La violenza nelle immagini

Parlando di femminicidio (e chi trovasse questa parola inelegante o inopportuna ne studi la storia nell’omonimo libro di Barbara Spinelli), da tempo il collettivo Femminismo a Sud fa un eccellente lavoro di analisi della rappresentazione della violenza sulle donne nei media, decostruendo la “versione dei fatti” che essi – appunto – costruiscono. A partire dalle immagini, con questo post  e questo video:

Video/analisi contro la violenza sulle donne a cura di http://bollettino-di-guerra.noblogs.org
Il video (testo incluso) è rilasciato con licenza Creative Commons 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/).
Il brano in sottofondo è “Withering Trash Receptacle” da “One Week in Sand” di “A Ninja Slob Drew Me”, tratto da http://www.jamendo.com/en/album/75465 e rilasciato con licenza Creative Commons 3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/

13 Pensieri su &Idquo;La violenza nelle immagini

  1. Io sono d’accordo nel mettere numeri e info dei centri antiviolenza ma non comprendo perchè prendersela con le forze dell’ordine perchè fino a un minuto prima non c’erano: non possono arrivare prima che un crimine sia commesso

  2. Paolo scusa, ma questa è un’analisi di come sono costruite le notizie, che giustamente critica il fatto che nelle immagini appaiono sempre le forze dell’ordine, come a dimostrare che lo Stato c’è, non credo che l’intento sia “prendersela con le forze dell’ordine” quanto evidenziare che in questo modo si simula un’efficienza dello Stato mascherando carenze ben più strutturali sul problema, almeno io la interpreto così.

  3. Grazie Laura.
    Questo video apre gli occhi sulla superficialità con cui spesso assimiliamo notizie drammatiche. E le immagini, come tu insegni, raccontano molto…

  4. lascerei perdere il modo in cui viene fotografata la scena del crimine… può essere una strategia mediatica, ma forse più banalmente è tutto quello che trova il reporter. perché anche lui arriva, come i carabinieri, dopo. parlo di scena del crimine. diverso invece il problema delle carenze strutturali, della endemica sottovalutazione delle denunce che spesso le donne fanno PRIMA di essere aggredite. e uccise. e che appunto, purtroppo, non sono quasi mai gratuite (nel senso che le conseguenze ci sono). per non parlare delle “semplici” minacce o dello stalking. una campagna di sensibilizzazione dovrebbe prendere i maschi per i coglioni e non girare intorno: ipotizzare una situazione in cui tu, maschio, sei preda dell’altrui violenza. immaginare che tu, ma proprio tu (per noi maschi funziona meglio che non sparare sull’appartenenza di gruppo, che poi fa quadrato) sei il bersaglio.

  5. Il modo in cui viene fotografata la scena del crimine io non lo lascerei perdere. Se il reporter “non trova altro”, non si dovrebbe, semplicemente, pubblicare altro. In generale, l’uso delle fotografie dovrebbe essere molto più critico: cosa “illustra” la foto? C’è necessità immediata di dare un volto alla vittima e all’assassino? E perché? In altri paesi europei, ad esempio, non si pubblicano foto né della vittima né dell’accusato prima di un eventuale processo. C’è una sorta di voyeurismo mediatico che, invece che illustrare i fatti, li manipola.

  6. @Efrem, @Arte:
    in effetti, il problema non è quali foto vengono scattate – ma perché determinate foto vengano pubblicate, ovvero: che valore informativo hanno? se non ne hanno alcuno (come molti esempi del video), perché pubblicarle se non appunto per creare il famoso “orizzonte di senso” (la presenza delle forze dell’ordine), o nel caso di vittime attraenti per voyeurismo, insomma per altri fini (ovviamente questo succede non solo nel caso dei femminicidi).
    Dunque, se – e sottolineo se – i media volessero contribuire alla lotta alla violenza sulle donne farebbero bene a pubblicare al posto di foto del genere un bel riquadro con le info sui numeri antiviolenza (1522).
    Questo per quanto riguarda la costruzione mediatica della realtà. Se invece, Efrem, parliamo della realtà concreta, ti dò ragione su quelli che sarebbero alcune tra le misure urgenti.
    A cui aggiungere “a monte” educazione sessuale e alla relazione nelle scuole, sostegno finanziario istituzionale ai centri antiviolenza e ai centri di ascolto per uomini che si rendono conto di “avere un problema” (a Fi c’è il http://www.centrouominimaltrattanti.org), assistenza alle vittime nei processi…

  7. mi limito a considerare un ritmo e una priorità. è chiaro e condivido che il modo ha importanza. personalmente illustrare i fatti, che ci siano o meno lo trovo insignificante. quindi vero laura, tanto vale evitare.
    se penso a weegee penso ad altro?
    ma l’urgenza è forte, e ha a che fare col modo di affrontare mediaticamente e culturalmente questa violenza quotidiana. e millenaria. è un percorso, complesso e articolato su vari fronti: scolastici, ambientali, parrocchiali ecc…e ben venga l’attualità dei numeri antiviolenza e tutto quanto praticamente occorre.
    ma ha bisogno di strappi. e di un obiettivo. che a me pare essere il maschio. e quindi lì puntare… se no chi dovremmo sensibilizzare?

  8. sai Efrem che stamani pensando alla risposta da dare qui e alla “scena del crimine” pensavo proprio a Wegee, e al fatto che c’è stata, sì, una tradizione di foto della scena del crimine con un senso, e un valore informativo.
    Ma immagino che sia un tipo di immagine utile soprattutto a chi indaga.
    Per il resto sì, anche a me pare che i primi da sensibilizzare siano gli uomini, e a giudicare da certi commenti che leggo in giro sull’argomento non ci vorrà poco.

  9. Pingback: Femminicidio, le immagini per dirlo: Arianna Sanesi | Un'altra Donna. L'impudenza dello sguardo.

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