme agli elogi, ha provocato un fuoco incrociato di doppie critiche – per i corpi non canonici, e per il nudo. L’effetto delle due cose insieme è stato deflagrante – i commenti sono stati centinaia sul “blog del Direttore”, e l’eco sul web è ancora vivo.

Proprio i commenti sono stati la parte più sconvolgente: se c’è stato chi – donne e uomini – ha espresso entusiasmo e gradimento in toni normali, non è mancato chi è regredito all’insulto da scuola elementare (qualche donna ma soprattutto uomini) e chi (donna) per sentirsi bene deve etichettare con disprezzo il diverso da sé: un successivo post del Direttore per spiegare che non era una questione di schierarsi tra grasse e magre non è servito a placare gli animi – anzi. Ci sarebbe materiale per uno studio antropologico –  sulla genesi dell’odio per il diverso.

Ma soprattutto la cattiveria nei commenti di chi offende “le grasse” (c’è chi arriva a dire che tutte le grasse sono cattive come Sabrina Misseri…) fa pensare: a quanti fantasmi si proiettano sul corpo delle donne.

(qui trovate riuniti alcuni dei commenti più regressivi)

Indubbiamente il Direttore stavolta ha avuto coraggio. “Sono sempre di più le lettrici che, anche sulle rivista di moda vogliono veder rappresentato il mondo reale, fatto di persone non ossessionate dalla propria magrezza ma capaci di accettare e rispettare il proprio corpo per come è nella sua naturalezza”. Noi lo dicevamo da un po’. Ora speriamo che dopo un esordio sopra le righe i corpi femminili “non conformi” possano entrare più tranquillamente a far parte dei normali servizi di moda (già all’interno di questo numero si è iniziato, va detto). Senza insulti e senza scandali. Perché le donne di tutte le forme, semplicemente, esistono.

Finalmente

Dunque finalmente qualcuno “lassù”, ai piani alti del beauty business dove si vendono sogni,  sta arrivando a capire che conviene restituire l’immagine alle donne.

Si può dire che diversi segnali riflettono un mutamento di costume incipiente? Farlo radicare, poi sarà un’altro discorso – e un’altra lotta.

La morte e la fanciulla

Aggiornamento: se la moda volesse veramente mettersi in gioco in prima linea potrebbe, piuttosto, riscoprire il “Manifesto nazionale della moda italiana contro l’anoressia” messo a punto dall’ex  ministra Giovanna Melandri nel 2006, e controfirmato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e da Alta Roma.

Sabato 19 marzo è apparsa su Repubblica questa intervista, in cui Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, comunica il lancio di una raccolta di firme  per far chiudere i siti cosiddetti Pro-Ana. I siti Pro-Ana, secondo la definizione di Sozzani, sono quelli che “contengono le istruzioni per diventare anoressiche” e dove “le autrici si spalleggiano tra loro per arrivare all’obiettivo della perdita di peso. Insegnano a vomitare, consigliano lassativi e diuretici, esortano e ammirano chi è capace di rifiutare il cibo”.  Quelli – aggiungiamo noi –  illustrati con immagini di ragazze magrissime, danzanti con scheletri o abbracciate ad Ana, la dea dalle costole sporgenti. Con questa petizione contro di loro Sozzani intenderebbe dimostrare che “la moda si mette in gioco in prima linea per combattere l’anoressia”. 

La macroscopica contraddizione salta all’occhio. Basta aprire l’ultimo numero di Vogue Italia per trovarsi di fronte ad immagini dello stesso tipo di quelle che i siti Pro-Ana usano come modelli di ispirazione. E, come se non bastasse la magrezza e l’uso del fotoritocco a disegnare silhouette irraggiungibili, nel supplemento Vogue Unique di questo numero le figure sono state anche vistosamente deformate, allungandole e assottigliandole. Caso mai il modello non fosse abbastanza chiaro.

“Vogue Italia propone da sempre un modello di donna che vive in armonia con il proprio corpo– dice Franca Sozzani – basta pensare al canale “Vogue curvy” dedicato alle donne felici di essere tonde e con curve esuberanti.” Nella sezione “Curvy” (sul sito di Vogue da un anno circa) si vedono forme effettivamente rotonde: ma ci sono finite anche donne definite “curvy” solo in quanto diverse dal canone attuale della magrezza estrema (ci si è vista anche Monica Bellucci, per dirne una). E se sulla rivista si legge che  le curvy Beth Ditto, Adele e Miss Platnum “hanno in comune l’energia, il carattere e il talento necessari per combattere lo stereotipo secondo cui la magrezza avrebbe qualcosa a che fare con il successo”,  di fatto la pubblicità e i redazionali (che propongono i modelli vincenti) rimandano ad una magrezza che definiremmo estrema in senso letterale (vedi  questa fanciulla che pare coperta da un sudario per l’estrema unzione).

“Negli anni 90 le ragazze avevano corpi perfetti e femminili, mentre oggi sono sicuramente molto più magre e molto più alte” spiega Sozzani rispondendo ad uno dei numerosi commenti critici sotto la petizione, dimenticando la responsabilità di chi queste ragazze molto più magre e molto più alte le ha scelte, e continua a sceglierle in mezzo a tante altre di forme diverse. 

Fermo restando che l’anoressia è un disturbo dalle cause profonde e complesse, radicate nella storia personale e familiare, se la moda decide di fare la sua parte per aiutare a combatterla non può prescindere da una seria assunzione di responsabilità da tutti coloro che ne fanno parte. E’ forse arrivato il momento in cui, come si auspica per la pubblicità, una seria presa di posizione etica può favorire un ritorno di immagine ed economico più dello sfruttamento di una tendenza lucrosa quanto pericolosa.  Anche se – è bene ricordarcelo – non c’è di mezzo solo il denaro: come ci ricorda Naomi Wolf senza trascurare l’aspetto economico del Mito della Bellezza, “la dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne. Una popolazione con una così tranquilla ossessione è una popolazione facilmente manipolabile.”

Qui trovate la petizione, e potete usare lo spazio dei commenti dove legge e risponde la direttrice.

Qui e qui altri post critici, che chiedono azioni di responsabilità ben precise da parte di Vogue.

Qui un divertente post sull’ideale estetico proposto da alcune riviste.

L’immagine di questo post è una pubblicità di Moschino del 1990.

Qui sotto un estratto dal libro dello psicoanalista Massimo Recalcati “L’ultima cena. Anoressia e Bulimia”.perché sono d’accordo con chi dice che su certe cose si debbano lasciar parlare gli specialisti (al link qui sopra trovate altri estratti del libro).

“L’anoressica insegue dunque un Ideale: quello di una magrezza del corpo che possa giungere a cancellarne i rilievi, ad appiattirne le forme, ad assottigliarne lo spessore. Fare del corpo un filo, una trasparenza disincarnata, una linea ai confini dell’invisibile. E’ questa la via estetica dell’anoressia.

L’esasperazione dell’apparenza, il culto del corpo sottile, leggero, filiforme, ossuto manifesta la sua funzione di maschera rispetto all’oscenità inassimilabile, fuori discorso, della morte ma al tempo stesso, la lacera e ne mostra tutta la finzione. Lo scongiuro sociale della spettralità della morte si ribalta allora, improvvisamente, nel suo contrario: la morte sale in passerella, sfila, occupa le copertine patinate dei rotocalchi femminili, contagia, provoca identificazioni.  (…) 

In questo senso il motivo della cura estetica del corpo – portato dall’anoressica alla sua esasperazione spettrale che rivela dunque il carattere mortale del corpo che l’ideale della bellezza vorrebbe mascherare – è solo un altro aspetto di quella logica del consumo  (…)

Tutto marcia veloce, senza tregua, tutto si consuma, tutto viene tritato dalla macchina produttiva, ma in questo tutto in realtà  – è il grande e drammatico insegnamento dell’anoressia-bulimia – alberga il niente.”   

tratto da Massimo Recalcati, “L’ultima cena. Anoressia e bulimia”, Bruno Mondadori 1997

Bentornata Winnie Plitz

Torna “Bella tutta! I miei grassi giorni felici”, lo spettacolo di e con Elena Guerrini diretto da  Andrea Virgilio Franceschi.

“Elena Guerrini mette in scena, con una formula auto-ironica e spiazzante, un tema che le sta molto a cuore: la dipendenza femminile dal mito della magrezza, e la conseguente ossessione delle diete. Così è nata la sua protagonista-alter ego Winnie Plitz, sulla falsariga della Winnie beckettiana di Giorni felici…” (dal blog www.bellatutta.blogspot.com)

Ecco le date:

Venerdì 4 marzo a Montebelluna (Treviso)

Sabato 5 marzo a Padova

Martedì 8 marzo a Bologna

Venerdì 11 marzo a Modena