Il mondo secondo Dana

Self in diptych © Dana de Luca

Se solitamente un autoritratto è un monologo, la voce dei Self in diptych di Dana de Luca è piuttosto un dialogo interiore. Questi dittici composti da autoritratti e singole foto scelte dal suo archivio sono immagini solo apparentemente scisse nella sintassi, in realtà contigue come un flusso di coscienza o di libere associazioni, generate per via non logica ma intuitiva.

Così pure non c’è scissione ma contiguità nel mondo di Dana de Luca:  è un posto dove ti senti un po’ insicura, come ad andar sola di notte e sentire dei passi alle spalle, anche se non sembra notte né giorno, piuttosto un terzo tempo indefinito,  abitato da presenze inquiete.  Ma il mondo di Dana è anche un posto confortante, proprio perché abitato da presenze inquiete.  Drag queens al trucco e modelle in backstage, donne in piazza e webcam girls in standby, nightclubbers  e donne reduci da violenza domestica.  E’  un mondo dove si annullano i confini:  tra sesso e generi, tra chi guarda e chi viene guardato, tra umani, animali, statue, cose.  Tra pixel e pelle, tra chi sta dentro uno schermo e chi ne sta fuori.  E in questa promiscuità senza ombra di giudizio ci si sente a casa.

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8 Pensieri su &Idquo;Il mondo secondo Dana

  1. adesso sarò veloce, ma ci torno. e non è una minaccia. o forse sì.
    il lavoro di dana mi piace molto. credo, conoscendola, di averglielo anche detto. lo trovo pieno di sana, entusiasta energia… questo in generale. sulla questione self ci torno dopo. che è il vero capitolo.

  2. andar di notte e sentire dei passi… tutte noi conosciamo questa sensazione, dall’infanzia. E forse un giorno mi concentrerò su cosa significa nella vita di una donna; Dana lo ha fatto, e tu lo dici magnificamente. Come Efrem mi sa che ci tornerò sopra.

  3. il dittico, trittico ecc, generalmente nasce così. cioè le singole immagini sono porzione finalizzata all’unicum visibile. non scindibili. senza propria storia apparente.
    qui è diverso. qui la scelta è opposta direi. e la diversità visiva dichiaratissima. è un’operazione che richiede coraggio e generosità, cose che non mi sembrano mancare a dana. il coraggio è importante qui… perché significa separare ogni singola immagine dall’autonomia di cui ha goduto nella sua vita precedente. non conosco molti autori disposti a farlo.

  4. dal punto di vista fotografico sì c’è questa separazione. Io mettevo più l’accento sul fatto che, come dice Dana sul sito, “discorsivamente” sono oggetti collegati, solo in modo non logico ma intuitivo….ma mi piacerebbe sentire direttamente il suo punto di vista.

  5. Ho optato per il dittico perché mi interessava far dialogare l’immagine dell’autoritratto, che è una voce monologante ( come lo sono tutte le singole immagini). Il criterio seguito nella combinazione però non ho voluto che seguisse un percorso logico, o comunque che la narratività del dialogo che ne sarebbe emersa non fosse esplicita. Mi interessava seguire un filo di assonanze inconscie, astratte, anche geometriche che tenesse insieme le due immagini.
    Efrem, ti sembra così audace? D’altronde la singola immagine dopo aver goduto della sua autonomia nella sua vita precedente, finisce in archivio insieme alle altre,o no? un po’ come succede ad una parola che poi finisce in un dizionario e combinata insieme ad altre può creare una poesia, in versi liberi o seguendo regole di metrica, ma di per sé lei è libera…

  6. ciò a cui pensavo è che la nuova immagine crea una dipendenza reciproca e inscindibile. come se non fossero più visibili se non così. in questo sì, c’è audacia. e leggerezza della rinuncia alla precedente vita. non so se mi spiego.

  7. Pingback: La petit mort – Dana de Luca | Un'altra Donna

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