Bettina e il terzo sesso

foto ©Bettina Rheims da http://www.lalettredelaphotographie.com

Bettina Rheims ha sempre avuto il vizio di indagare con le sue foto le pieghe del non detto, il dettaglio perturbante non in assoluto alla Diane Arbus, ma in relazione alla cornice di un certo tipo di fotografia – patinata, potremmo dire.

Ci ha mostrato la bellezza e il glamour contaminati dalle rughe e dal trucco sfatto in Heroines,  la calza smagliata e la vittoria della forza di gravità sulla carne in Female troubles, sulla pelle il rossore da amplesso e i segni della biancheria e dalla depilazione ascellare (ProjectB), l’ambiguità sessuale in Les espionnes e in Modern Lovers.  A questi due ultimi lavori, venti anni dopo, si riallaccia l’attuale Gender Studies.

Come spiega nel link, Rheims ha aperto una pagina su FB dove mostrava quelle vecchie foto, invitando a contattarla tutte le persone che si sentissero in qualche modo “diverse”. E’ entrata in contatto con loro tramite Skype, ha sentito le loro voci.  Chi l’ha colpita di più sono stati coloro che non hanno voluto fare una scelta tra le due opzioni maschio/femmina, decidendo di vivere entrambe le identità.  A seconda del giorno, dell’umore.  E ricorda che in Australia per la prima volta, lo scorso autunno  è stata introdotta la possibilità di contrassegnare con X la voce “sesso” sui documenti d’identità:  il primo riconoscimento dell’esistenza di un terzo sesso.

Dal punto di vista visivo, direi che il fine ultimo di Rheims nel mostrarci il perturbante non è sconvolgerci (épater le bourgeois, si diceva una volta) ma renderlo assimilabile tramite i codici visivi senza tempo della storia dell’arte.  Si può vedere in questa operazione un senso reazionario (il diverso viene integrato) o progressista (il diverso entra nel sistema senza perdere la propria specificità, che anzi va ad arricchire il sistema), a seconda dell’essere pessimisti o ottimisti.

Io preferisco senza dubbio la seconda.

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6 Pensieri su &Idquo;Bettina e il terzo sesso

  1. indubbiamente non vuole sconvolgere. del resto esattamente come dici, il suo percorso è in questo senso delicato. forse davvero per via della patina. ma anche un po’ più distaccato della arbus, mi sembra. i precedenti espliciti non mancano, penso a mapplethorpe… e lì sì che c’era la voglia dello scandalo. a volte fine a se stesso.
    qui no. non so se poi la rheims, come credo tutti gli autori iconografici, si ponga il problema o no dell’integrazione…

  2. @mauri benvenuta, direi che non era in discussione l’esplorazione, comunque prendiamo atto 🙂

    @efrem: magari lei non se lo pone. Però è noto l’assioma “è impossibile non comunicare”… chi manda le proprie foto in giro comunica una visione del mondo, consciamente o no. Più che le sue intenzioni, mi interessa cercare di capire l’effetto su chi guarda.
    E’ vero poi quello che dici, che appare più distaccata di altri che hanno fotografato più direttamente il proprio mondo, le proprie ossessioni. Anche se non mi sento di escludere che in qualche modo anche lei fotografi i propri fantasmi, con eleganza per prenderne le distanze….

    • be’, dipende da cosa viene messo in giro… in tal caso l’assioma sarebbe “è impossibile non tentare di comunicare”. che forse oggi mi sembra più coerente. è una battuta, ma non troppo. anzi, non è una battuta (ci metto un po’ a volte, scusa).
      capito invece l’interesse per chi guarda e ciò che scaturisce. e in effetti hai ragione, chi se ne frega delle intenzioni dell’autore, ci sono le opere che manifestano in sua vece. e anche sui fantasmi probabile che sia. e che lei moduli come le conviene. del resto… inevitabile no?

  3. Certo i freak della Arbus sono meno integrati e più conturbanti, e non è solo una questione di genere. Ma queste foto sono comunque molto belle e delicate, rispettose, esteticamente ed eticamente. mi piacciono molto. m.

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