La dimensione psichica

 Può “darsi” la società come un insieme politico analizzabile a prescindere dalla componente psichica individuale?

Quasi sempre nel dibattito pubblico la dimensione psichica viene oscurata, quando non avversata, a favore di quella politica:  come se dar credito all’una fosse escludere l’altra. Come se comprendere l’umano fosse possibile  guardandolo solo dall’alto.  Come se ammettere l’esistenza della psiche e delle sue configurazioni individuali dovesse implicare la rinuncia alla valutazione dei fattori politici e culturali – in senso lato.

Le due dimensioni sembrano elidersi per qualcuno soprattutto quando si tratta di dare un giudizio sui colpevoli di delitti particolarmente impressionanti: molti casi di femminicidio, o di stragi – come Breivik e Casseri: o sono folli, o sono colpevoli, in un aut-aut distorto ma fondato sulla consapevolezza che  per l’ordinamento giuridico la distinzione sulla “capacità di intendere e di volere” influisce sulla pena, decurtandola.  Sembra che manchi una via di mezzo. Allora forse il problema non è nel riconoscere la dimensione psichica, ma nel mettere in discussione un confine troppo netto e astratto che, mentre assolve e deresponsabilizza, disconosce la soggettività e anche la responsabilità individuale.

Ne ho parlato lo scorso inverno con Zauberei,  blogger di chiara fama ai più identificabile con le scarpe a punta tonda di cui qui in foto, curiosa di sentire il suo punto di vista di studiosa della dimensione psichica. Questo è qualche appunto di quello che mi ha detto:

“Si tratta di un problema storico, di storia del diritto e storia della psichiatria. Il Codice Penale è vecchissimo, ed è anteriore alla scoperta dei Disturbi di personalità –scoperta che ha cambiato il modo di guardare all’uomo. Senza il concetto di Disturbo della personalità non ci sono vie di mezzo: o sei triste, o sei pazzo. Pazzo equivale a dire “psicotico”. Giuridicamente lo psicotico è “fuori di sé”. E’ stato Kernberg a scoprire il concetto di Disturbo di personalità, e a spiegare che esistono pazienti non “tristi”, non “psicotici”, ma che hanno una “personalità disturbata” e stanno “male” con gli altri. E a volte l’atto criminale è esito di disturbo di personalità. Kernberg ha studiato anche le relazioni patologiche, ad esempio il problema della patologia complementare nelle coppie. Dunque, non esistendo nel Codice Penale il concetto di Disturbo di Personalità, il colpevole tipo Casseri viene probabilmente classificato come psicotico. La riduzione conseguente della pena ha a che vedere con l’idea culturale che la comprensione psicologica è materna. Winnicot però diceva che la madre deve essere sufficientemente buona ma deve avere un principio “paterno”: oltretutto la pena riveste anche una funzione simbolica per la comunità. Ma anche per la persona, disconoscere la personalità equivale a disconoscere la soggettività….”

L’argomento è stato trattato più estesamente da Zauberei sul suo blog,  qui  (partendo da Breivik)  e qui (Casseri). E, per quanto riguarda la violenza domestica, qui.

Non metterei mai in dubbio la necessità e l’urgenza di un enorme lavoro culturale per contrastare la violenza sulle donne, ad esempio. Ma per quanto riguarda la prevenzione a mio avviso non può essere trascurata nessuna strada.  Quante volte si dice che il mostro non esiste, e la violenza viene da persone vicine? Non folli appunto. Ma forse disturbate sì. Allora, non per assolvere, ma per riconoscere, per tentare di prevenire, per imparare a capire, per sapere quando difendersi – ogni strumento è utile.

A parte questo, se eravate tra i pochi a non conoscere ancora Zauberei scoprirete una grande mente e un grande blog, capace di farvi pensare,  di dipanare intricati grovigli e, non ultimo, di farvi divertire un sacco.

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