Verso un immaginario sostenibile

“Nella contemporaneità i media detengono una sorta di monopolio sull’immaginario sociale, al punto che per molti gruppi sociali immaginario mediale e sociale tendono quasi a coincidere. In che misura le rappresentazioni di genere e di etnia diffuse ad esempio dai diversi tipi di fiction, dalle soap opera, dalle pubblicità sulla stampa e dagli spot televisivi sono in grado di influenzare i delicati processi di costruzione sociale dei significati delle differenze? Il rapporto tra gender studies e media è molto più complesso e problematico di quanto possa apparire. Occorre far riferimento a una teoria dell’audience in grado di tenere conto in modo realistico sia dei gradi di libertà dello spettatore, sia della sua capacità di identificarsi e di immedesimarsi nelle immagini mediali con cui si confronta. In tale prospettiva i cultural studies e i media studies offrono categorie analitiche fondamentali, senza le quali non è  più possibile alcuna riflessione né sugli studi di genere, né sul razzismo”…

Buona parte di questo interessante libro del 2008, composto da saggi di autori diversi,  si può leggere  qui.

4 Pensieri su &Idquo;Verso un immaginario sostenibile

  1. Già il TITOLO del tuo post è una ciambella di salvataggio nel mare di confusione mentale in cui chi ha più potere sull’immaginario collettivo cerca di fare annegare ogni pensiero critico.

  2. io penso che nel cinema e nella fiction tv odierne una pluralità di immaginario, una pluralità di personaggi femminili e maschili (per carattere, etnia, tendenze sessuali, professione) ci sia.
    Con tutto il rispetto per i gender studies, ma gli approcci “militanti” ai prodotti artistici mi lasciano sempre perplesso a prescindere dal tipo di militanza.
    Il che ovviamente non vuol dire che non vadano studiati e analizzati come ogni elemento culturale…è solo una mia opinione personale

  3. grazie Donneday, cercherò altre ciambelle, urge mettere il naso fuori per respirare 🙂

    ciao Paolo, non entro nel merito della critica all’approccio militante comunque se leggi il libro qui linkato vedrai che non è in assoluto negativamente critico nei confronti di queste forme che chiamerei più di spettacolo che arte.

    • Grazie. Vedrò di trovare il tempo di leggerlo. A mio modo di vedere anche lo spettacolo è arte, o perlomeno stabilire un confine netto mi pare molto difficile..ci sono serie tv come Dr. House, Scrubs, ER, Sex & The City, Friends, How i met your mother, Law & Order, Nip/Tuck..solo per citarne alcune (alcune sono le mie predilette, tra l’altro) per le quali il termine arte non è sprecato. Credo che anche i fumetti siano arte.
      Io studio storia dello spettacolo (in particolare teatro e cinema ma ho frequentato anni fa anche un corso di storia della radio e televisione italiana), ho fatto anche teatro amatoriale e sono giunto alla conclusione che spettacolo e arte possono benissimo coesistere.
      L’unico caso in cui non si può proprio parlare di arte credo che sia la pubblicità perchè quella è comunicazione commerciale…anche se Andy Warhol con le scatole di brodo Campbell ha esplorato, credo, la “zona grigia” tra i due mondi…spero di non dire una cosa inesatta. Sono temi complessi
      Del resto i dadaisti hanno provocatoriamente dimostrato che pure una ruota di bicicletta può essere arte se la metti in un museo.
      Ma forse sto andando troppo lontano. Mi fermo qua.

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