Violenza in immagini: quale comunicazione?

Sul versante delle immagini, la comunicazione mediatica come si è già detto è solitamente altrettanto disastrosa: l’abitudine è di usare foto di modelle truccate con lividi e occhi pesti, con il risultato comunicativo ambiguo di far apparire “bella” la violenza sulle donne. O, come analizzava Giovanna Cosenza, di esprimere esse stesse violenza in un paradossale cortocircuito.

La fotografia documentaria invece ti dice: questo è successo (pare strano ma la fotografia a volte ancora merita fiducia “referenziale”). Il che dal punto di vista comunicativo è efficace, ma comporta un rischio: che di fronte ad immagini troppo crude l’osservatore distolga lo sguardo e rimuova.  O che tutto si risolva in un’emozione forte, che passa presto.

Walter Astrada è un fotografo che ha realizzato un progetto sul tema della violenza contro le donne, dal 2006 ad oggi, attraversando vari paesi del mondo tra cui India, Congo, Guatemala. Come si legge su Lens, il blog sul giornalismo “visuale” del NY Times,  Astrada ha deciso di concludere la sua ricerca in Norvegia, dove questo tipo di violenza spesso è più nascosta e quindi più difficile da documentare.

Ne sono risultate immagini molto diverse da quelle con cui ha iniziato il progetto: più calme, meno drammatiche. Le tracce della violenza sono raccontate soprattutto attraverso gli sguardi e i luoghi dove le violenze sono avvenute.

Forse questo è il modo migliore di comunicare questo tema.  Non sedurre, né sconvolgere:  raccontare.

L’articolo conclude così:  Astrada spera che le sue foto producano impegno e azione da parte del pubblico.  Quanto meno, dovrebbero provocare vergogna.

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33 Pensieri su &Idquo;Violenza in immagini: quale comunicazione?

  1. “Even” in Norway. Certo, esiste anche qui la violenza alle donne. Uno degli stereotipi duri da abbattere è che questo tipo di violenza sia legato a condizioni economiche disagiate, emarginazione, povertà, ignoranza. I fatti dicono altro, e la realtà non è affatto così semplice. Mi piacerebbe vedere quelle foto.

  2. Ehm… naturalmente solo ora ho visto che le foto si vedono… sono bellissime.

    Conoscevo tra l’altro la storia di Anne Grethe Solberg. Il marito le scaricò addosso un fucile a pallettoni quando lei gli propose una separazione. Ebbe ferite gravissime, ha un’anca distrutta e perse un braccio. È una persona fortissima, che ha saputo utilizzare questa sua esperienza per una grande crescita personale, e sta lavorando come donna e di sociologa per sensibilizzare sul tema ed aiutare altre. Tra l’altro (dico “tra l’altro” perché con quell’anca che si ritrova ha corso la maratona di New York) dirige un’agenzia in proprio, il “Gender consulting”, che opera nella formazione di manager donne e con attività di consulenza a imprese che vogliano ridurre e eliminare il proprio gender gap. Quest’anno le è stato conferito il premio “Consulente dell’anno”: http://www.na24.no/article3367119.ece

  3. Grazie per aver parlato di questo reportage fotografico. Le immagini hanno una grande intensità e le storie mi hanno davvero colpita. Mi domando cosa posso fare io in concreto, ragazza di 17 anni, per questa causa…

    • carissima, intanto ti dò in ritardo la benvenuta e ti faccio i complimenti per il tuo blog e per la maturità con cui scrivi….
      Direi che già intervenendo in rete con commenti come quello di ieri dove spiegavi una cosa che io davo erroneamente per scontata stai facendo qualcosa di concreto 🙂
      per il resto, in molte città ci sono centri antiviolenza anche se per lavorarci immagino si debba acquisire una preparazione specifica. Sicuramente intanto trasmettere informazione consapevolezza su certi temi è importante….

  4. il lavoro norvegese è molto bello. insolito per l’argomento.
    non sono invece così certo che le condizioni sociali non pesino, almeno percentualmente. e anche il tessuto sociale e culturale non è insomma uguale. ma potrei benissimo sbagliare.

    • non ho dati sottomano quindi posso solo fare ipotesi su quello che leggo: penso che le condizioni sociali possano pesare nella misura in cui esasperano i casi in cui la violenza è uno sfogo. Ma credo che molta violenza maschile contro le donne abbia un’origine, come dire, “autonoma”.

      • su questo non ci piove, l’origine è altra. ma a volte la quantità fa la differenza, perché oltre a cambiare il numero delle donne coinvolte e quindi la sofferenza, determina un grado civile di una comunità.

  5. Credo anch’io che il fenomeno della violenza sulle donne non sia legato all’elemento “povertà economica”. O meglio: ricordo di aver letto che la percentuale di questi episodi in famiglie agiate è tutt’altro che bassa.
    Si può dire, forse, che in molti casi un grado di ignoranza maggiore – dove intendo per ignoranza mancanza di cultura tutta, di istruzione, ecco – è legato a condizioni economiche disagiate. Tuttavia, ciò che manca non è tanto la cultura in genere quanto la cultura di genere, la sensibilità civile al rispetto delle donne e delle minoranze – e qui torniamo al punto di partenza: anche i ricchi sono sessisti.

  6. Infatti, è importante credo questa precisazione: non è che le condizioni sociali non abbiano importanza – sono uno degli elementi. Alla base della violenza alle donne secondo me c’è la percezione di una minaccia: la donna come individuo libero e autonomo diventa per certi uomini una minaccia. Questo può avvenire in qualsiasi contesto, perchè in genere è una combinazione infinitamente variabile di concause: culturali, di educazione, spesso anche psicopatologie, alcolismo, modelli di reazione secondo i quali l’impotenza davanti a qualcosa che ci sfugge si risolve con la violenza – fattori correlati, ma non in una logica semplice di causa effetto.
    Lavorare sulla cultura di genere secondo me è importantissimo comunque, perchè, anche se non eliminerà nè le cause socioeconomiche della violenza nè quelle psicopatologiche, se non altro aiuterà ad individuarle meglio. E poi sensibilizzare, parlarne, serve comunque alle donne per denunciare, non vergognarsi, agire.

    Qualcuno si è mai chiesto ad esempio quale peso abbia per una donna lo stigma sociale di essere vittima di una violenza considerata dai più come legata a condizioni sociali disagiate?

    Domanda retorica, sicuramente ci sarà chi se lo è chiesto, forse Laura lo sa.

  7. grazie, Arte.
    Infatti uno dei problemi principali è che molte violenze non vengono denunciate (ne parla anche l’articolo su Lens).
    Molti se ne stupiscono, e anch’io mi sono chiesta se abbiano mai provato ad immaginarne le ragioni.

    • unaltradonna ma ti faccio presente che in Svezia un uomo può essere denunciato penalmente e condannato fino a 2 anni di reclusione per non aver usato il preservativo o se si rompe durante il rapporto, infatti sono queste le accuse che vengono rivolte ad Assange.(ma allora i bambini come nascono in Svezia li porta la cicogna)

  8. non riesco a trovarla ma viene considerato “stupro semplice” e poi la Svezia rischia per Assange di essere una tappa intermedia verso gli USA dove rischia o la pena di morte o di finire i suoi giorni a Guantanamo.

      • unaltradonna potresti spiegarmi cosa c’ entra il caso lewinski? quello fu una relazione extraconiugale con la sua segretaria stop, ma lui termino il suo mandato e come la quasi totalità dei presenti governo per 2 mandati essendo che in tutta la storia americana solo un presidente governo per più di 2 mandati e quello fu il grande F.D. Roosevelt che governo per 4 mandati, qui parliamo quasi di un reato molto esagerato che rischia di essere la fine di Assange e anche se io non credo hai complotti questa vicenda puzza molto.

  9. È vero che la legislazione penale svedese ha una definizione estremamente ampia di violenza sessuale. Tra l’altro (a differenza di quella norvegese) equipara ogni tipo di rapporto non consenziente ad uno stupro. La stessa definizione di rapporto è molto ampia. Ogni approccio sessuale (anche solo allungare le mani) con persona non consenziente, o non in grado di difendersi perchè ad esempio sotto i 15 anni, o ubriaca, è violenza sessuale. Questo, senza entrare nella vicenda Assange.

    Su questo appunto si può discutere.

    Non ho capito il nesso con la cicogna – nel senso che i bambini di solito nascerebbero perchè si rompe il preservativo?

  10. Alessio, sai quante volte nella storia uomini hanno affermato in tribunale che lei “ci stava”? La menzogna esiste. Se non altro, una legge così dovrebbe spingere alla cautela, che non fa mai male.

    • ma infatti io mi riferivo solo a questo contesto quindi dove parliamo già di sesso CONSENSUALE,quindi una donna può obbligare il proprio partner ad usare preservativi.

      • Alessio, io ti ringrazio dei numerosi commenti che tra l’altro fanno salire il mio blog di posizione nelle varie classifiche. Però se frequenti i blog sai che ci sono delle regole, cioè non si può monopolizzare lo spazio.

  11. quale comunicazione???
    direi una sana etica armata. politicamente scorretta. decisamente prevaricatrice. tanto qui non si tratta di convincere. che mentre ti sforzi e ti sbatti, ti esce il simpatico videogioco “rapelay”. tu (io) linki sulla paginetta fb e t’aspetti il bando, almeno intellettuale dico! invece no. lì a disquisire che è virtuale e non cambia il peso reale degli stupri. l’hai visto no?
    quindi, quale comunicazione? nessuna! quale rieducazione semmai…
    io non ci credo. non credo più ad alcuna buona fede.

  12. Pingback: Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi | Un'altra Donna. L'impudenza dello sguardo.

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