Abiti

“…un abito da Giulietta, un abito da Ofelia, un abito per mortificarsi non meno di quanto mortifichino gli abiti neutri, gli abiti dei ruoli di moglie e madre che cancellano. Questo sapevo, questo mi pareva di sapere da sempre. Sapevo che non solo gli abiti castigati dell’armadio casalingo di Eleonora*, (…) ma anche quelli per esibirsi sono vestiti che pendono dalle stampelle come donne morte. (…) Io l’avevo intuito non so come negli abiti di mia madre, nella sua passione del farsi bella, e quell’intuizione mi tormentava. Non volevo essere così. Ma come volevo essere? quando pensavo a lei, una volta diventata grande, una volta lontano, cercavo la via per capire che tipo di donna potevo diventare. Volevo essere bella, ma come? Possibile che si dovesse scegliere per forza tra l’appannamento e l’appariscenza? Entrambe le vie non rimandavano allo stesso vestito suddito, il terribile vestito di Harey**, quello che ti sta addosso sempre, comunque, e non c’è  modo di sfilartelo? Smaniavo in cerca di una mia strada di ribellione, di libertà. La via era, come faceva dire ad Alessandra (…) Alba de Céspedes, imparare a indossare non vestiti – quelli poi verranno di conseguenza – ma il corpo? E come si faceva ad arrivare al corpo oltre gli abiti, il trucco, le abitudini imposte da comune farsi belle?”

Elena Ferrante, “La frantumaglia”

*personaggio  del romanzo  “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes: Eleonora, ingrigita e resa scialba dal ruolo di moglie, improvvisamente si innamora e tira fuori un abito di scena ereditato da sua madre, per farselo riadattare dalla figlia Alessandra e dalla sarta.

**Harey, nel romanzo “Solaris” di Stanislaw Lew, è la donna-fantasma che riappare dall’oceano dell’Inconscio e indossa un abito impossibile da sfilare, con bottoni solo decorativi, privo di quasiasi chiusura, cerniera lampo o altro.

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4 Pensieri su &Idquo;Abiti

  1. Me lo chiedo spesso, e farebbero bene a chiederselo anche gli stilisti che ogni stagione fanno un remix delle vecchie mode e rinominano i fuseaux “leggins”, senza intravedere tuttavia nella differenza dei corpi femminili una nuova sfida. Un nuovo modo di vestirsi che non si preoccupi di “coprire i difetti” rendendo i corpi omogenei. Oppure è ancora un nostro problema di sguardo?

  2. Ciao, anche io scrivo di “abiti”, ma quello che mi interessa dire è che non dovrebbero essere visti come una maschera, quanto piuttosto come uno strumento creativo per assecondare i nostri pensieri. La forma è un pò lo specchio dell’anima, non trovi? Sono per un abito “consapevole” per spiegarmi meglio….quindi al primo posto metto sicuramente l’accettazione di sè e del proprio corpo e poi vengono gli abiti, come non una moda imposta, ma come libera scelta per cominciare a piacere prima di tutto a noi stessi. Complimenti per il blog, mi piace molto.

  3. Sì Monica, sono d’accordo, i vestiti dovrebbero essere espressione consapevole, e non “divise”. Quello che mi disturba, personalmente, è l’imposizione di regole caratteristica di una certa concezione della femminilità, regole che derivano da ruoli storicamente rigidi.

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