Dedica

Questo post voglio dedicarlo alla donna che mi ha tagliato i capelli dai tempi dell’università fino a quando, poco tempo fa, è andata in pensione. L’unico negozio di parrucchiera dove non abbia avuto il terrore di sedermi, e da dove non sia mai uscita con una crisi di nervi.

Nei miei 20 anni ci siamo divertite a sperimentare asimmetrie varie. Nei 30 mi sentii vecchia, le portai una foto di Peter Lindbergh con un caschetto berlinese retrò e quando tornai al lavoro (allora) in agenzia ippica un cliente indiano mi disse che sembravo “un bambino”.  Nei 40 porto i capelli lunghi e ho avuto da lei la miglior manutenzione della scalatura corta, fatta in modo da arrivare esattamente ad accarezzare gli zigomi.

A volte l’ho tradita, cercando nuove emozioni: ma me ne sono sempre pentita. Tornavo sempre, e lei sapeva che sarei tornata.

Una volta, molti anni fa, mentre mi tagliava i capelli le dissi “sai A., se avessi i soldi mi piacerebbe tanto fare una rivista per donne, la chiamerei Un’altra donna, e ci metterei tutto quello che non si trova nelle riviste femminili…”

Lei, da rigorosa esteta, lì per lì ebbe un brivido di raccapriccio quando parlai di donne ritratte nelle loro umane imperfezioni:  ma anni dopo si è prestata molto volentieri a farsi fotografare.

22 Pensieri su &Idquo;Dedica

  1. Che strano commentarti su tutto questo bianco, da sempre, quando fotografavo su pellicola, mettevo le stampe sul cartoncino nero, e quando non si trovavano più gli album con i fogli neri, ho cominciato ad autoprodurmeli. Poi mi sono rassegnata agli albumini velificati (tante plastichine per due foto dorso a dorso), poi sono passata alla digitale, che non ho ancora imparato ad usare. Però sui parrucchieri sono preparata: sui parrucchieri, perché non ho mai avuto una parrucchiera. Sono approdata a diciotto anni a una bottega cogestita, poi ereditata dai figli dei fratelli gestori, e dopo…. 34 anni!!!! ancora ci vado, e del resto nessun altri sarebbe capace di tagliarmi i capelli. Hanno accompagnato tutte le fasi della mia vita: i tormenti dell’ultimo anno del liceo (avevo adottato le trecce!!!), i ricci corti del primo anno di università, i ricci più lunghi selvaggi, il taglio drastico punk sprezzante del mondo che è durato cinque anni (un centimetro eh!), i lisci corti ricrescenti, i lisci più lunghi, il lento ritorno al riccio naturale, la decisione ultimativa di non tagliarli proprio mai più (tranne gli aggiustamenti a scala) tanto per ribadire che decido io come portarli (e chessono ‘sti capelli alla mariamaddalena, tagliateli un po’, bene, mamma, allora li azzero, no?) e insieme ai miei capelli si svolgevano le vite delle due generazioni dei miei parrucchieri, e l’evoluzione personale mia e della seconda generazione: tutte storie diverse, ma quello che non immaginereste, è che la mia bottega di parrucchiere è l’unica che ha una libreria! Sì, proprio una libreria, creata e autogestita dai prestiti delle clienti, mica leggiamo “rotocalchi femminili” qui.

    • una libreria, che bello!!….
      vedo che anche i tuoi capelli negli anni ne hanno passate…e poi si ritorna al lungo, chissà perché. Anche se ogni tanto la tentazione di alleggerirsi c’è, almeno per me..
      Il bianco mi si è imposto, tutto quel nero aveva iniziato ad opprimermi.

  2. quello che leggo è ciò che mi aspetterei di trovare su un femminile, meglio se patinato. sia il tuo che l’intervento di polam.
    è ciò che vorrei vedere stampato sui mags in genere. esattamente in questo modo… non è così. adesso non è così. temo per incapacità.
    il rapporto descritto è quanto di più lontano dal banale quotidiano, o dal banale celebrativo… è la descrizione di un rapporto intimo e diretto. è ciò mi aspetterei. e che non trovo in giro.
    complimenti.

  3. forse però più che di incapacità parlerei di un vizio di sistema… in fondo qui non devo vendere nulla, e questa libertà credo sia uno dei fattori chiave.

  4. infatti gli editori o presunti tali si lamentano perché non vendono, ma cambiare rotta non se ne parla.
    ergo, l’impellenza della vendita consiglierebbe di girare la boa.
    mediamente c’è più entusiasmo in un blog che sulla stragrande maggioranza dei mags.
    non fare la timida🙂

  5. bene, allora se qualche editore ha bisogno di consigli…:-)
    a parte gli scherzi, la questione è interessante. Personalmente non compro più quasi nessuna rivista perché mi sento presa in giro da certe fotografie e da certi articoli (non sto dicendo tutti, ma molti).
    Non puoi farmi un articolo sulle creme antirughe e illustrarlo con una diciottenne dai capelli incipriati di bianco e il trucco ombreggiato, o peggio ancora da un cane di quelli grinzosi.
    E così altro. I tabù estetici con l’avvento del fotoritocco digitale si sono esasperati fino al ridicolo. Non si utilizza più un mezzo a fini creativi, per inventare una visione: la visione è ormai dominata dal mezzo (con qualche eccezione, ma questa è la regola).
    A me piacciono balocchi e profumi. Ma se cerchi di venderli attraverso il sogno devi star molto attento al limite -se ne parlava anche da te, a proposito di altri tipi di sogni.
    E poi non escludo che il sogno di per sé strida troppo con la triste realtà attuale: per me c’è molto bisogno di stare con i piedi per terra, e ripartire dal poco che abbiamo.
    Fra un po’ ci disegneremo la riga delle calze sulla pelle nuda, altroché…

  6. Oddio, mi sento perso: è cambiato tutto, e in questo momento non sono pronti ad altri cambiamenti!😀
    Mi piace, però.

    Bellissimo il post e bellissima la signora. Conta che il suo, esattamente quello, forse un po’ più biondazzo, è il colore dei capelli dei miei sogni. Conta.

    Ah, vi avviso: ho deciso di tagliare un po’ i capelli, tagliare la barba e lasciarmi baffi lunghi.

  7. ripensando a quanto detto.
    Le riviste “si lamentano perché non vendono”.
    Però continuano a esistere principalmente per vendere pubblicità, diretta o indiretta. Perché è con quella che – si dice – “ci si paga gli stipendi” (crf. M.L.Rodotà).
    E se provassero a fare qualcosa più in funzione del pubblico, perderebbero gli inserzionisti? A me sembra un giro molto vizioso.

    • certo che è un circolo vizioso. solo che se n’è persa l’origine: riviste come contenitori privi di contenuto, così oggi.
      la verità è che non le sanno più fare le riviste. va be’, discorso che non porta a nulla.

      • quello che posso dire è che fino agli anni ’80 anche le riviste femminili (penso a Lei di Condé Nast, o Centocose) erano a loro modo luoghi di pensiero, articoli con testi lunghi e interessanti. Poi sempre più sono diventati contenitori di pubblicità.
        Lo stesso ho visto succedere a molte riviste di fotografia.
        Bisognerebbe che il pensiero tornasse ad essere un valore spendibile…ma non so da dove si può innescare un simile circuito virtuoso.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...