Fragili guerriere

Rosaria Lo Russo, 2011  – ph. © Laura Albano

“Io a me musa a me stessa, poetrice ovver attressa”

(“Musa a me stessa”, Rosaria Lo Russo, 1998) .

Era il 1999 quando fotografai per la prima volta Rosaria Lo Russo in una performance, innamorandomi delle sue poesie e del suo dar loro corpo e voce.

Da spettatrice profana, lettrice non abituale di Poesia, mi colpiva l’utilizzo di rigorosi strumenti metrico stilistici e la commistione di lingua aulica e popolare, la cui risultante era una voce schietta di donna che “non le mandava a dire”. Esemplare  in questo senso, e liberatorio e  spassoso, il Lamento di una Penelope che dà voce al suo risentimento fingendo di non riconoscere Ulisse tornato a casa, “lazzarone magnaloto”, autore di torti maldigeriti e rimuginati:

“Da vent’anni ogni notte mi sfilo da sola il reggipetto e ci ripenso

malassorbo lo sgarbo il torto malaccorto di quanto t’imbuterasti in altri antri di un fottìo di divette

e ogni notte ci lasciasti il cinci o tramutato in biroldo moscio da sciami di voci maliarde di circi

o scivolando pitone di sguincio tra tette pitte di bbottane butirre di porto”

L’esser stata per secoli musa all’arte altrui si pone alla donna come problema identitario “naturalmente” anche nella poesia (si era parlato di recente delle arti visive). La relazione con lo sguardo ingabbiante dell’Altro e con la tradizione artistica al maschile, il loro superamento verso la partenogenesi di un nuovo Sé poetante, ma anche il rimettersi al mondo da sola nella vita  – perché come sapeva già Anne Sexton  “le donne nascono due volte”, sono tra i temi fondanti dell’opera di Rosaria Lo Russo. Nelle note alla poesia-performance Musa a me stessa l’autrice scriveva:

“La performer è oggetto e soggetto dello sguardo, e a ciò è dovuta la sua condizione di doppia clausura: prigioniera dello sguardo da sempre venerante e spregiante dell’Altro, nei secoli dei secoli affetto da “stilnovismo patologico” (…) essa (…) è altresì in stato di riflessione verbale permanente su questa Immagine creata da Lui: e perciò a tutt’oggi impossibilitata ad accedere ad altra occupazione poietica che non si limiti a descrivere e circoscrivere il suo status narcissico e alienato di reclusione storica. La Poetessa: ultima maschera in ordine cronologico di una serie di Amorose comprendente le sante mistiche (spesso suore di clausura), le puttane, le streghe, le attrici, ovvero tutte le madonne oggetto dello sguardo contemplante-denigrante dell’Altro, e deprivata perciò di ogni valore d’uso e scambio, a parte quello di moglie-madre: altrimenti incolpata di delittuoso mercimonio”. (R. Lo Russo in Postille e Glossario in corpo minore, “Lo Dittatore Amore”, 2004).

Da cui la necessità di “una rifondazione dell’Immagine rappresentata” e della “creazione di immagini altre (e proprie) soprattutto mediante una riformulazione del linguaggio poetico” (ibidem).

Tale necessità oggi, di fronte alla regressione dell’immagine femminile, si è fatta urgenza – l’urgenza di dar vita ad “un sé collettivo, transgenerazionale” (“(Maternità spirituale – (filiazione partogenetica))”, in Io e Anne, 2010), e ha dato luogo alla proposta di un Manifesto di poetica per una nuova proposta femminista da parte della stessa Rosaria Lo Russo insieme a Daniela Rossi- autrice di un video su Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli, da cui il manifesto riprende il titolo: “Fragili Guerriere”.  Si può leggere qui. Alcune poesie di Rosaria  – tra cui una parte di Penelope – si trovano sul suo sito , insieme a biografia ed altro.  Nelle librerie è facilmente reperibile  l’ultimo “Io e Anne – Confessional Poems” (con CD allegato), edizioni d’if, in cui le poesie di Rosaria dialogano con quelle di Anne Sexton e da cui vi riporto in pdf la prima parte di “Diario ovvero Il libro dell’esperienza ovvero Storia della mia vita (come un proemio)” e (Maternità spirituale (filiazione partogenetica)).

Diario (prima parte)

(Maternità spirituale (filiazione partogenetica))

5 Pensieri su &Idquo;Fragili guerriere

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