Per cominciare

“Restituire le donne alla loro immagine e alle donne la loro immagine” , così scriveva nel 1972 il primo numero della rivista di fotografia Zoom, in un articolo sul “sexismo” (meglio definito “razzismo sessuale”).
Coraggiosamente, l’articolo parlava di “logica e salutare rivolta delle donne contro lo stato d’inferiorità in cui tende a mantenerle una società, le cui regole sono dettate dai suoi membri di sesso maschile”. In particolare, affrontava il rapporto tra la donna reale e la sua immagine, e lo sfruttamento commerciale che di questa veniva fatto in un contesto definito, appunto, “sexista”.

Altro linguaggio e anche altri tempi, rispetto ai quali siamo paurosamente indietro: in quel periodo restituire alle donne la loro immagine sembrava forse un’impresa possibile. Di fatto è accaduto l’esatto contrario: oggi l’unica immagine femminile ammessa dalla censura dei media è quella del sogno, il clone perfetto riprodotto all’infinito, al massimo in due varianti:  l’incorporea nella moda, l’ipersessuata in TV.

Il diritto all’immagine alla donna reale è stato negato del tutto.

Forse per questo dobbiamo rinunciare a riprendercelo? Io non credo, e la crescente consapevolezza femminile (e spesso anche il sostegno maschile) che leggo quotidianamente nelle discussioni in rete mi rafforza in questa convizione.

Allora, per iniziare, proviamo a restituire alle donne quello che è stato progressivamente tolto: la grana della pelle, le tracce del vissuto, l’individualità.

Proviamo ad immaginare che non esistano industrie cosmetiche e chirurgiche da arricchire, consumi da indurre, bisogni da inventare.

Cerchiamo in un volto di donna quello che ha da raccontarci, la sua capacità di amare, ridere, commuoversi o emozionarsi; uno sguardo che non rifletta il vuoto né si rifletta in chi guarda, ma esprima una luce propria.

Lasciamo che un corpo ci mostri, al posto di un canone di geometrica perfezione,  la vita che scorre nelle vene a fior di pelle, o una morbidezza che ci svela la sua propensione al piacere.

6 Pensieri su &Idquo;Per cominciare

  1. Ciao Laura,
    complimenti per questo sito e per le immagini, c’è bisogno di alternative!
    Non so se hai visto il film “Uomini che odiano le donne”; al di là della storia, mi ha colpito molto il volto di attori e attrici, tutti non hollywoodiani e, perciò, non solo per niente “insaponati”, ma anche rugosi! Le attrici, poi, oltre alle rughe, non sono per nulla rifatte e gonfiate; l’impressione di stranezza e di sollievo che mi ha dato vedere quei volti per un’ora e mezza mi ha fatto riflettere su quanto il nostro occhio sia abituato ad altri volti (la stranezza) e a quanto ne sia appesantito (il sollievo).

  2. Sì Angela, il film l’ho visto (e la storia mi ha disturbata non poco) ed è vero quello che dici. E’ proprio una questione di (mal)educazione visiva.
    Ancora più notevole trovare film con scene di sesso tra protagonisti “non patinati”: ricordo Intimacy, di qualche anno fa, e i film del bravissimo svizzero Alain Tanner.
    E di italiani? mah…

  3. Purtroppo il condizionamento visivo e psicologico che ci viene propinato dalla società è forte, molto forte: o sei in quel modo lì, o altrimenti sei ‘diverso’; o sei ‘moda’, o sei fuori dagli schemi.
    Per quanto riguarda poi il cinema, allora sì che facciamo fatica a trovare naturalità nei personaggi e nei soggetti che vengono proposti.
    Per esempio in ‘Intimacy’ finalmente lui e lei ‘non patinati’: naturali, non depilati, unici come ognuno di noi dovrebbe essere; secondo me poi vedendo anche certe scene (come il rapporto orale), se c’è naturalità e naturalezza, è anche più facile accettarlo, invece di avere a che fare con artificialità ed uniformità di corpi, che portano al ‘prodotto’.

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